Archivi categoria: Amici ospiti

Questo è l’archivio. Dal 20 ottobre tutto è solo su vannizagnoli.it. Grazie a Silvia e ai sostenitori

Dal 20 ottobre 2016, è attivo il nuovo sito vannizagnoli.it, con youtube. Grazie da Silvia e Vanni Zagnoli. E soprattutto dagli amici.

Il sito all’indirizzo attuale non sarà più aggiornato. Tutti gli articoli pubblicati sono stati trasferiti sulla nuova piattaforma e rimarranno comunque qua come ulteriore archivio.

Si rinnova Sky Go, nasce Sky Go Plus

Sky Go ha rivoluzionato il modo di vivere l’intrattenimento, cambiando per sempre le abitudini di visione dei telespettatori italiani. Oggi si rinnova con un’interfaccia completamente nuova, che ne migliora la navigabilità e l’accessibilità ai contenuti, e si arricchisce di nuove funzioni, per godere dei programmi Sky in totale libertà. Nasce oggi Sky Go Plus, che offre nuove modalità di fruizione per l’intrattenimento Sky in mobilità, grazie al Download & Play, ai comandi RestartPausa e Replay sui programmi live, le funzionalità più apprezzate del My Sky da oggi disponibili anche fuori casa, e al raddoppio dei dispositivi a disposizione per ciascun account.

 

Queste novità sono parte di un’intensa roadmap tecnologica che entro fine anno coinvolgerà tutti i servizi e tutti i clienti Sky e arrivano sulla scia di un successo che, in poco più di 4 anni, ha portato Sky Go a diventare il benchmark della TV anywhere & anytime in Italia, per qualità, diffusione – conoltre 2.25 milioni di clienti attivi oggi – e immediatezza d’uso. Un punto di riferimento per gli abbonati Sky, che ogni settimana fanno registrare ascolti importanti anche in mobilità, soprattutto nei weekend e in occasione dei grandi eventi live, e che, grazie alle novità di Sky Go Plus avranno nuove possibilità per seguire i propri programmi preferiti dove, come e quando vogliono.

 

 

 

Pietro Maranzana, Chief Commercial Officer di Sky Italia, ha dichiarato“Tutte le innovazioni Sky nascono dalla volontà di dare valore al tempo libero delle persone, con le migliori tecnologie e la massima semplicità d’uso associate a tutta la qualità dei nostri contenuti. Sky Go è ormai da tempo un servizio irrinunciabile per milioni di spettatori e le nuove funzionalità di Sky Go Plus sono pensate per chi vuole vivere il proprio intrattenimento in maniera ancora più libera, senza limiti di tempo, di luogo o di connessione. Sky Go Plus è solo la prima di tante innovazioni che nelle prossime settimane arricchiranno la Sky Experience, per tutti i nostri clienti, ed è un servizio che darà un’ulteriore spinta alla fruizione in mobilità, soprattutto on demand, dei programmi Sky”.   

Sky Go Plus permette di vivere l’intrattenimento Sky come mai prima, vedendo ciò che si vuole, ovunque e nel momento esatto in cui lo si desidera e senza alcun costo di connessione. Con la funzione “Download & Play” è infatti possibile scaricare in pochi minuti i propri programmi preferiti, su tablet e PC, e guardarli anche offline. Un modo per fruire in totale libertà dei migliaia di contenuti on demand disponibili su Sky Go. Serie TV, film, programmi per bambini, documentari, grandi show diventano così proprio come un libro o una rivista: qualcosa da ricordare di mettere in valigia prima di un viaggio, da guardare in aereo o in treno, interrompendo la visione quando si vuole e riprendendola a destinazione, non importa che ci si trovi in hotel, in spiaggia, in un parco o in montagna. Gli ultimi episodi di The Walking Dead 7, Westworld, The Affair, il debutto di The Young Pope o l’ultima puntata di X Factor e Hell’s Kitchen; 007 – Spectre, il Ponte delle SpieZoolander 2 e i film in prima TV come Revenant-Revidivo, Alvin Superstar, Poli opposti, La grande bellezza- versione integrale saranno lì sempre sul proprio dispositivo, pronti per essere visti. La funzione “download” è immediatamente richiamabile cliccando sull’icona di ciascun contenuto ed è possibile gestire in ogni momento le priorità di scaricamento nella sezione “download”, facilmente accessibile dall’homepage Sky Go.

 

Accanto al Download & Play, con Sky Go Plus arrivano altre due importanti novità: raddoppiano i dispositivi abilitabili, da due a quattro, per scegliere di volta in volta lo schermo giusto su cui godere dell’offerta Sky in mobilità; e debuttano su Sky Go le funzionalità più apprezzate di My Sky – Restart, Pausa e Replay – per non perdere neanche un instante dei propri programmi preferiti. In questo modo, se si accede in mobilità ai programmi live Sky ed è da poco cominciata la gara di MotoGP, il match della propria squadra del cuore o un’edizione di Sky TG24 o di Sky Sport 24, è possibile farli ripartire dall’inizio, interrompere la diretta o rivedere un gol o un sorpasso di Valentino Rossi tutte le volte che si vuole.

 

Oltre a queste nuove funzionalità, disponibili su Sky Go Plus, la nuova release di Sky Go arricchisce l’esperienza d’uso per tutti gli utenti del servizio. Si rinnova l’interfaccia grafica su tutti i dispositivi (PC, Mac, tablet e smartphone), debutta un nuovo logo e migliorano la navigabilità e la visibilità dei contenuti, per scegliere e avere accesso in maniera ancora più semplice e immediata a tutta la qualità e la ricchezza del servizio: oltre 40 canali e migliaia di titoli on demand.

