Archivi categoria: Atletica

Questo è l’archivio. Dal 20 ottobre tutto è solo su vannizagnoli.it. Grazie a Silvia e ai sostenitori

Dal 20 ottobre 2016, è attivo il nuovo sito vannizagnoli.it, con youtube. Grazie da Silvia e Vanni Zagnoli. E soprattutto dagli amici.

Il sito all’indirizzo attuale non sarà più aggiornato. Tutti gli articoli pubblicati sono stati trasferiti sulla nuova piattaforma e rimarranno comunque qua come ulteriore archivio.

Il Gazzettino, atletica. La procura di Colonia sequestra le urine di Schwazer di capodanno. Gli avvocati vogliono sapere cosa accadde alle provette dalle 8.35 alle 6, del 2 gennaio. Donati: “La giustizia non è autoreferenziale”

http://sport.ilgazzettino.it

Vanni Zagnoli

Alex Schwazer non è andato alle Olimpiadi, deve scontare 8 anni di squalifica, decretati dal Tas di Losanna, eppure avanza nella sua ricerca della verità. Ieri la procura di Colonia ha sequestrato il campione di urine positivo al test antidoping di capodanno, accogliendo la rogatoria richiesta dalla procura di Bolzano. Il sostituto procuratore Giancarlo Bramante è titolare dell’inchiesta che riguarda l’ex marciatore azzurro, ora chiederà il dna sulle urine e incaricherà esperti di livello internazionale di svolgere analisi chimiche, per capire se sia stata aggiunta in un secondo tempo la sostanza trovata nelle urine, contenente i 6 precursori di testosterone sintetico. Il pm verificherà la volontà di Iaaf e Wada di nominare un proprio perito.

Due settimane fa, la procura di Roma aveva sequestrato le cartelle cliniche con le analisi effettuate privatamente, dall’entourage di Alex, in cui si evidenziano parametri perfetti, di valori. A Il Gazzettino, l’allenatore Sandro Donati, 69 anni (nella foto), commenta la decisione del tribunale tedesco: “Terminato il percorso sportivo – spiega – inizia l’iter giudiziario. Sono due piani diversi, purtroppo l’ambito sportivo è molto autoreferenziale, mentre io ritengo che non possa esistere fuori dalla giustizia ordinaria. Non è possibile che decida tutto, dalla a alla z, e magari in maniera sommaria”.

La strategia della difesa di Schwazer è chiara, spera di avere giustizia nei tribunali, per dimostrare che davvero si sia verificato un complotto, ai danni del campione olimpico di Pechino. Donati aveva denunciato vuoti temporali nella catena di custodia delle provette, fra le 8.35 del 1° gennaio 2016 e le  6 del 2.

“Intanto – spiega il tecnico romano -, Alex è a casa, sofferente per quanto gli è capitato. Lo vive in maniera discreta, nel silenzio, con dignità”. Il tecnico aveva fatto l’impossibile per recuperarlo e in effetti c’era riuscito, considerato il successo nel mondiale a squadre di Roma, a maggio. Era da podio anche a Rio, dopo la positività a Londra. A 31 anni, spera che gli venga cancellata la squalifica, per essere protagonista ai mondiali del 2017 a Londra, in coppa Europa e agli Europei del 2018, a Berlino.

A cura di Giangabriele Perre

Atletica, “Assuntina” Legnante è oro paralimpico. Vinse un europeo indoor e i giochi del Mediterraneo da normodotata. Da Rio arrivano 10 medaglie in un giorno, 5 sono d’oro

(V. Zagn.) Atletica, Assunta Legnante d’oro nel getto del peso, ma partecipò anche a grandi competizioni assolute: da normodotata vinse un europeo indoor e un oro ai giochi mediterranei.
Ora ha un deficit visivo, il sovrappeso, ma è il suo secondo oro paralimpico. Assuntina, la chiamavano. Le sue maschere curiose.
14 settembre 2016 è giornata storica per lo sport paralimpico italiano, da Rio arrivano 10 medaglie: 5 ori, 3 argenti e 2 bronzi.
A cura di Francesco Delendati

