Archivi categoria: Ciclismo

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Dal 20 ottobre 2016, è attivo il nuovo sito vannizagnoli.it, con youtube. Grazie da Silvia e Vanni Zagnoli. E soprattutto dagli amici.

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Olimpiadi, ciclismo. Domani Elisa Longo Borghini, figlia dell’ex fondista Guidina Dal Sasso, sorella di Paolo, professionista, e figlia di Ferdinando, già istruttore di sci di fondo. La storia per famigliacristiana.it, 4 anni fa, dopo il bronzo mondiale

Nel ciclismo, domani gareggerà Elisa Longo Borghini (in copertina) figlia di Guidina Dal Sasso, ex fondista, sorella del professionista Paolo e figlia di Ferdinando, già allenatore di sci di fondo.

La storia scritta per famigliacristiana.it, 4 anni fa, dopo il bronzo mondiale.

http://www.famigliacristiana.it/articolo/longo-borghini-quando-lo-sport-e-di-famiglia.aspx

Vanni Zagnoli

Sono stati mondiali di ciclismo formato famiglia, per l’Italia. Moreno Moser si è messo in evidenza a 4 chilometri dall’arrivo, con una bella tirata in discesa, sul Cauberg, meritandosi i complimenti del ct azzurro Paolo Bettini: “Siamo di fronte a un gran corridore, basta farlo crescere”. A 21 anni, era il più giovane della corsa olandese, lo zio Francesco non fu tanto precoce. Peccato che fra i primi 10 sia arrivato solamente Oscar Gatto, 13°. In campo femminile è sesta Rossella Ratto, 18enne bergamasca sorella di Daniele, 22 anni, della Liquigas Cannondale. Quello è il team principe del ciclismo italiano, con 28 corridori divisi talvolta fra tre competizioni in contemporanea. In rosa c’è Paolo Longo Borghini, 31 anni, professionista dal 2004 e ottimo gregario, anche se mai selezionato per la Nazionale. La sorpresa è la sorella Elisa, 20 anni, a Valkenburg medaglia di bronzo, dietro all’olandese Vos e all’australiana Neyland, per la soddisfazione di papà Ferdinando, 72 anni, già istruttore di sci di fondo, e di mamma Guidina Dal Sasso, 54enne antesignana della valanga rosa del fondo.

Eccola qui, una delle famiglie più sportive del nostro paese. Tutto comincia con Ferdinando, ora in pensione, partito come tecnico giovanile e poi a livelli assoluti: dal ’72 al ’94 fu responsabile tecnico dei materiali delle nazionali di fondo, dunque sceglieva sci e scioline, bastoncini e scarpe.

Ha sempre fatto l’allenatore, stabilendo un gran feeling con atleti e ragazzi. Li sapeva coinvolgere e tenere vicini, a Ornavasso, comune piemontese di 3300 abitanti con una squadra di volley femminile in serie A2. Tuttora tanti genitori gli chiedono consigli sulle tabelle da seguire, anche nel ciclismo. Perché fu lui a mettere in bici i figli.

“E per questo sono orgoglioso del bronzo di Elisa – racconta -, un risultato emozionante. Avevo allenato il fratello sino ai 22 anni, le stavo accanto e l’accompagnavo alle gare”. Sino alla scorsa stagione, quando lasciò a Paolo Slongo, preparatore della Liquigas. La più nota della famiglia è sempre stata Guidina Dal Sasso, azzurra sino a 40 anni, con la partecipazione a 15 coppe del mondo, 3 olimpiadi e 6 mondiali. Gareggiò sino a 44 anni, prima di fare l’enplein sui circuiti delle maratone di neve, a partire dalla Marcialonga, esclusa la Vasaloppet, famosa gara norvegese. “Mi aggiudicai – ricorda con orgoglio – il titolo iridato di ski roll, ovvero lo sci a rotelle, e persino il bronzo al campionato del mondo di corsa in montagna”.