 

 

SKY GO

 

Disponibile gratuitamente per tutti i clienti Sky da almeno un anno, Sky Go è il servizio di TV in mobilità, che mette a disposizione oltre 40 canali e migliaia di titoli on demand di cinema, serie TV, documentari e programmi per bambini, tra quelli compresi nel proprio abbonamento.

sky.it/skygo

 

SKY GO PLUS

 

Sky Go Plus è disponibile gratuitamente per i clienti Sky con Multivision. Per tutti gli altri è attivabile al costo di 5€ al mese. Per i clienti extra con Sky da più di un anno e con Sky Cinema, il servizio è in promozione: se si attiva entro il 1 gennaio 2017, il servizio è gratuito fino a giugno 2017. Immediatamente attivabile su PC e dispositivi iOS e Windows (tablet e smartphone), da novembre Sky Go Plus arriverà anche sui dispositivi Android

sky.it/goplus

Fede e sport, la prima conferenza globale, in Vaticano: “Sport al servizio dell’umanità”. Con Del Piero e un’intervista al cardinal Ravasi

Nella tre giorni tra il 5 e 7 ottobre Sky è stato il Media Partner ufficiale di “Sport at the Service of Humanity”, la prima Conferenza globale dedicata alla fede e allo sport. 
Compassione, rispetto, amore, ispirazione, equilibrio e gioia: sono i sei principi che guidano e intrecciano la filosofia del Pontificio Consiglio della Cultura, che ha organizzato la Conferenza,  con quella di Sky che, proprio Per Amore dello Sport, da sempre sostiene e promuove i suoi valori più alti, incentrati nel rispetto, nella lealtà e nell’educazione sportiva. Perché lo sport, oltre che spettacolo, può essere occasione di riflessioni che vanno ben oltre la superficie dell’evento. 

L’obiettivo di questa importante iniziativa, che si è svolta nella tre giorni in Vaticano, è stata proprio quello di creare un movimento globale, per ispirare innanzitutto i giovani. È per questo che le tre giornate verranno seguite da vicino grazie a Sky Sport24 HD e al suo mosaico interattivo, e a Sky TG24 HD, anche attraverso il servizio Active, con le immagini di tutti i momenti salienti della Conferenza. 

Alessandro Del Piero qui era tra Mariella e Riccardo Scirea. E' un grande appassionato di rugby
Alessandro Del Piero qui era tra Mariella e Riccardo Scirea. E’ un grande appassionato di

 

 

Tra i tanti protagonisti d’eccezione è stato presente anche il campione del mondo, oggi testimonial e opinionista di Sky Sport, Alessandro Del Piero, simbolo non solo di importanti traguardi sportivi, ma anche e soprattutto di amore per i valori che lo sport incarna. E’ stato lui a dare il calcio d’inizio alla cerimonia  di apertura, che sarà trasmessa mercoledì 5 ottobre dalle 15.30 in diretta dall’Aula Paolo VI.  Durante i tre giorni della Conferenza, Sky Sport24 HD ha garantito collegamenti live dal Vaticano con l’inviato Matteo Petrucci. Inoltre, Sky ha realizzato un’intervista esclusiva al Cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, in onda oggi sul canale sportivo all news. L’intervista, di Tommaso Liguori, è stata uno speciale all’interno del quale verranno approfonditi i temi che legano lo sport e la fede, partendo dalle considerazioni di San Paolo nel Nuovo Testamento.

Affaritaliani.it, “La Verità”. Il nuovo quotidianoavrà una foliazione media di 24 pagine e una tiratura di 100mila copie. La campagna acquisti di Belpietro

http://www.affaritaliani.it/mediatech/la-verita-belpietro-sfida-di-carta-con-vittorio-feltri-439661.html

di Luigi Esposito

Nasce un nuovo quotidiano ma sono sempre meno gli acquirenti di giornali cartacei. Nasce all’insegna di questa forte dicotomia “La Verità”, il nuovo foglio di Maurizio Belpietro, un quotidiano con una foliazione media di 24 pagine e una tiratura di circa 100mila copie. La redazione sarà ridotta all’osso per contenere i costi fissi e di conseguenza la testata avrà una pletora di collaboratori esterni.

Con “La verità” Belpietro vs Feltri

Interni o esterni che siano, in ogni caso sono giornalisti d’esperienza, coesi negli obiettivi: fronteggiare Vittorio Feltri e il suo “Libero”  e il perenne sguardo al popolo del centrodestra, in particolar modo a quello lombardo-veneto. Una operazione che seppur da una visione culturale di parte non mancherà di approfondire con ampiezza di vedute le notizie più significative.

Apprezzabile l’assenza dei rigidi schemi settoriali, politica, economia, ecc., per focalizzarsi sui racconti ritenuti, di giorno in giorno, i più importanti per i lettori. La proprietà al momento non appare chiaramente definita ritardando l’uscita del quotidiano nelle edicole. Ma la reputazione di Maurizio Belpietro e company favorirà di sicuro l’aggregazione di nuovi imprenditori pronti a sostenere un business plan stimato in circa 2,5 milioni di euro.

“La Verità” sarà un importante banco di prova per verificare se l’operazione di successo “Il Fatto Quotidiano” sia ancora replicabile ed in quale misura. Altrettanto interessante sarà la verifica della decisiva interazione carta-online predisposta dalla nuova redazione. In un contesto così mutevole dominato solo dall’incontrovertibile trend del calo dei lettori di carta il direttore Belpietro lancia davvero una bella sfida al soporifero mondo dei media italiani.

Da Marcocastoro.it. Giorgia Cardinaletti è il nuovo volto della Domenica Sportiva, sostituisce Giusy Versace, gradita all’ex direttore Paris. Viene dalla F1

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Domenica riprende la Ds, c’è un cambio al fianco di Antinelli.

http://www.marcocastoro.it/2016/08/24/la-cardinaletti-nuovo-volto-femminile-della-domenica-sportiva/

di Marco Castoro

La Domenica sportiva ha la sua nuova conduttrice a fianco di Alessandro Antinelli, più che mai in grande spolvero dopo le telecronache con Lucchetta – osè e fuori dall’ortodossia – dell’Italvolley a Rio. Telecronache molto gradite dal pubblico a casa. Il nuovo volto femminile fa la sua figura davanti alle telecamere. Si chiama Giorgia Cardinaletti. Ha 29 anni, proviene dalla scuola di Perugia, e soprattutto si è distinta nella redazione Motori occupandosi di Formula Uno. Prima di Raisport ha orbitato a Rainews 24, dove è stata inviata e conduttrice. Prende il posto di Giusy Versace, pupilla dell’ex direttore Paris, che nonostante la buona volontà dimostrata non resterà certo indimenticabile per i telespettatori. Quella della Cardinaletti è una scelta interna e va a sostituire una esterna (la Versace). Che sia l’inizio di un nuovo corso?