Atletica, quei record così clamorosi. Tre centesimi e sarebbe crollata la barriera dei 43″ sui 400, il primato del martello e dei 10mila femminili

(v.zagn.) Il sudafricano Wayde Van Niekerk riscrive la storia dell’atletica, con 43″03, migliora di 15 centesimi il limite mostruoso di Michael Johnson, 43″18, risalente ai Mondiali di Siviglia ’99. L’americano correva impettito, come nessuno nella storia, spalle dietro, è stato il migliore, sembrava imbattibile, invece… L’ultimo 150 del sudafricano è stato incredibile.

E poi il primato della polacca Anita Wlodarczyk nel martello, oro e oltre un metro di miglioramento. Il record dei 10mila femminili, altri due primati crollati in stagione.

 

Atletica. Schwazer dovrebbe allontanarsi da Donati. L’ha allenato bene, ma nella sua lotta contro la Iaaf ci rimette lo stesso marciatore. In fondo Donati si era autodefinito consulente della Wada, smentito. Stefano Olivari su Indiscreto

(v. zagn.) Sarebbe meglio se Schwazer divorziasse da Donati.
Certo, il paladino dell’antidoping l’ha allenato benissimo, però è diventata una battaglia personale di Donati contro la Iaaf, contro tutto, così lo stesso Alex potrebbe esserne vittima.
Vorrebbe farlo correre in parallelo alla marcia olimpica.
Donati si era autodefinito consulente della Wada, che poi aveva smentito. Insomma è dura anche perchè Donati si è intestardito in questa lotta quasi personale.
Azzeccata la riflessione di Stefano Olivari, su Indiscreto.info.
di Stefano Olivari

Bisogna salvare Alex Schwazer, da se stesso ma anche da Sandro Donati. Nemmeno ora che il TAS l’ha squalificato per altri 8 anni la vicenda del marciatore azzurro è infatti vicina alla conclusione. Perché se la parte scientifica è stata chiarita, visto che la positività di Schwazer è stata riscontrata sia dai laboratori di Colonia sia di Montreal e il TAS non poteva certo smentirli a meno di non voler rimettere in gara centinaia di dopati, quella mediatica promette nuovi sviluppi: siamo in presenza di un ex dopato di nuovo trovato di positivo a un controllo antidoping, al di là delle cause (dolo, alimenti o integratori non controllati, tracce del passato, eccetera, ognuno ha la sua perizia di parte) della rilevazione dello steroide, eppure il suo entourage è riuscito a far passare nella testa di buona parte degli italiani che Schwazer sia vittima di un complotto. Doppio complotto, anzi, perché il vero obbiettivo sarebbe Donati stesso, per le sue battaglie contro il doping e per i suoi rivoluzionari (parole sue) metodi di allenamento: gli stessi metodi che hanno fatto marciare lo Schwazer ‘pulito’ più veloce del vecchio Schwazer dopato, doppiando anche le distanze, perché come è noto il doping fa andare più piano.

Che la Iaaf venga da decenni di marciume e di copertura di stati-canaglia (la Russia era uno dei peggiori, ma non certo l’unico) è un fatto, denunciato da Donati e da altri, ma che abbia un qualche interesse nel perseguitare un marciatore italiano, magari con la connivenza della Wada (l’agenzia antidoping di cui Donati asseriva di essere consulente, prima di venire smentito), è invece difficile da credere e soprattutto da dimostrare. Senza contare che l’operazione Schwazer ha sempre avuto il sostegno concreto del Coni e della Fidal, correttamente ringraziati da Donati, enti di cui è palese l’imbarazzo. Il problema è adesso un altro, visto lo sconcerto creato all’intervista rilasciata nella notte da Schwazer all’agenzia Agi: dall’idea donatiana di fare una 50 chilometri solitaria in concomitanza con la gara olimpica a quella ancora più balzana di puntare sul triathlon (Schwazer, ragazzo intelligente per quanto con vari problemi, ha osservato che non sa nuotare), emerge un ego smisurato e senza basi concrete. E non ci stiamo riferendo a quello dell’atleta, ma a quello di chi si era troppo innamorato di un’idea e della ribalta personale.