In casa Longo Borghini la famiglia è il valore fondamentale. “Ci si dà una grossa mano, uno per tutti e tutti per uno, in senso letterale. Ciascuno è di supporto all’altro, si dialoga, ascoltandosi”. Entrambi i figli sono nati il 10 dicembre, quasi un segno del destino. Il primogenito Paolo è sposato da 6 anni con Kimberly Danza, americana del Montana, istruttrice di pilates, nota tecnica di rilassamento e allunghi, e maestra di sci. Hanno due figlie, Anna di 3 anni e Marta, 9 mesi, felici di crescere a 300 metri dalla casa dei nonni paterni, nella provincia di Verbano-Cusio-Ossola, terra di laghi (Maggiore) e monti (Rosa). A proposito, il presidente Massimo Nobile spera nella creazione della provincia di quadrante, con Novara, Vercelli e Biella, un’altra opzione prevedeva l’unione con la sola Novara, la terza addirittura il fuori regione, con Varese, per congiungere le sponde del lago.

I Longo Borghini condividono tutto, abbinando volentieri ciclismo e fondo. “Discipline di fatica – spiega Paolo -, una complementare all’altra, serve qualità aerobica. Un corridore deve pure essere fondista, tant’è che d’inverno magari scia, e molti fondisti d’estate si allenano in bici”. Nessuna pressione dai genitori, Elisa e Paolo sono stati liberi di scegliere lo sport preferito. Alla bici lui arrivò grazie a Germano Barale, 76 anni, ex professionista, e al figlio Florido, con i consigli di Marco Della Vedova, ex pro, con Liquigas e Lampre. Elisa cominciò a 8 anni, all’inizio correva con i maschietti.

“Qualche volta li battevo pure – rammenta -, così mi è nata la passione per le due ruote. Fin da piccola vinsi, tanto e in tutte le categorie”. Il primo successo assoluto è stato a maggio, a Montignoso, in Versilia, poi la maglia bianca di miglior giovane, al Giro d’Italia, di Germania (Thuringer) e d’Olanda: un mese fa il bronzo agli europei a cronometro, vinti pure dalla regina Marianne Vos, sempre sul circuito del terzo posto di sabato. Le corse in bici sono programmate spesso nei fine settimana, ma quando è possibile Elisa e Paolo vanno a messa, sul posto della gara o in paese. Resta una profonda fede, rafforzata dalla madonna del Boden, santuario mariano sui monti di Ornavasso, molto amato dai ciclisti, come dimostrò l’arrivo del Giro a Macugnaga, l’anno scorso. Ancor più venerata è la Madonna del Ghisallo, in provincia di Como, protettrice universale dei corridori. “Là – conferma mamma Guidina – vanno ciclisti da tutto il mondo, portando un oggetto o la maglia di gara, lasciando ex voto”.

Ospita la bici di Fabio Casartelli, morto nel ’95 per una caduta al Tour de France, e un museo con foto e ricordi, raccogliendo le visite di giovani, amatori e professionisti. A ottobre sarà festa, con la settimana del Ghisallo, e don Luigi Farina, parroco di Magreglio, riceverà la delegazione verbana.

“La nostra famiglia è andata più volte, in questa occasione faremo un gemellaggio, una pedata cicloturistica fin lassù e a primavera sarà ripetuta al contrario, sempre come momento di ringraziamento e devozione”.

Paolo ha rinnovato il contratto con la Liquigas sino al 2014, a casa sono i genitori a dare una mano. “Stiamo assieme il più possibile – sottolinea Guidina -, condividiamo educazione e crescita delle nipotine, è importante pure zia Elisa. Il legame è profondo e quando possiamo seguiamo in gara i figli. Prima dello sport è sempre venuta la famiglia, lasciavamo da piccoli li lasciavamo soli il meno possibile, magari affidandoli ai nonni”.