A cura di Valmore Fornaroli

Da Libero di 4 anni, la morte di Morosini raccontata da Biasin. Un pezzo molto particolare: “Piermario, l’ultimo che doveva morire”

morosini

(v.zagn.)  Quattro anni fa, la morte di Morosini. Qui riportiamo un pezzo molto particolare, discutibile, con la caratterizzazione abituale di Biasin, di Libero. Sicuramente coinvolgente, ma ai limiti, trattandosi di una tragedia. Trovabile anche nella rubrica di Fabrizio: “Tanto Calcio, poco Fosforo, molto Stronzio”.

di Fabrizio Biasin

Diavolo di un calciatore, l’ha fatta grossa. E dire che fino a ieri era solo un essere umano infestato dalla sfortuna, niente di più. Mica per la scarsa propensione al gol, sia chiaro. Quella conta niente se non hai papà e mamma, se tua sorella è handicappata, se tuo fratello era talmente disperato che ha preferito levare il disturbo prima del tempo. Destino infame quello dell’«Indios», che poi era Piermario Morosini, giocatore del Livorno con un nome da appello in classe. «Marchetti, Mori, Morosini…». E lui: «Presente!». Un nome qualunque, da cinque in pagella, magari cinque e mezzo. Finisce in prima pagina solo perché è morto sabato pomeriggio in diretta tv. Su un campo di pallone poi, roba per pochi, stramaledetti atleti. Fino a ieri lo conoscevano i tifosi delle squadre per cui tirava pedate e qualche ultrà avversario.

Lo insultavano, perché così si fa con quelli che indossano la maglietta sbagliata. Piermario Morosini ha un nome da prima pagina oggi, domani forse, dopodomani neanche per idea. Con la sua storia ci faranno un film, anzi no, perché è la sceneggiatura più triste del mondo e le storie tristi non piacciono alla gente, disturbano il sonno e la digestione e al cinema ci vuole il lieto fine, per Dio! Oggi però gli va di lusso perché è domenica e piove, e quando piove la gente non è che esce a fare la scampagnata, sta a casa a guardare la tv e in tv parleranno tutti di lui e diranno quanto era bravo e buono, persino quanto era bello e puoi giurarci che era davvero simpatico, brillante, unico, l’amico che tutti avrebbero voluto alle elementari quando si prova a diventare grandi insieme. E invece a essere cinici bisogna dirla tutta: Piermario Morosini aveva la faccia normale del tizio che incroci sul tram, al bar quando bevi l’amaro, quella che te ne freghi bellamente, al limite la faccia da buono e basta, mica quella sgargiante di Beckham e Cristiano Ronaldo, beati loro e rispettive fidanzate.

Anche Morosini aveva una compagna, Anna Vavassori, ma non pensate a una di quelle che vanno in discoteca a caccia del calciatore. Lei al massimo scriveva su Twitter del suo «Amurì», diceva che in campo l’aveva visto «dare ordine, entusiamo, voglia e luce… E come dicono i vecchietti “Oh! È forte questo eh!!”». Piermario e Anna: due persone semplici. E fa specie, ora, leggere quella citazione tratta da “Yellow” dei Coldplay: «Look at the stars, look how they shine for you…» (Guarda le stelle, guarda come brillano per te). Destino infame.

Piermario Morosini, guarda un po’, è stato fortunato solo in punto di morte: c’è chi crepa in un letto solo come un cane, c’è chi riesce a bloccare i campionati di calcio. Non il torneo della parrocchia: la serie A e la serie B e la serie C e giù fino agli scapoli che sfidano gli ammogliati. Imprese come queste le fa solo Madre Natura con la neve e il ghiaccio. Son rotture di balle che ti fanno urlare a denti stretti: «Senza calcio sarà sicuramente una domenica lurida e inutile». Qualcuno, in silenzio, lo maledirà, perché a fermare il pallone c’è riuscito un cristiano con la barba incolta, Morosini Piermario da Bergamo, mica Dio, Allah, Zeus, Visnu o Eupalla, immaginifica dea della sfera di cuoio.

Ma guai a volergli male: bisogna aver rispetto massimo per l’uomo più sfortunato del mondo, il tizio che a furia di insistere aveva conquistato la maglia azzurra dell’Under 21. Poi non era riuscito a fare il grande salto ma si era accontentato, perché non bisogna diventare per forza numeri 1 e provateci voi ad arrivare dove è arrivato lui, ultimo uomo che doveva crepare a prescindere da ogni legge terrena e divina. Piermario Morosini è stramazzato al suolo come un soldato al fronte e subito viene da smoccolare e mandare all’aria la messa della domenica urlando all’altare: «Cosa ci stai a fare tu con la “D” maiuscola se poi ti porti via l’unico essere che aveva diritto a un risarcimento?». E invece no, tocca solo star buoni, tocca guardare in silenzio lo speciale su Rai 1 e su Canale 5 e anche quello su Sky, perché in casi come questo non esiste il Telefono Amico che alzi la cornetta e trovi conforto immediato. In casi come questo puoi solo dire «è un mistero» a chi ti sta di fianco. Poi ci pensi prima di addormentarti e bestemmi in turco, ma con estrema attenzione, che magari qualcuno da qualche parte ha orecchie lunghe e domani l’infarto viene a te mentre mangi la piadina in pausa pranzo.

Son cose troppo grandi per chiunque: per un prete che dice Messa, per un filosofo, per l’Illuminato pronto a giurare «lascia fare, è la vita». Figurarsi per un calciatore sudato da far schifo. Son cose troppo grandi, ma c’è modo e modo di far svanire questa storia nella tipica sequenza “prima pagina, terza pagina, fogliettone, nulla”, perché qualcuno prima o poi dovrà dare una spiegazione se a diventare cibo per vermi non è il calciatore che va a puttane, ma Piermario Morosini, 25 anni, orfano di padre e madre, fratello straziato. «È un mistero» e non ci puoi fare niente, ma stavolta tocca insistere fino alla nausea, perché questo qui non voleva soldi e una Velina di fianco, o magari sì, ma non è questo il punto.