Poi buona parte delle denunce riguardo al sistema della marcia (a partire dai giudici e dai loro avvertimenti) sono fondate, ma la doppia positività di Schwazer rimane. A meno di non voler direttamente abolire la marcia, idea che non sarebbe poi nemmeno strampalata. Qualche mese fa Sandro Damilano, adesso allenatore dei cinesi (antipatizzante, ricambiato, di Donati) e guida tecnica dello Schwazer oro di Pechino, dichiarò al Corriere della Sera di temere per il migliore dei suoi allievi una deriva umana tipo Pantani. Se non si libera del vittimismo e del donatismo (Primo e unico comandamento: sono tutti dopati tranne noi) è possibile che questo accada.

A cura di Francesco Delendati

Da Libero, Fabrizio Biasin. “Ode smisurata a Franco Bragagna, il re del “racconto” (pure a Rio)

(v.zagn.) Il pezzo di Fabrizio Biasin sull’idolo Franco Bragagna. A sorpresa perchè lui stesso mi raccontava: “Impossibile che Libero parli bene della Rai…”. Invece, è accaduto ed è strameritato.

http://www.liberoquotidiano.it/news/rullo/11941965/ode-smisurata-a-franco-bragagna–il-re-del–racconto—pure-a-rio-.html

di Fabrizio Biasin

Questo è un pezzo con davvero poco costrutto, nessun dato certificato, zero ricerca. Questo è un pezzo da vergognarsi, perché scritto senza lucidità e in maniera del tutto soggettiva. Questa è un’ode sperticata rivolta a Franco Bragagna, telecronista Rai.

Franco Bragagna sa tutto. Tutto. Forse si serve di suggeritori esperti, forse può disporre di succulenti «Bignami» dai quali attinge, ma quando parla sembra la Treccani. Lo abbiamo notato nella notte tra venerdì e sabato, durante l’inaugurazione dei Giochi, ma lo sapevamo già: Franco Bragagna è un fenomeno del racconto sportivo in presa diretta.

I «Bignami», per dire, se anche esistono non gli servono a una mazza quando si tratta di discutere di atletica. Se tu, «tizio», hai partecipato anche solo a un’edizione dei Giochi della Gioventù, Franco Bragagna lo sa e te lo racconta: «Quella volta a 12 anni andasti maluccio nel triplo. Se non erro fu colpa del “jump”». E tu: «Scusi Bragagna, io non me lo ricordo». E lui: «Fidati, ma ora vattene che devo recitare a memoria la composizione della staffetta 4×100 del Laos».

Franco Bragagna è la Bibbia dell’atletica, ma soprattutto è maestro del racconto. Quando parla non usa enfasi «a caso», se si gasa c’è un motivo, un perché. Altrimenti, semplicemente, ti dice quello che vede. Franco Bragagna, a volte, rischia la figura da «saputello», ci tiene a far vedere che ne sa più di chi gli sta attorno e il dato di fatto è che sì, 99 volte su 100 ne sa più di chi gli sta attorno.

Franco Bragagna non lo dice perché non è pirla, ma se Mamma Rai glielo chiedesse, lavorerebbe anche gratis. Lo farebbe per l’azienda e per l’amore bestiale che prova nei confronti di pentatleti, centometristi, astisti, lanciatori del peso e per Attilio Monetti, storica ex seconda voce. Capisci dal tono di voce che per lui «il racconto dell’atletica» è una missione, lo intuisci da quello che dice e da come lo dice. Franco Bragagna ti fa venire voglia di sport perché trasmette la sua, di voglia. A volte eccede, non si trattiene, dice la sua su faccende scomode, fa capire che su Schwazer ha la sua bella opinione e se ne frega se qualcuno gli fa notare «non si fa».

Franco Bragagna, come tutti, non è perfetto, ma l’altra sera ha raccontato la storia del portabandiera di San Kitts e Nevis come fosse figlio suo e, scusatemi, io mi sono emozionato.