Ora Dal Sasso è assessore provinciale allo sport, si impegna al massimo per la sua terra, mentre Elisa e Paolo sovente si allenano assieme. “Mio fratello è il faro – ricorda la giovane medaglia di bronzo –, mi dà consigli, anche tecnici, sui comportamenti in certe situazioni di corsa”. Ha imparato tanto dalla svedese Emma Johansson, bronzo iridato due anni fa, e gareggia per la norvegese Hitec Products-Mistral Home. “Tengo a formarmi anche culturalmente, amo le lingue e fra noi ragazze parliamo inglese. Studio scienze delle comunicazione, avevo frequentato l’istituto tecnico per il turismo. La squadra è sorta vicino a Oslo, ma una sede di allenamento è in Belgio”.

Paolo corre, segue in particolare Ivan Basso, è un gregario anche di Nibali e dello slovacco Sagan, ha scelto la via del sacrificio per gli altri, mentre la sorella brilla già di luce propria e sul podio lamentava addirittura di non essere stata convocata per l’Olimpiade. Alla madre sono arrivati centinaia di complimenti, su tutti i messaggi di Claudia Giordani, ex sciatrice, e Maurizio Damilano, olimpionico a Mosca 1980 e ora presidente della marcia mondiale. “La vittoria – conclude mamma Guidina – è sempre una grande gioia, anche in competizioni meno importanti. Lo sport dev’essere pure divertimento, gioco e crescita: viaggi e ti confronti, conosci paesi e genti, fai nuove amicizie. Offre apertura mentale, ti rapporti con gli altri e le stimolazioni sono assortite. Apre gli occhi su preconcetti, vai incontro al futuro in maniera positiva”. Lei è vicentina, dell’altopiano di Asiago, lassù diede alla luce Paolo e ha ancora genitori e fratelli. “Ci torno raramente, ma è una terra fantastica”. Fantastica è pure la storia di questa famiglia sportiva, lontana da riflettori e grandi guadagni, ma zeppa di valori.

A cura di Francesco Delendati

Ciclismo, Cavendish alla terza vittoria su 4 volate al Tour. Vorrei farlo raccontare da Alessandro Petacchi e da Maio Cipollini

(Vanni Zagnoli) Mark Cavendish vince la sua terza tappa in questa edizione del Tour de France,  la terza volata su quattro. Il ciclista britannico nativo dell’Isola di Man arriva così al 29° successo di tappa nella corsa  francese, dietro solo a Eddy Merckx (34).

Sarebbe bello farlo raccontare da due ex colleghi, Alessandro Petacchi e Mario Cipollini.

In copertina la lotta in volata tra Cavendish e Greipel al Tour de France 

A cura di Francesco Delendati

Da Rivistaundici, Emanuele Prina. Scrivere di Tour e di girasoli, l’intervista a Gianni Mura, sui paesaggi francesi e sul giornalismo

(v.zagn.) Gianni è il miglior giornalista sportivo italiano, non solo l’erede di Gianni Brera

http://www.rivistaundici.com/2016/06/29/gianni-mura-tour-de-france/

di Emanuele Prina

Dice che quando Repubblica lo lascerà a casa continuerà a partecipare al Tour a sue spese scrivendo pezzi per un giornale povero. Dice che quando non potrà più seguire il Tour si sentirà amputato di una parte del corpo (forse di una parte del cuore). Dice che il Tour è la Francia come la baguette, la voce di Édith Piaf, le Gauloises senza filtro e il pastis. Gianni Mura è pioniere del vecchio giornalismo del “colore”, l’ultimo scrittore-inviato al Tour de France che è l’amore della sua vita, oltre alla moglie Paola. «Ma non è gelosa, mia moglie». Ed è l’unico non francofono ad aver vinto il premio Blondin per la sua prosa: «Sì, è un premio molto importante. Blondin era giornalista de l’Equipe e scrittore che ha seguito il Tour per circa 25 anni. Meno occasionale di Buzzati, Pratolini, Gatto. Era proprio una firma. Siccome sono il primo non francofono a vincerlo mi ha fatto piacere. Anche perché era un premio legato alla scrittura. Hanno fatto una cosa carina sul podio: c’era il direttore del Tour, c’era Hinault che mi ha dato il premio, c’era un po’ di gente a batter le mani. Ero contento, ho pensato di essermelo meritato, in fondo».