Il punto è che se a 15 anni ti ritrovi con i brufoli in faccia, un talento sconfinato nei piedi, ma vai in camera dei tuoi genitori e i tuoi genitori non ci sono, allora è giusto che diventi il più forte di tutti, che ti fai la macchina da centomila euro, che le donne tutte ti cadano ai piedi, che il calcio in definitiva ti dia quello che il destino ti ha tolto quando puzzavi ancora di latte. E invece Piermario Morosini di calcio è morto. Era a Pescara, su un prato neanche troppo verde. Ha provato a rialzarsi una volta, due volte, poi giù: come Cristo prima di finire in croce. E perdonateci se il paragone è sfrontato, ma a noialtri non viene in mente niente di meglio per rendere in immagini lo strazio riservato all’uomo più sfortunato del mondo. Ci viene in mente solo Gesù che cerca di stare in piedi, al limite una canzone che parla di un certo Nino che a 12 anni «cammina che sembra un uomo» e prova a diventare un calciatore.

Piermario c’è riuscito nonostante tutto. Fino al minuto 31 di Pescara-Livorno. «Solo sacrificando se stessi l’attimo di una vita diventerà assoluto». Era una delle sue frasi preferite, l’ha pubblicata sul suo profilo Twitter. Letta ora fa venir voglia di urlare.

A cura di Valmore Fornaroli

 

Da Libero, Fabrizio Biasin. “Ode smisurata a Franco Bragagna, il re del “racconto” (pure a Rio)

(v.zagn.) Il pezzo di Fabrizio Biasin sull’idolo Franco Bragagna. A sorpresa perchè lui stesso mi raccontava: “Impossibile che Libero parli bene della Rai…”. Invece, è accaduto ed è strameritato.

http://www.liberoquotidiano.it/news/rullo/11941965/ode-smisurata-a-franco-bragagna–il-re-del–racconto—pure-a-rio-.html

di Fabrizio Biasin

Questo è un pezzo con davvero poco costrutto, nessun dato certificato, zero ricerca. Questo è un pezzo da vergognarsi, perché scritto senza lucidità e in maniera del tutto soggettiva. Questa è un’ode sperticata rivolta a Franco Bragagna, telecronista Rai.

Franco Bragagna sa tutto. Tutto. Forse si serve di suggeritori esperti, forse può disporre di succulenti «Bignami» dai quali attinge, ma quando parla sembra la Treccani. Lo abbiamo notato nella notte tra venerdì e sabato, durante l’inaugurazione dei Giochi, ma lo sapevamo già: Franco Bragagna è un fenomeno del racconto sportivo in presa diretta.

I «Bignami», per dire, se anche esistono non gli servono a una mazza quando si tratta di discutere di atletica. Se tu, «tizio», hai partecipato anche solo a un’edizione dei Giochi della Gioventù, Franco Bragagna lo sa e te lo racconta: «Quella volta a 12 anni andasti maluccio nel triplo. Se non erro fu colpa del “jump”». E tu: «Scusi Bragagna, io non me lo ricordo». E lui: «Fidati, ma ora vattene che devo recitare a memoria la composizione della staffetta 4×100 del Laos».

Franco Bragagna è la Bibbia dell’atletica, ma soprattutto è maestro del racconto. Quando parla non usa enfasi «a caso», se si gasa c’è un motivo, un perché. Altrimenti, semplicemente, ti dice quello che vede. Franco Bragagna, a volte, rischia la figura da «saputello», ci tiene a far vedere che ne sa più di chi gli sta attorno e il dato di fatto è che sì, 99 volte su 100 ne sa più di chi gli sta attorno.

Franco Bragagna non lo dice perché non è pirla, ma se Mamma Rai glielo chiedesse, lavorerebbe anche gratis. Lo farebbe per l’azienda e per l’amore bestiale che prova nei confronti di pentatleti, centometristi, astisti, lanciatori del peso e per Attilio Monetti, storica ex seconda voce. Capisci dal tono di voce che per lui «il racconto dell’atletica» è una missione, lo intuisci da quello che dice e da come lo dice. Franco Bragagna ti fa venire voglia di sport perché trasmette la sua, di voglia. A volte eccede, non si trattiene, dice la sua su faccende scomode, fa capire che su Schwazer ha la sua bella opinione e se ne frega se qualcuno gli fa notare «non si fa».

Franco Bragagna, come tutti, non è perfetto, ma l’altra sera ha raccontato la storia del portabandiera di San Kitts e Nevis come fosse figlio suo e, scusatemi, io mi sono emozionato.

 

Ultimouomo.it. Il mestiere del giornalista sportivo. Daniele Manusia e il direttore di Skysport Massimo Corcione. “Originalità di pensiero, sempre”

(v.zagn.) Daniele Manusia discetta di giornalismo con quel campano brizzolato e alto, salernitano, ex Canale 5, da anni anima di Skysport24. Che invidia.

Nella foto, è a sinistra, con il direttore del Tg5 Mimun, de La7 Mentana e con Carelli di Sky.

http://www.ultimouomo.com/il-mestiere-del-giornalista-sportivo/

Massimo Corcione è il direttore di Sky Sport, ha un’esperienza trentennale (è passato per la Gazzetta dello Sport, il Mattino, il Giornale ed è stato vicedirettore del Tg5) e insegna al master in giornalismo dell’università Cattolica di Milano. Approfittando dello spazio tra Europeo e Olimpiadi ho pensato fosse interessante sentire il suo punto di vista su come sta cambiando il mestiere di giornalista sportivo.

Il mio punto di vista è quello di chi non ha tesserino e non ha studiato giornalismo, nonostante diriga l’Ultimo Uomo e collabori con altre riviste non so fino a che punto io faccia parte di questo mondo. Corcione è stato così gentile da soddisfare la mia curiosità con trequarti d’ora di intervista un sabato mattina di lavoro.

Daniele Manusia: Vorrei cominciare chiedendole dei due diversi contesti, quello in cui ha cominciato e quello odierno.

Massimo Corcione: “Sono ere geologiche completamente diverse. Sono entrato in un giornale in cui c’era la famosa composizione a caldo, cioè le listelle di piombo fuso (credo si chiamasse linotopia, ndr), oggi lavoro in una televisione dove ci si affida moltissimo alla rete, anche per i collegamenti. È cambiata la forma e la forma incide anche sul contenuto. Prima c’era più tempo per metabolizzare la notizia: un giorno davi la notizia, quello dopo pensavi alle reazioni che la notizia avrebbe provocato. Oggi questo lavoro viene svolto in un tempo molto più ristretto.

Il punto quindi non è più dare la notizia.