 

Da Atleticalive.it, Andrea Benatti. Su Libero l’ode smisurata a Franco Bragagna, re del “racconto”. “Ma le digressioni non devono diventare il focus”

(v.zagn.) L’interpretazione del pezzo su Libero, di Fabrizio Biasin, da parte di Andrea Benatti, di atleticalive.it

http://www.atleticalive.it/31340/lode-smisurata-a-franco-bragagna-re-del-racconto-su-libero-e-la-nostra-risposta/

Fabrizio Biasin, sull’edizione odierna di Libero, si lancia a quella che lui stesso definisce una “ode smisurata” a Franco Bragagna, The Voice per quanto riguarda l’atletica leggera, come noto. Ma non solo, se seguite gli sport invernali. L’articolo mette a nudo le indubbie capacità di Bragagna, e ci siamo permessi, in fondo, di dire la nostra. L’esordio dell’articolo è peraltro pirotecnico:

“Franco Bragagna sa tutto. Tutto. Forse si serve di suggeritori esperti, forse può disporre di succulenti «Bignami» dai quali attinge, ma quando parla sembra la Treccani”.

Biasin rivela che la folgorazione gli sarebbe arrivata durante la cerimonia di inaugurazione della Olimpiadi.

“Franco Bragagna è un fenomeno del racconto sportivo in presa diretta. I «Bignami», per dire, se anche esistono non gli servono a una mazza quando si tratta di discutere di atletica”.

L’articolo, dopo aver raccontato un dialogo chissà se aneddotico o inventato, continua con gli elogi:

“Franco Bragagna è la Bibbia dell’atletica, ma soprattutto è maestro del racconto. Quando parla non usa enfasi «a caso», se si gasa c’è un motivo, un perché. Altrimenti, semplicemente, ti dice quello che vede. Franco Bragagna, a volte, rischia la figura da «saputello», ci tiene a far vedere che ne sa più di chi gli sta attorno e il dato di fatto è che sì, 99 volte su 100 ne sa più di chi gli sta attorno”. 

Secondo il giornalista di Libero, Bragagna lavorerebbe pure gratis per la Rai, ma chiaramente non lo dice perchè “non è un pirla”. E lavorerebbe gratis:

“…per l’azienda e per l’amore bestiale che prova nei confronti di pentatleti, centometristi, astisti, lanciatori del peso e per Attilio Monetti, storica ex seconda voce”.

Il pezzo si conclude così:

“Capisci dal tono di voce che per lui «il racconto dell’atletica» è una missione, lo intuisci da quello che dice e da come lo dice. Franco Bragagna ti fa venire voglia di sport perché trasmette la sua, di voglia. A volte eccede, non si trattiene, dice la sua su faccende scomode, fa capire che su Schwazer ha la sua bella opinione e se ne frega se qualcuno gli fa notare «non si fa». Franco Bragagna, come tutti, non è perfetto, ma l’altra sera ha raccontato la storia del portabandiera di San Kitts e Nevis come fosse figlio suo e, scusatemi, io mi sono emozionato”.

Biasin, a mio parere, ha centrato l’obiettivo. Bragagna è il re del racconto televisivo. Negli anni lo ha sempre più affinato sino a trovare una teatrale impostazione del narrato, un timbro di voce ricercato, potente, ipnotico. E non poteva che fare centro in una manifestazione come l’inaugurazione dei Giochi Olimpici. I tempi necessariamente rallentati della rappresentazione hanno indubbiamente ingigantito le sue capacità. Aggiungiamo che il bagaglio culturale del giornalista Rai è di proporzioni abnormi: del resto come sarebbe possibile mettersi davanti ad un microfono (come fanno diversi suoi colleghi) senza conoscere il linguaggio di uno sport, senza conoscerne il passato e il presente di quello stesso sport, senza conoscerne i retroscena e gli aneddoti? Incredibile ma vero, molti lo fanno, svilendo lo sport che raccontano, mancando di rispetto ai suoi attori.