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1979, il Tour passa da Fleurance sui Pirenei (Afp/Getty Images)

Gianni, tra non molto farai ritorno a “casa”, nella tua Francia, per il Tour. Sei impaziente?

Aspetto il Tour con relativa impazienza. Prima del Tour ho da seguire gli Europei, quindi non mi sono ancora calato nell’ottica. Diciamo che io entro nel Tour quando la macchina parte da Milano, allora mi carico di libri, cd, con l’addetto stampa di minimum fax Alessandro Grazioli. Per entrambi è come andare in ferie.

Sarà il 30° Tour da inviato, o meglio da suiveur, se così ancora si può dire: quanto e come è cambiata la Grande Boucle dal lontano 1967, anno della tua prima esperienza? 

Sono stato un suiveur per alcuni anni. Non mi ritengo più tale perché non sto in coda al gruppo e non lo sorpasso quando posso. La differenza più grossa è che non siamo più nel vivo della corsa, ma siamo spettatori un minimo privilegiati rispetto a chi sta a casa davanti alla tv. Poi magari io vado all’arrivo e vedo Nibali, riesco a strappare due parole. E questo è l’unico vantaggio, per il resto non ce ne sono. Questo è un cambio enorme e ti condiziona anche il modo di lavorare. Vanno pochissimi giornalisti italiani al Tour rispetto una volta. C’erano almeno dieci macchine di giornali. L’anno scorso ce n’erano tre: la Gazzetta, noi (Repubblica, nda) e il Corriere della Sera. Tra il momento di crisi, il fatto di risparmiare, il fatto che si spende più volentieri per il calcio… Adesso che c’è Nibali almeno qualcosa in più c’è. Questo mi spiace perché il Tour è il Tour anche se il primo italiano arriva ottavo. Nei giornali non fanno questi calcoli per Wimbledon e Roland Garros anche se non vince un italiano. Mandano perché è Wimbledon, e al Tour bisognerebbe mandare lo stesso.

La prima immagine che ti viene in mente se pensi al Tour è sempre la stessa dal 1967?

Un campo di girasoli. È la prima immagine che mi aveva colpito sin dal ’67, ero nella zona tra Alby e Tolosa, a sud. Non è come vedere una cartolina. Se sei in mezzo a delle coltivazioni di girasoli che sono lunghe un chilometro, passarci di fianco ti impressiona.

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Cos’è il Tour de France?

Il Tour è qualcosa che anima il paesaggio. Il Tour è qualcosa che ha ancora l’effetto della festa del paese. È molto sentito dalla gente e anche nei paesi più piccoli, poveri. Mettono le bandierine, espongono delle bici d’epoca. Il fatto che il Tour le attraversi dà loro come una botta di vita e di colore. I francesi lo chiamano «fête de juillet». È come se fosse sempre domenica nelle tappe perché dove arrivi è una festa e per molti di questi paesi il Tour spesso segue strade secondarie. Un po’ per non dar fastidio alle grandi e un po’ per sua vocazione. E quindi attraversi davvero dei paesini che non ci sono neanche sulla carta geografica, per i quali l’unico avvenimento è che ci passa il Tour. Magari ci passa per 5 minuti ed è finito, però loro aspettano tutto l’anno. Montano le panchine, quasi sempre c’è un barbecue o comunque preparano delle robe all’aperto. Si organizzano bene con le bottiglie di vino, la birra, le salsicce e le bici e i festoni di carta, «vive le Tour», «merci le Tour». È qualcosa di ingenuo e anche di spontaneo.

Cosa ti piace di più della Francia?