Anche le televisioni all-news, come il canale Sky Sport 24, sono state costrette a innovarsi completamente. Nella corsa alla notizia, perché è un vero e proprio Gran Premio, la televisione si è dovuta modulare per dare anche l’approfondimento. E non nel giro di poche ore, ma di pochi minuti. C’è bisogno, quindi, di un corpo redazionale che sia A) qualificato, B) quanto mai duttile: che sappia scovare le notizie, commentarle e corredarle di tutti gli altri riferimenti che possono consentire un’analisi completa. E la differenza la fa proprio questo.

Secondo lei questo incide sulla qualità?

La qualità deve essere una costante. L’idea che oggi non c’è qualità e prima c’era qualità è frutto del conformismo, non è vero. Oggi ci sono ragazzi in grado di dominare il mezzo tecnico in maniera talmente raffinata da riuscire a scovare qualsiasi notizia che si sia affacciata anche superficialmente in rete. E questa è preparazione, non è solamente abilità con la tastiera. Io non sono di quelli che pensano che.. io penso che domani si starà meglio, e dopodomani meglio ancora. I fortunati sono quelli che possono vivere domani e dopodomani.

Quali sono le specificità del giornalismo sportivo rispetto ad altri campi?

Un motivo per cui molti dei giornalisti più famosi sono transitati nel loro percorso professionale dal giornalismo sportivo è che abitua subito a praticare tutti i generi: la cronaca e il commento. In altri settori, invece, la divisione tra cronaca e commento è ancora molto marcata. Per cui ci sono persone che si trovano a fare solo la cronaca e che arrivano al commento quasi come fosse una promozione, una legittimazione di autorevolezza. Nello sport non è così, per fortuna. Accanto al raccontare la notizia, e a raccontarla con il maggior numero di dettagli possibile, ci si abitua anche a commentarla, a dare un approfondimento che in altri campi spetta ad altre persone, per ragioni di seniority. Questo porta anche al miglioramento del singolo.

Questo però dipende dal fatto che nello sport il commento sembra alla portata di tutti, no?

Sì, è vero. Il rischio è che lo sport sia considerato un genere minore e che sia alla portata di tutti. Che tutti possano scrivere di sport, ma non è così, c’è sempre quello bravo e quello meno bravo. Io parlo del tentativo di ciascuno di noi di puntare sempre al meglio, di migliorare costantemente. Però è vero che c’è un po’ di diffidenza da parte del giornalismo tradizionale, che pensa che quelli dello sport siano figli di un dio minore, come fosse più semplice… cosa che non è perché poi lo sport è incastrato in un mondo complesso, e bisogna possederlo tutto altrimenti si dicono e scrivono delle stupidaggini.

È sempre per questo pregiudizio che è difficile costruirsi una reputazione con lo sport, un’autorevolezza nei confronti del pubblico contemporaneo super informato?

Faccio un esempio, per capirci meglio. Il calciomercato all’inizio, quando di fatto è stato inventato dall’editoria sportiva, era una sorta di fiera dei sogni dove tutti potevano dire tutto. Oggi c’è chi lo concepisce ancora in quel modo e pensa: se io dico che l’Inter vuole Messi, faccio sognare i tifosi dell’Inter, ed è quello che l’estate vogliono. Questo è il vecchio principio. Che io contesto, ovviamente, perché il mercato obbliga a un riscontro della notizia e a una tale istruttoria della semplice voce che alla fine si arriva a capire se quella può essere una notizia o se è solo una voce che viene diffusa nel periodo in cui le notizie scarseggiano. Il principio di Sky Sport 24, e del nostro caposquadra nel mercato Gianluca Di Marzio, è sempre quello: verificare, verificare, verificare, fino a trovare gli elementi che possano consentire di dare la notizia senza che venga smentita un secondo dopo.

Un altro problema che riscontro io riguarda la piattezza (reale o solo percepita dal pubblico) del discorso tra giornalisti e allenatori o giocatori. E di solito si dice: è colpa dei giornalisti o del sistema che forma calciatori con la risposta pronta?

Posso rispondere con casi concreti anche qui. Oggi abbiamo una generazione di quelli che noi chiamiamo talent, cioè ex calciatori o allenatori, sostanzialmente, che è composta di persone che studiano, che non si avventura in discussioni da bar. Quando viene un allenatore e si confronta con Adani, con Vialli, con Bergomi, si confronta con una persona che ha studiato quella squadra e fa delle osservazioni sempre pertinenti. Anche questa categoria è cambiata, dell’ex-calciatore che prima andava in televisione con l’aria di uno che doveva raccontare un po’ di se stesso, un po’ di sensazioni provate, in cambio dell’ingaggio. Oggi ci sono grandissimi esempi di professionalità, posso fare ancora il nome di Adani, o quello di Costacurta, che sono spessissimo qui per andarsi a vedere e rivedere le immagini con gli strumenti tecnici che gli mettiamo a disposizione, per vivisezionare anche il gesto tecnico da commentare con l’allenatore o il giocatore. È un procedimento molto molto complesso.

Se non le dispiace su questo torniamo tra poco. Vorrei fare un esempio concreto di quello che intendevo io: quando Higuain è arrivato alla Juventus in molti hanno espresso insoddisfazione per il rapporto tra l’emotività della situazione e la risposta sistemica del mondo del calcio che in questo tipo di situazioni si poggia su un’insieme di frasi fatte, dando l’impressione di chiudersi. Dico sistemica perché non è un problema solo di Higuain e in molti casi le dichiarazioni dei giocatori sono facilmente prevedibili. Il punto è che la percezione da parte del pubblico, che è anche la mia per la poca esperienza che ho con i calciatori, è che ci sia una sorta di patto implicito tra i media e club (o brand) che consentono l’intervista, per non uscire da un recinto invisibile.