Detto questo, però, una critica la voglio fare. E’ proprio il punto di forza sottolineato da Biasin, il narrato di Bragagna, che non collima più con il racconto in presa diretta dell’atletica. Le invasioni spaziali del racconto invadono sempre di più la stretta attualità, la diretta, l’entusiasmo crescente dell’evolversi delle gare. Il narrato ruba spazio a fette alla creazione della suspense che dovrebbe portare il telespettatore ad essere coinvolto sempre più nella gara, sino all’apoteosi dell’ultimo rettilineo o dell’ultimo salto. La caratterizzazione dei personaggi è fondamentale, ma lo spettatore paga il biglietto per guardare una rappresentazione, non per conoscere quello che è successo dietro le quinte prima di salire sul palcoscenico. Per quello, i tempi televisivi, danno modo di farlo.

Il racconto, durante le dirette, dovrebbe (secondo me) essere quello dell’evento stesso, portando nei tempi morti alle digressioni e agli approfondimenti. Ma se le digressioni divengono il focus, trasformano inevitabilmente le immagini in qualcosa di poco comprensibile: una sorta di “dislessia” tra immagini e parole. Tra l’altro poco aiuta Bragagna la scelta delle telespalle, che inevitabilmente sembrano essere relegate a comparse (oltre agli interventi di personaggi singolari che si esibiscono in veri e propri sproloqui di saccenza che costringono lo zapping ad un migliaio di telespettatori al minuto di esibizione, o al tasto “muto”). Ecco, lo spettatore dello sport del XXI secolo vuole “velocità”, “attaccamento all’immagine”, trascinamento, esaltazione. Il racconto deve aiutare a creare l’attaccamento all’immagine, non la sostituzione tout court. Vuole notizie durante la gara della gara, non del prima e del dopo: per quello c’è tempo.

Ecco, secondo me Bragagna ha raggiunto un livello di evoluzione che dovrebbe portarlo a trovare un ruolo come quello di su Sky. Un giornalista che racconta storie, che porta i telespettatori ad innamorarsi delle gesta di sportivi di cui non conosceva i reconditi retroscena. L’altro giorno sono riuscito ad impressionarmi di un servizio di Buffa sul telecronista televisivo uruguaiano Victor Hugo Morales che lavora per la TV argentina, e che raccontò con la maggior enfasi mai sentita in tv il gol di Maradona ai mondiali di Mexico ’86. Poesia, giornalisticamente parlando, benchè l’argomento sia del tutto inusuale e probabilmente poco attrattivo. Ecco, Bragagna forse è ad un livello in cui la cronaca diretta degli eventi gli è diventata troppo stretta (del resto ha vissuto tutto quello che è successo nell’atletica negli ultimi 30 anni…  dal vivo) e che probabilmente dovrebbe trovare un suo posto come narratore della storia dello sport.

Il Riformista, 2010. Il ritratto di Franco Bragagna, insegnante di geografia, storia e cultura sportiva a milioni di italiani: atletica, sci di fondo, olimpismo. “Non faccio sconti a nessuno”

Franco Bragagna, telecronista Rai
Franco Bragagna, telecronista Rai

Questo articolo, rarissimo, per me, di commento, uscì nell’autunno 2010, su Il Riformista, grazie a Massimiliano Gallo.