Mi piace moltissimo la cultura, ma anche il fatto che la Francia è piena di licei “Jacques Brel”, palestre “Brassens”. È come se da noi ci fossero tantissimi istituti per geometri “De Andrè” oppure dei licei “Tenco”. Mi piacciono molto i loro scrittori, soprattutto i loro poeti, e moltissimo le loro canzoni. Già ero un po’ influenzato da ragazzo sui cantautori italiani. Io praticamente acquisto solamente cantautori francesi. E poi mi piace molto il rispetto per la natura e per il paesaggio che c’è da loro, è molto più alto che qua: la tutela del verde; la bellezza dei boschi. E anche la pulizia. Dopo quattro ore che è passato il Tour hanno già ripulito tutto, è tutto seminato di cesti per la raccolta di bottigliette, lattine. C’è proprio un servizio “scopa”.

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Brindisi nei dintorni di Rennes nel 1991 (Vincent Amalvy/Afp/Getty Images)

 

Perché il Giro in Italia non ha lo stesso peso del Tour in Francia?

Io credo che l’abbia avuto e non ce l’abbia adesso. Cinquanta anni fa era molto sentito il Giro, specie nel dopoguerra. Ma lì c’era anche da fare i conti con uno spirito nazionale che cercava di rimettersi in piedi in un Paese distrutto, quindi il Giro era una specie di filo che a modo suo ha contribuito a cucire il Paese. Si può dire che il ciclismo, che era una specie di sport nazionale, ha ceduto al calcio. Forse è mancato dopo Pantani quel campione che calamita l’attenzione. Forse c’è molta più diffidenza. Un po’ perché la bici curiosamente è uno strumento d’avanguardia. La bici in città, per esempio, ha sempre più praticanti. Il turismo in bici, la pista ciclabile. Tutto questo va benissimo con l’ecosistema. Il ciclismo competitivo forse meno. Come si dice, il bello della bici è che non inquina, non fa rumore, la metti dove vuoi, ti fermi quando vuoi, non occupi parcheggi. Andare in bici al massimo della velocità non rientra in questa specie di “decalogo verde” e quindi è meno considerata. Diciamo che i ciclisti professionisti sono politicamente scorretti in uno sport che fa molto discutere sull’etica. Ma di fondo credo che manchi una grande rivalità com’era ai tempi Binda-Girardegno, Coppi-Bartali. È finita con Bugno-Chiappucci.

Non è più possibile inviare al Tour o al Giro poeti e romanzieri come negli anni Quaranta e Cinquanta? Potrebbe esser un’ottima idea visto che lo storytelling è particolarmente in voga di questi tempi.

Credo che i giornali non credano più molto nello storytelling, mentre comincia a crederci la televisione, vedi il successo di Buffa per esempio. Molti direttori di giornali non credono più nel pezzo lungo e scritto con un buon italiano perché dicono che la gente non ha tempo di leggere e invece non è vero. Io ho sempre sostenuto che questa fosse una balla, se uno vuole il tempo lo trova. Dipende cosa dai da leggere ai lettori. Non è che ha perso il fascino il racconto, l’ha perso presso quelli che spesso fanno i giornali e decidono come farli. Questo è, purtroppo.

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Cap Frehél, in Bretagna, il tempo è quello che è ed è il 1995 (Pascal Rondeau/Allsport)

Il Tour de France è paragonabile a una chanson de geste?

Sì, assolutamente sì. E infatti è una delle chiavi in cui viene ancora interpretato. È la durata che lo rende ancora una chanson de geste. Dall’inizio alla fine hai gli stessi protagonisti che quasi sempre ricoprono dei ruoli da commedia dell’arte: il bel giovane, il vecchio che non vuol morire, il cattivo, lo sfigato. Se al posto di chanson de geste dici “poema cavalleresco” è ancora più simile. Così anche per il Giro. Poi c’è l’equivalente degli attacchi, delle imboscate, della difesa del fortino, dell’attacco. 

Sei uno degli ultimi pionieri, se non l’ultimo, dei pezzi “di colore”: che succederà quando smetterai di scrivere sul Tour?