Sono parzialmente d’accordo. Però sento la parola “sistema”… io non credo ci sia una tale consapevolezza di sistema, penso sia il frutto di particolari momenti che si vivono. Non c’è una sistemazione della materia. Diciamo che la banalità nelle dichiarazioni non è un fatto nuovo, è molto remoto, anzi. Molte volte da ragazzi di diciannove-vent’anni si pretendono delle dichiarazioni filosofiche che non sono in grado di concepire. Come è giusto che sia, neanche noi a diciannove anni, in un regima scolastico regolare, potevamo dare chissà che risposte…

Ok, ma al tempo stesso non si restistuisce neanche l’immagine del ragazzo di diciannove venti anni. Perché l’immagine è controllata. Sono d’accordo che non c’è un sistema che si mette d’accordo, ma di fatto club e brand hanno gli stessi scopi nel costruire e controllare l’immagine del calciatore. In questo caso il giornalismo non può neanche restituire il rapporto privilegiato, restituire la visione più da vicino…

Ma è il più da vicino che non esiste più. C’è una tale diffusione di immagini, a una velocità tale, che non c’è più sancta sanctorum inaccessibile all’appassionato che sta a casa, che è partecipe di tutto, grazie alla televisione, ma anche grazie alla rete e ai social. Gli stessi calciatori pubblicano tutto quello che attiene anche alle attività private, e viene condiviso dal tifoso che sa tutto. Non esiste più la vecchia funzione di racconto del giornalista che fa sentire, assaporare, tutto ciò che il tifoso non avrebbe potuto vedere. Oggi è un po’ saltato.

È vero, ma molti social sono soprattutto strumenti promozionali…

Sì, ce ne sono che non vengono neanche curati dai calciatori ma da professionisti che si specializzano proprio in questo.

Secondo lei il calcio non ha un problema di sincerità?

Quello che dico io è che comunque se ne sa di più rispetto a una volta. Poi se ne potrebbe sapere ancora di più, su questo posso essere d’accordo. Si potrebbe indagare e investigare di più anche sull’animo del calciatore, questo è vero. Ma occorre la volontà del calciatore di mettersi a nudo.

Ok. Tornando sull’evoluzione della professionalità e delle competenze: abbiamo parlato di Adani che è apprezzato universalmente, o di Vialli; però dall’altra parte Sky non ha un format tattico.

No, è vero, non c’è un format tattico. Ma il discorso di analisi è talmente presente nei nostri spazi che forse non ce n’è la necessità. Ogni volta che succede qualcosa l’analisi tattica è il complemento naturale dell’argomento.

Ho l’impressione, però, che in questo modo sia un discorso sempre molto personale (Adani e Vialli come figure eccezionali) e che si perda la dimensione del linguaggio, no?

Io penso sia una conoscenza diffusa. Perché Ambrosini che fino a due anni fa ancora giocava a calcio, si è appropriato di questi codici di racconto immediatamente.

Perché però parliamo solo di ex calciatori?

Al posto di?

Giornalisti formati sulla tattica.

Io penso che l’ex calciatore o ex allenatore abbia un’autorevolezza sul tema tattico ancora superiore a quella che può avere un giornalista. Però, in realtà, è in atto un processo di crescita, perché accanto al “campione” c’è un mediatore che è il giornalista per illustrare il dettaglio tattico. per cui sta crescendo anche una nuova generazione… Poi, a parte il fatto che ci sono comunque giornalisti con una fortissima preparazione scientifica, tattica, oggi è impossibile che un commentatore o telecronista non abbia una competenza al di là di quella del racconto dei precedenti, o del terzino, del difensore eccetera. È una generazione molto più attenta al fenomeno tattico rispetto a quella precedente.

Anche per quanto riguarda lo storytelling non capisco se sia una retorica autoriale, e quindi bisogna essere bravi come Buffa, oppure un linguaggio, una modalità con cui raccontare lo sport in tv e sui giornali?

È una questione di terminologia, c’erano degli straordinari storyteller anche nel passato, anche quando la televisione non esisteva. Anche quando per il racconto sportivo si stava legati al giornale, anche Darwin Pastorin era uno storyteller e continua a esserlo, i suoi pezzi sono storie, storie raccontate bene. Forse oggi l’educazione al racconto comincia prima, per fortuna. Essendosi diffusa questa modalità di racconto del personaggio, o del fenomeno, anche il ragazzo che si avvicina a questo lavoro viene colpito da questo linguaggio e lo fa proprio.

Sono un grande appassionato di documentari, sportivi e non, sia nel formato lungo, tipo i di 30 for 30 di ESPN, ma anche i mix brevi di testo e documentario di Al Jazeera Plus. In Italia ho l’impressione che sia una forma ancora inesplorata.

Sì ma questo riguarda il giornalismo in Italia tutto. Il fatto che il documentario in Italia non sia mai decollato, e questo diventa un bell’obiettivo da porsi. In futuro può cambiare anche grazie al cambiamento dei mezzi, prima per fare un documentario bisognava andare con 4 o 5 persone e molte volte non c’erano i soldi.

La telecronaca invece in che direzione sta andando?

Siamo alla vigilia di un ulteriore cambiamento dove ci sarà una tale presenza del mezzo tecnico durante la telecronaca che non si potrà più dire “Questo aspetto lo vedremo stasera negli approfondimenti”: no, questo aspetto lo vediamo subito. E così cambia proprio il racconto, che non lascia niente di inesplorato, che si esaurisce il più possibile in telecronaca. Per questo è necessaria una preparazione, una conoscenza delle regole e del mezzo tecnico, che prima non c’era.

E dal punto di vista del linguaggio? Del ritmo e delle formule?

Io combatto una guerra da quando faccio questo mestiere contro le frasi fatte e contro la banalizzazione del racconto. Penso che una delle cose che caratterizzano il lavoro giornalistico sia l’originalità del pensiero. È una cosa che va stimolata, ricorrere alle frasi fatte significa che non si ha niente da dire. È un’auto-bocciatura.


(A questo punto facciamo una pausa per pranzo e quando richiamo Corcione ho voglia di tornare sulla questione dell’immagine dei calciatore). Se, come dicevamo prima, non esiste più una distanza privilegiata da cui guardare i calciatori, cosa distingue il lavoro di un giornale da quello di un’agenzia che raccoglie e confeziona informazioni?

Il rapporto tra il giornalista e il suo pubblico. Perché comunque resta il principio di intermediazione, il giornalista è un mediatore tra la notizia e il pubblico. Non deve essere solo colui attraverso cui la notizia parte per essere diffusa, è l’interpretazione della notizia che caratterizza il giornalista. Perché la notizia è di tutti e non è di nessuno, si propaga. Io posso anche avere la più grande esclusiva di questo mondo, nel momento in cui si propaga è di pubblico dominio.

Il tesserino è ancora necessario per considerarsi giornalista?

Io credo che appartenga a una realtà diversa e superata. E che ora bisognerebbe provvedere a una revisione delle vecchie strutture e adattarla alla realtà della professione.

Ad esempio?