Vanni Zagnoli

Questo è un elogio di Franco Bragagna, 51 anni e 4 figli, padovano che lavora a Bolzano, nella sede del Trentino Alto Adige. E’ il miglior giornalista sportivo della Rai, peccato non si occupi di calcio, perciò non sarà mai popolare quanto Martellini e Pizzul o, adesso, Fabio Caressa di Sky. E’ competente, brioso, il suo entusiasmo è rapportato all’impresa, non si mette a strepitare come un ossesso qualsiasi. E’ cultura, ovvero geografia e storia, dizione e pronuncia perfetta, di tutti i cognomi stranieri. Declamati senza incertezze, altrochè dal “nome impronunciabile”. “Troppo comoda cavarsela così”, l’ha detto anche in diretta, lo scorso weekend.
Domenica sera è calato il sipario sui campionati europei di atletica leggera, Bragagna è stato il mattatore, lo è dalle Olimpiadi di Barcellona ’92, quando si rivelò, ma alla radio, affiancando Ettore Frangipane, stessa base operativa ma agli antipodi come personaggio. Franco è tecnica e tattica, previsione del tempo o della misura. All’imbocco del rettilineo la voce si impenna, se davvero c’è aria di primato o comunque di impresa sportiva di rilievo. E’ stakanovista del microfono, parla ore regalando qualche battuta. Quelle mai arrivano prima del racconto, sono un dippiù: cazzeggio circoscritto, prevale la disquisizione. Gli aneddoti sono finalizzati a far capire, arricchiscono l’appassionato e appagano chi segue solo l’evento dell’anno per la regina degli sport olimpici. Commenterebbe alla grande anche la Nazionale di calcio, lì sarà il vicedirettore Bruno Gentili a rilevare il pacato Marco Civoli.
Il taglio di Bragagna è internazionale, racconta le gesta di atleti e paesi che magari all’italiano medio interessano poco, spesso trascura gli azzurri che in gara non sono protagonisti. E’ mosso da fairplay e non fa sconti. “A nessuno”. A un convegno sul doping anni fa parlò della piaga nel ciclismo, era presente la campionessa olimpica Antonella Bellutti, che non la prese bene. Al Mondiale di Siviglia del ’99 vinse l’oro nel lungo Niurka Montalvo, cubana naturalizzata spagnola che all’ultimo salto superò Fiona May. Le riprese mostrarono la scarpa della padrona di casa al limite della striscia bianca, i giudici convalidarono perchè la plastica morbida era intatta. “Se non c’è segno non c’è fallo”, commentò il portavoce della Iaaf, Giorgio Reineri. Giusto, anche secondo Bragagna, il marito-allenatore di Fiona, Gianni Iapichino, non ha mai perdonato al commentatore di non essersi battuto per la revoca dell’oro all’avversaria: “Fiona fa l’atletica per arrivare a vincere, non per prendere fregature”.
Ecco, “sòle” al telespettatore Bragagna non ne rifila mai.

Il Gazzettino, Padova. La storia dell’ex ct dell’atletica Francesco Uguagliati: “Il Cus ha cresciuto 4 campioni, due presidenti di federazione e anche Ponchio, altro ex dt. La maratona di Venezia, i record nazionali delle staffette femminili, il miglior Europeo di cross. Poi c’è stato un regresso continuo”

L’integralità dell’intervista all’ex ct dell’atletica Francesco Uguagliati, uscita martedì sulla pagina di Padova de Il Gazzettino. In copertina è a sinistra, accanto all’ex presidente federale Franco Arese.

Vanni Zagnoli
Quattro anni fa, Francesco Uguagliati era il ct dell’Italia dell’atletica, alle olimpiadi di Londra. Arrivò solo il bronzo di Fabrizio Donato, nel triplo, e allora il tecnico padovano venne sostituito dal ferrarese Massimo Magnani, eppure i risultati non sono migliorati.

Uguagliati, il tutto com’è iniziato?
“L’atletica ha sempre permeato la mia vita, da quando avevo 13 anni. Gli studi partono dal liceo scientifico e approdano successivamente all’Isef. Contemporaneamente inizio a insegnare a scuola e ad allenare, in primis a Camposampiero, dove esiste in embrione la società che crebbe Chiara Rosa: il suo allenatore Enzo Agostini, di Borgoricco, è stato mio atleta, praticava il lungo”.

Fece il militare nel gruppo sportivo dell’aeronautica, iniziò ad allenare al Cus Padova.
“Entrai nel consiglio e ancora oggi sono vice presidente. Lì erano cresciuti Salvatore Morale, primatista europeo sui 400 ostacoli, nel 1962, e Giovanni Evangelisti, bronzo a Los Angeles ’84, nel lungo. E poi due padovani: il canottiere Rossano Galtarossa, sul podio in 4 olimpiadi, e la schermitrice Francesca Bortolozzi, due ori olimpici a squadre nel fioretto”.