A me che sarò molto più triste, al resto del mondo non me ne frega più di tanto. Io spero che continueranno a esserci pezzi di colore perché credo in questo tipo di giornalismo che è un giornalismo più lungo che corto, più umano che superumano. Di Pantani avevo detto che sembrava uno che aveva rubato la bici e aveva bigiato scuola. Credo che proprio la retorica l’ho schivata. E quindi per questo tipo di giornalismo mi dispiace. Forse rispunterà quando tutti si saranno stufati di leggere dei pezzi che sembrano dei verbali di polizia stradale e forse ci sarà qualcuno che riporterà in alto il genere. Non si ritiene più necessario mandare al Giro giornalisti-scrittori com’erano Buzzati e Pratolini, è più facile che li mandino per un Mondiale di calcio. Io vedo un barlume di speranza in questo senso: questo tipo di giornalismo, a tanti o a pochi, per quanto mi risulta ancora a tanti, continua a piacere. Ma è abbastanza difficile tenerlo in vita. Pratolini o Gatto erano sempre l’inviato in più, di letteratura, rispetto all’inviato ciclistico. Io ho potuto tenerlo in vita perché ho fatto il triplo inviato in una persona sola, quello che chiamo “effetto spugna”: faccio la corsa, l’essenziale delle interviste e se c’è del colore ce lo metto. Una persona costa meno di due come inviato. Il fatto che io parli dei girasoli è perché essendo lì sento il dovere di dare qualcosa di quello che vedo. Le fasi di corsa il lettore le ha già viste. L’importante è rispettare l’importanza delle cose, per cui se c’è una tappa veramente “a tutta” possono anche esserci 700 chilometri di girasoli e io ne parlo appena; se non è successo un cazzo e devo fare come minimo 85 o 90 righe allora ci metto anche il paesaggio.

Le Tour de France 2012 - Stage Fifteen

Rogers, Wiggins e Froome al Tour 2012 (Bryn Lennon/Getty Images)

 

Chi vedi favorito per il Tour di quest’anno?

Non è un percorso particolarmente difficile. Io non vedo bene l’accoppiata Nibali-Aru, né per l’uno né per l’altro, anche perché hanno due modi diversi di correre ed è più facile che uno dia fastidio all’altro che non aiuto. Quindi non la vedo come un’unione che fa la forza. Io la vedo ancora come una storia tra Froome e Quintana per i primi due posti, poi per il terzo non lo so. C’è questo francese, Pinot, che non è male, è migliorato a cronometro ed è uno anche abbastanza spavaldo, ha del galletto, però becca sempre due giornate storte e al Tour è già tanto averne una. Landa vediamo, non è abituato a fare il capitano. A malincuore dirò ancora Froome, che non mi è per niente simpatico.

Federico Pellegrino vincitore della coppa del mondo sprint, 2015/16, parteciperà il 3 luglio alla corsa dles dolomites a Corvara in val Badia, Trentino Alto Adige

La Maratona dles dolomites.
La Maratona dles dolomites.

PELLEGRINO ALLA MARATONA DLES DOLOMITES

 

Federico Pellegrino, vincitore della Coppa del Mondo Sprint 2015/2016, parteciperà per la prima volta alla Maratona dles Dolomites domenica 3 luglio a Corvara, giunta alla 30 edizione.

L’allenamento in bicicletta è molto utile come preparazione fisico-atletica in vista della stagione invernale e Pellegrino, così come i suoi compagni della Nazionale, percorre parecchi kilometri come training estivo.

Saranno tantissimi i personaggi del mondo dello sport al via in Val Badia tra i 12mila iscritti, molti del mondo degli sport invernali, ed essendo dei campioni con indole competitiva non mancheranno di certo dei bei duelli sulle due ruote.

Federico prenderà il via del Percorso Corto: 55 kilometri, con 1.780 metri di dislivello.