L’esame d’accesso. Quando un editore ti fa un contratto, in quel preciso momento la responsabilità di farti entrare nella categoria dei giornalisti se l’assume l’editore, che di mestiere fa proprio questo. Che cosa può dare di più l’esame? Nulla. Non esiste neanche una norma che obblighi l’editore a licenziarti se non hai superato l’esame. Sarebbe ingiusta quella norma, ma legittimerebbe l’esame. Penso che sarebbero molto più produttivi dei corsi di formazione, per integrare il titolo contrattuale (se io ho un contratto per fare quel lavoro) con tutte le norme per che attengono a quel lavoro. Anche deontologiche.

Ha dei consigli da dare e un dovere da ricordare anche a chi ha semplicemente il piacere di scrivere sul proprio blog?

L’ho detto: la caratteristica principale di un giornalista deve essere l’originalità di pensiero. Possedere un pensiero laterale per guardare le cose da un punto di vista laterale che sia assolutamente personale. In quanto ai doveri, invece, l’onestà. È una regola alla quale non si può derogare. Che ci si occupi di sport o di politica, l’onestà è onestà.

Da Rivistaundici, Giorgio Burreddu. All’altezza degli altri: Giaccherini dalle bocciature per la struttura fisica a perno della nazionale

http://www.rivistaundici.com/2016/06/30/allaltezza-degli-altri/

di Giorgio Burreddu

E ora, caro vecchio Dick, come la mettiamo? «Un bravo giocatore. Non per l’Inghilterra», avevi detto. Avevi detto: «Capisco l’interesse che suscita in Italia: là e in Spagna può essere un grande calciatore. Ha un bel tocco e un grande talento. Ma non per il campionato inglese». Può darsi che Richard Advocaat avesse ragione a voler silurare Emanuele Giaccherini dal Sunderland. L’annata precedente era stata un disastro, poche presenze e troppi perché, un infortunio a mettersi di traverso. Al punto che in una delle conferenze stampa estive, di quelle che servono a riempire le pagine dei giornali, Advocaat non l’aveva tirata tanto per le lunghe: in cinque minuti e due frasi rinsecchite aveva dato il benservito a Giaccherini. «Non è da Premier», e la cosa era finita lì. Per fortuna c’è sempre qualcuno che vede più lontano degli altri. Di questi tempi, un anno fa, Pantaleo Corvino, al tempo direttore sportivo del Bologna, e Furio Valcareggi, l’agente di Giaccherini, si trovarono a cena in uno dei soliti alberghi di lusso di Milano. Ordinarono del pesce, si dissero quel che c’era da dire, e il ritorno di Emanuele in Italia fu un attimo.

Il video di presentazione di Giaccherini al Sunderland

Chi in quelle sere frenetiche lavorava al mercato rossoblù se lo ricorda. Giaccherini veniva accostato al Bologna già da qualche tempo, da alcune settimane, e la sera che Corvino e Valcareggi trovarono l’accordo fu lo stesso direttore a inviarci un sms: «E’ fatta». La soddisfazione per quell’operazione ci parve francamente esagerata. Pensammo: un giocatore di trent’anni, già spremuto dal calcio italiano, di fatto scartato da quello inglese, cosa potrà mai dare ancora di concreto al nostro campionato? Invece una cosa deve aver colpito Corvino più di ogni altra, qualcosa che evidentemente tutti quanti noi avevamo sottovalutato: la convinzione di Giaccherini di voler riconquistare la nazionale. Se l’Italia di Antonio Conte ha trovato in lui un simbolo è perché realmente Giaccherini incarna un particolare momento del nostro calcio, una fase storica ben precisa, e poi un insieme di valori (sì, anche morali) e un talento differente da quello a cui eravamo sempre stati abituati, con cui eravamo cresciuti, e in cui forse ci eravamo cullati e illusi.

PARIS, FRANCE - JUNE 27: Emanuele Giaccherini of Italy celebrates his team's second goal during the UEFA EURO 2016 round of 16 match between Italy and Spain at Stade de France on June 27, 2016 in Paris, France. (Photo by Clive Rose/Getty Images)

Emanuele Giaccherini festeggia dopo la seconda rete realizzata da Pellè contro la Spagna (Clive Rose/Getty Images)

 Anche quello di Giaccherini è sopraffino e lieve, un talento che però non salta subito agli occhi come ci capita con un’opera del Caravaggio o del Mantegna. Dobbiamo guardare un po’ più a fondo, un po’ meglio e con attenzione, scendere le scale della bottega, e osservare nella semioscurità il capomastro raschiare il legno con lo scalpello. «Sono alto un metro e sessantasette. Ho sofferto molto, ero proprio piccolo. Lo sono ancora, ma da bambino è stata una fatica. Ai provini mi bocciavano: sei troppo basso. Tornavo a casa in macchina con mio padre, lui guidava in silenzio, io piangevo. Ai ragazzini, a quelli bassi, dico questo: non abbattetevi, tirate fuori la fame, il talento che avete. Nel calcio sono queste le cose che contano». Da vicino la struttura di Giaccherini è proporzionata, armoniosa e solida. Non sembra nemmeno tanto basso (e infatti non lo è). Ma in campo, quasi per magia, è come se tutti fossero dei giganti e lui un vero «bimbo», come lo chiama ancora oggi il suo agente.

LYON, FRANCE - JUNE 13: Emanuele Giaccherini (C) of Italy scores his team's first goal past Thibaut Courtois of Belgium during the UEFA EURO 2016 Group E match between Belgium and Italy at Stade des Lumieres on June 13, 2016 in Lyon, France. (Photo by Clive Brunskill/Getty Images)

Emanuele Giaccherini batte Thibaut Courtois nella prima gara del girone di qualificazione di Euro 2016 contro il Belgio (Clive Brunskill/Getty Images)

Anche questo genere di difficoltà ha portato Giaccherini a spingere su altre caratteristiche – l’atletismo forsennato, il tocco di palla, la corsa -, arrivando a credere che il lavoro è sacro per davvero e in qualche modo ti ripaga sempre. L’ostinazione prima di tutto. A Giaccherini glielo ha insegnato la carriera. A 23 anni gioca ancora nel Pavia che fa i play-out in C2. Ha avuto esperienze minori a Bellaria e a Forlì. Nel 2008, a Cesena, sembra dover smettere perché in rosa non c’è posto («Se fosse andata male mi sarei trovato una squadra di Promozione e avrei fatto l’operaio»). Si fa male Bracaletti e Bisoli, l’allenatore, gli concede una possibilità. Non lo toglierà più. Raggiunta la promozione di Giaccherini dicevano: «Non è da B». Poi saltava tutti, faceva gol e portava in A il Cesena. Per sentirsi dire: «D’accordo, ma non è da A». Invece finisce alla Juventus.