Il Cus fra l’altro ha dato allo sport italiano due presidenti di federazione: Sergio Melai (hockey su prato, anche membro di giunta Coni) e Antonio Di Blasi, e due dt dell’atletica.
“L’altro è Dino Ponchio, oggi commentatore Rai, già mio allenatore”.
Nel frattempo lei proseguiva gli studi…
“Oggi lo chiamerebbero master, erano due anni, all’epoca era un corso di specializzazione che organizzava il Coni con l’Isef dell’Aquila, in atletica leggera. Quando è stata istituita, ho ottenuto anche la laurea in scienze motorie”.

Nel contempo fu eletto per un quadriennio nel comitato regionale veneto della federazione, poi ne divenne il responsabile tecnico.
“Nell’86 fondai con Piero Rosa Salva, all’epoca presidente del comitato veneto, la maratona di Venezia, lasciata dopo 5 anni. Anche perchè fui nominato responsabile tecnico del nordest”.

Nel 1997 il distaccamento in federazione, come capo settore della velocità.
“Undici anni fa arrivò la responsabilità dell’attività giovanile, nel 2009 la direzione tecnica”.

Era stato velocista, ma non di grande valore…
“Facevo i 100 piano… Il meglio l’ho dato da tecnico, in particolare sugli ostacoli, senza disdegnare i salti. In nazionale ho seguito le donne che hanno ottenuto record italiani nelle staffette, la 4×100 e la 4×400, partecipando a mondiali e olimpiadi, di Sydney 2000: ovvero Pistone, Graglia, Grillo e Levorato; De Angeli, Spuri, Carbone e Perpoli”.

Di cosa va più orgoglioso?
“Al di la delle medaglie vinte e dei piazzamenti ottenuti con la mia conduzione tecnica, resta il lavoro fatto sui giovani: con la saltatrice in alto Alessia Trost e la marciatrice Antonella Palmisano, con il triplista Daniele Greco e con Gianmarco Tamberi, che purtroppo non saranno a Rio. Ecco, mi viene da dire che in Fidal siano riusciti a far infortunare l¹unico atleta che poteva vincere una medaglia… Tantissimi altri sono cresciuti, abbiamo lavorato per coinvolgere, stimolare, a volte anche criticare i tecnici, ma in modo costruttivo”.

Formidabili, insomma, quei suoi 8 anni…
“L’obiettivo era creare nuova linfa per l’attività assoluta, perché “gli atleti passano ma i tecnici rimangono”. C’eravamo riusciti, purtroppo la nuova conduzione federale ha mandato tutto in malora.
Avevo terminato la conduzione tecnica con il miglior risultato di sempre agli Europei di cross nel 2012, con la rivelazione Daniele Meucci. Da quel momento è stato un continuo regresso, culminato nei disastrosi risultati degli ultimi campionati del mondo”.

Critica il presidente Alfio Giomi e il suo erede come dt, Massimo Magnani, però anche lei a Berlino 2009 tornò senza medaglie…
“Ma con 22 punti, considerati i piazzamenti nelle finali, mentre un anno fa a Pechino furono 10,5. Chiudemmo al 19° posto, contro il 29° dell’ultimo mondiale”.

Dagli Europei in Olanda, però, sono arrivate 7 medaglie…
“Si sono messi in mostra giovani e questo è positivo. E’ solo la seconda volta che si fanno prima delle Olimpiadi, considerata l’assenza stavolta della Russia sono andati peggio rispetto a Helsinki: tre quarti delle medaglie vengono dalla mezza maratona, che prima non c’era. In Finlandia, nelle prime 10 dei 400 c’erano 5-6 russe…”.

Ma anche lei lavorava con i giovani….
“Già. Greco era stato 4°, a Londra, senza dimenticare l’Europeo di Barcellona 2010, con il trionfo della 4×100, al record italiano: Collio, Donati, Di Gregorio e Checchucci cancellarono Pavoni, Tilli, Simionato e Mennea. E poi tante altre medaglie: molte più che in questo quadriennio”.