 

“Per me è la prima edizione, – ha dichiarato Federico Pellegrino – la prima Granfondo in bici e non potevo scegliere “battesimo” migliore. Ci vuole, oltre che preparazione fisica, anche molta attenzione. Quest’anno mi cimento con entusiasmo per la prima volta in un contesto paesaggistico spettacolare, che ben conosco nella versione invernale quando gareggio sugli sci. Sarà bello condividere la fatica con i compagni di Sport e lasciare anche ampio spazio al divertimento, al godersi il percorso”.

 

Un ringraziamento agli Sponsor di Federico che saranno presenti alla Maratona dles Dolomites: Enervit, Sportful, Garmin.

 

 

 

Ufficio stampa Federico Pellegrino

Ciclismo, il Giro di Vincenzo Nibali, la rimonta epocale, il sorpasso su Marco Pantani. Ma era già il migliore degli italiani, non andava criticato

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di Vanni Zagnoli, con Silvia Gilioli

Libertè, egalitè, nibalitè. Due anni fa si celebrava così quel siciliano in giallo (in copertina), dopo essere stato in rosa e nel rosso della Vuelta.

Vincenzo Nibali rivince il Giro d’Italia, aveva un ritardo di 4’45”, giovedì, sembrava perso, era quarto, rischiava il podio. Non andava comunque crocifisso, perchè resta il migliore degli italiani, efficace anche nelle classiche di un giorno.

Non immaginavo avrebbe vinto, che sarebbe stato ancora un piccolo Fausto Coppi.

Aggiorniamo il palmares, gli applausi, tutto.

Compie il sorpasso sul mito Marco Pantani, è il più grande italiano forse dai tempi di Felice Gimondi. Peccato abbia 32 anni, sia esploso tardi. Gli manca solo il mondiale, ma già sarebbe un bel premio una medaglia. Ah, l’Olimpiade, dimenticavamo.

Intanto, Vincenzo è orgoglio di Messina e di Sicilia, del sud e dell’Italia. Del mondo. Domani la celebrazione a Torino

 

Caso Pantani, intercettazione shock. Così la camorra ha fermato il Pirata. Parla Tonina, la mamma di Pantani ” Marco lo ha sempre detto, era stato fregato. Ma Pantani non fu ucciso.

Uno scatto che rivela la consuetudine e la routine delle gare di Marco Pantani, abituato a dominare
Uno scatto che rivela la consuetudine, la routine delle gare di Marco Pantani, abituato a dominare

(vanni Puzzolo) Sicuramente la squalifica di Pantani del 1999, che gli fece perdere il Giro d’Italia, e la sua morte avvenuta il 14 febbraio del 2004, hanno un comune denominatore: la depressione  nella quale è piombato per la ingiusta squalifica e lo strapiombo che si è creato facendo ricorso alla cocaina.

Credo che le analisi siano state alterate, e credo che quel’emarocrito  alterato solo quel mattino, la sera prima era regolare, la procedura sbagliata e tante altre cose portano a credere che sicuramente Pantani è stato ” fregato.”.

L’apertuta dell’inchiesta sulla morte di Pantani, però non c’entra nulla, questa ipotesi sollecitata dall’avv. De Renzis, e dalla signora Tonina, mamma di pantani, secondo la quale Pantani era stato assassinato  nella stanza del residence Le Rose di Rimini, non ha trovato alcun riscontro, e l’inchiesta e’ stata archiviata.

Pantani, purtroppo , si era infilato nel tunnel della droga, e per gli spacciatori era una gallina dalle uova d’oro, nessuno aveva interesse ad ammazzarlo, e lui ha trovato la morte per un’ overdose, l’ipotesi di omicidio non ha trovato alcun riscontro giudiziario.

Di Alessandro Mazzarino

La verità fa male, lo si sa. Soprattutto se essa viene scoperta svariati anni dopo l’avvenimento di una terribile vicenda. E, ancora, se la verità diventa la conferma di ciò che si è sempre pensato.