Giaccherini non ha l’altezza dei sogni che ha, ma la tigna sì. Li raggiunge tutte le volte con una determinazione incredibile. Un anno dopo l’altro, un campionato dietro l’altro. Tranne nel 2014. Dopo l’Europeo di Polonia e Ucraina, che gioca senza troppa costanza tra una panchina e l’esordio contro la Spagna, Giaccherini decide che l’ora per un’avventura all’estero è arrivata. Il Sunderland gli offre i soldi e la gloria, e lui firma. Peccato che per Prandelli, all’epoca ct azzurro, i confini dell’Italia delimitino anche le scelte delle convocazioni. Quello è un periodo di post-ricostruzione per la nazionale: l’Italia, arrivata seconda al campionato europeo, torna a essere una squadra amata e benvoluta da tutti. Non succedeva dal 2006. Ma per farne parte bisogna giocare in Serie A, su questo Prandelli è stato chiaro.

CESENA, ITALY - MARCH 12: Armand Traore of Juventus competes with Emanuele Giaccherini of Cesena during the Serie A match between AC Cesena and Juventus FC at Dino Manuzzi Stadium on March 12, 2011 in Cesena, Italy. (Photo by Roberto Serra/Getty Images)

Giaccherini affrontato da Armand Traore durante uno Juventus-Cesena del 2011 (Roberto Serra/Getty Images)

Giaccherini viene concessa la Confederation Cup – siamo nel 2013 -, competizione che gioca con qualità e realizzando gol. Ma il Mondiale in Brasile, quello no: non viene convocato, resta a casa. L’uscita di scena e il declino di Giaccherini sembrano, ancora una volta, inevitabili. Dietro l’angolo. Un tramonto annunciato e prevedibile. Dicono: «Non è più da nazionale». Invece nel 2015 l’opportunità del Bologna gli si staglia davanti come un nuovo orizzonte di felicità. Dirà lo stesso Giaccherini, a novembre, dopo aver riconquistato la maglia azzurra: «Conte mi voleva in A. Per me era troppo importante riconquistare la nazionale e sono tornato in Italia proprio per questo motivo».


La rete di Giaccherini in Italia-Brasile. Confederations Cup 2013

Questo amore sincero per la nazionale è l’anticamera del sacrificio. Tra le definizione più azzeccate di Giaccherini, spicca quella del giornalista dell’Unità Marco Bucciantini: «E’ una dinamo». Uno di quegli aggeggi sulle biciclette che si caricano più vai forte, se avete presente. Contro la Spagna Giaccherini non si sarebbe fermato mai. Più i minuti passavano e più dava l’impressione di averne ancora, mentre tutti gli altri avevano finito la benzina da un pezzo. E’ questo tipo di generosità che sta facendo la differenza, rendendo Giaccherini un personaggio da copertina azzurra.Contro gli spagnoli ha toccato il 90 per cento di passaggi completati, ha corso più di 13 chilometri, recuperato palloni, fatto un mezzo assist sul gol di Chiellini, anticipato e contrastato gli avversari.

L’importanza di Giaccherini in questa nazionale è unica. Non soltanto in un contesto tattico ben definito (fa l’interno di centrocampo anziché l’ala), ma proprio come identità. Abituati all’Italia dei grandi talenti, da Rivera a Totti, da Baggio a Del Piero, questa di Conte ci era sembrata una nazionale priva di fantasia, di emozione, di astuzia. Persino di un certo tipo di italianità. Forse è così. D’altra parte, si fa con quel che si ha. E Conte ha costruito intorno a Giaccherini un’idea tattica basata sul sacrificio e sulla volontà. Disse lo stesso Giaccherini: «Questa di Conte è una nazionale diversa rispetto a quella di Prandelli. Qui c’è un gruppo più unito e coeso, ci sono uomini prima che giocatori. Mi spiego: anche quella di Euro 2012 era formata da un gruppo, c’erano dei giocatori che erano grandi campioni, qui grandi giocatori che si sacrificano. Ed è quello che ci chiede il mister. Lo ha anche detto: prima gli uomini, poi i giocatori, che vengono di conseguenza».


 

Boxe. Roberto Cammarelle scrive per vannizagnoli.it, in ricordo di Cassius Clay: “Era lo zio d’America di tanti. Lo vidi a Chicago, solo a guardarlo mi sentivo inferiore”

Cassius Clay (dopo la sua conversione all'islam Mohammed Alì) 17 genneaio 1942- 3 giugno 2016. Uno dei campioni di boxe più conosciuti al mondo.
Cassius Clay (dopo la sua conversione all’islam Mohammed Alì) 17 genneaio 1942- 3 giugno 2016. Uno dei campioni di boxe più conosciuti al mondo.

(v.zagn.) Grazie anche al contatto con Giangabriele Perre, Roberto Cammarelle affida a vannizagnoli.it, a distanza di settimane, una rlflessione sull’addio a Mohammed Alì.

Di Roberto Cammarelle

Se n’è andato per sempre Cassius Clay.

Se n’è andato un pezzo di storia della boxe e dello sport in generale.
Non solo ha avuto la mia stima, ma qualcosa di più, forse l’affetto come quello zio d’America mai conosciuto ma amato da tutti.
Non era un’inventore, non aveva inventato lo stile nel pugilato, esisteva prima di lui. Non era un politico, non è stato il primo sportivo a schierarsi per un ideale, era già stato fatto prima.
Non era un provocatore folle, altri lo avevano fatto prima di lui. Lui queste cose le faceva meglio di chi l’ha preceduto, lui era il più grande. Tutto qua.
Ho avuto la fortuna di vederlo da vivo per qualche istante a Chicago. Solo a guardarlo ti sentivi inferiore. Era un “vecchietto” tremolante sulla sedia a rotelle, ma lo sguardo profondo e deciso, il corpo dritto e fiero ti trasmettevano la forza della sua persona addosso. Non potevi che essere attratto e succube del suo fascino. Lui era Muhammad Alì.