Quale cruccio le resta?
“Non aver potuto allenare integri sul piano fisico Manuela Levorato, di Dolo, e Luca Simoni, di Padova: entrambi ebbero problemi ai tendini d’Achille, operati più volte. Da un anno però hanno messo al mondo due gemelli e quello è più importante delle gare”.

Della vicenda Schwazer che idea si è fatto?
“Non amo parlarne. La magistratura farà il suo corso, come la giustizia sportiva. Mi auguro che Alex sappia trovare la giusta strada per la vita, qualsiasi essa sia, e anche guardarsi dentro per rimediare a quanto fatto verso Londra, non solo verso sè. E mi pare ci fosse riuscito, prima di questa nuova positività inattesa”.

A quali atleti è più legato?
“Tra i “vecchi”, Ruggero Pertile e Fabrizio Donato, esempi per i giovani. Pertile a 42 anni è da primi 8, dopo il quarto posto di un anno fa a Pechino, è di Villanova di Camposampiero. Mi spiace che manchi Chiara Rosa, di Borgoricco: abita a 4-5 chilometri da Ruggero, stimo tantissimo entrambi”.

Padova e il Veneto sono sempre stati una grande fucina di atleti?
“Anche oggi tantissimi giovani padovani si esprimono a buoni livelli in varie specialità. Esistono società storiche con un grande curriculum di maglie azzurre: il Cus ha festeggiato a maggio i 70 anni, le Fiamme Oro hanno vari atleti a Rio e poi Assindustria. Servirebbe solo un dialogo migliore fra le società, i tecnici e i dirigenti. Sarebbe bello creare unità di intenti, ognuno con il proprio ruolo, la propria storia e la identità, facendo convergere le migliori risorse”.

Uguagliati, oggi cosa fa?
“Seguo nella preparazione il pilota Luca Ghiotto, di Montecchio Maggiore, nel mondiale di GP2, sabato scorso è arrivato secondo. Collaboro con uno studio di mindroom, ovvero mental coach, per atleti di alto livello”.

E nel tempo libero?
“Amo la montagna, d’estate vado a passeggiare. Anche mentre parlo al telefono con lei…”.

A cura di Francesco Delendati

Il Gazzettino, Padova. La scheda su Francesco Uguagliati, una vita nell’atletica: la mamma ancora in vita a 91 anni, il papà fu canottiere; la moglie lavora in profumeria, le figlie studiano

(v.zagn.) Francesco Uguagliati è nato a Padova il 23 settembre del 1955, dunque ha 60 anni. Risiede a Camposampiero dal 1982. E’ sposato con Silvia Barutta, 56enne, che alle scuole medie fece atletica e da tempo lavora in una profumeria. Hanno due figlie: Beatrice, 25 anni, laureata in farmacia, e Francesca, 20, diplomata al liceo scientifico e ora iscritta a Padova a neuropsicomotricità dell’età evolutiva. Entrambe disputarono i campionati studenteschi di atletica, poi hanno praticato la ginnastica artistica, a livello amatoriale.

Il padre di Francesco, Tiziano Uguagliati, fece canottaggio, scomparve nell’87 a 70 anni; la madre Carla ha 91 anni. Fece solo i saggi da “giovane italiana”, al tempo del regime, ovvero ginnastica: “D’altronde – ricorda il figlio – la guerra non ha incentivato molto la pratica dello sport poiché c’era altro a cui pensare”.
Per 20 anni, Uguagliati insegnò educazione fisica, nei successivi 17 venne distaccato in federazione in vari ruoli. A quel punto tornò alla superiore Newton, di Camposampiero, contribuendo alla creazione del liceo sportivo, il secondo nato in Italia, alla fine degli anni ’90. Ha insegnato scienze motorie all’Isef e poi all’università di Padova e di Verona. E’ stato responsabile della velocità azzurra, poi del settore giovanile, ct dal 2009 al 2012.

A cura di Francesco Delendati