Dodici anni dopo la sua morte, oggi si è scoperta la causa indiretta della scomparsa di Marco Pantani, deceduto per “overdose”. Lo storico ciclista faceva uso di cocaina, ma cosa lo ha indotto a far ciò?
Il 4 giugno 1999, un controllo antidoping a sorpresa rivela la positività di Pantani, il quale stava dominando il Giro d’Italia ed era ad un passo dalla vittoria, che invece se la aggiudica Ivan Gotti, in seguito all’esclusione del ciclista cesenate.

Un verdetto troppo ingiusto e difficile da digerire per il “Pirata”, che proclama la sua innocenza (inutilmente) e poco tempo dopo, abbandonato da tutti coloro che credevano in lui prima del test, cade nel tunnel della droga, morendo il 14 febbraio 2004.

Qualche anno dopo, Renato Vallanzasca rivela di esser stato avvicinato, in carcere, da un uomo: quest’ultimo gli avrebbe detto di non scommettere su Pantani, perché il “Pirata” non sarebbe arrivato alla fine del Giro.

Questione di soldi. E la conferma arriva oggi, quando SportMediaset manda in onda un’intercettazione telefonica tra un indagato (presente nella lista di coloro che facevano parte del carcere assieme a Vallanzasca) e un membro della sua famiglia: “La camorra ha fatto perdere il giro a Pantani, cambiando le provette e facendolo risultare dopato”.

Dichiarazioni terribili quelle fuoriuscite dall’intercettazione. Azione della camorra svolta con lo scopo di evitare lo “sbancamento”, dato che molti scommettitori avevano puntato sulla vittoria di Pantani.

Ecco le dichiarazioni di Tonina Pantani, la mamma del “Pirata”: “Queste parole fanno male, è una conferma di quello che ha sempre detto Marco. Lo avevano fregato e non ha mai accettato questa situazione”.

Una conferma arrivata, però, troppo tardi. L’inchiesta sulla morte di Pantani è stata chiusa con la richiesta di archiviazione per prescrizione. Questa conferma sta ad indicare che, ancora una volta, ingiustizia è stata fatta.

 

Ciclismo e sci di fondo. Filippo Ganna è campione del mondo di inseguimento su pista, Federico Pellegrino è il primo italiano a vincere la coppa del mondo sprint di fondo

Filippo Ganna è campione del mondo di inseguimento, a 19 anni
Filippo Ganna è campione del mondo di inseguimento, a 19 anni

C’è un filo rosso che accomuna le imprese di Filippo Ganna e Federico Pellegrino.

Il fondista è il primo italiano a vincere la coppa del mondo di sci di fondo, il titolo era atteso, grazie ai successi degli scorsi mesi. A 25 anni il valdostano è diventato il numero uno della specialità. In queste ore sentiamo ripetere che nessuno fuori dalla Scandinavia ha mai vinto il titolo, in realtà nell’albo d’oro c’è persino uno spagnolo, Muhlegg, oltre allo svizzero Dario Cologna.  Pellegrino è in realtà il primo non nordico ad aggiudicarsi la coppa sprint

L’impresa che non ti aspetti è di Filippo Ganna, piemontese di Verbania, 19 anni, che riporta in auge la pista italiana. L’ultimo vincitore italiano dell’inseguimento fu il ravennate Andrea Collinelli, 20 anni fa, a cui Ganna ha levato il primato italiano, mentre nel ’76 toccò a Francesco Moser inanellare uno dei tanti titoli.

In finale fa siglare  un 4’ 16” 141, surclassando il tedesco Domenic Weinstein, di 2 secondi buoni.

Il bronzo va al britannico Andrew Tennant.

Ganna è lontano parente di Luigi Ganna, vincitore del Giro d’Italia nel 1910. E’ dilettante, nella Colpack e su facebook si autodefinisce gatto di marmo. E’ alto uno e 93, di una fisicità straordinaria. Per le olimpiadi può giocarsi una medaglia, magari di nuovo d’oro

 

Ciclismo. Luca Paolini: “Volevo solo disintossicarmi dalle benzodiazepine, che usavo per dormire. Mai avuto altre dipendenze”

Luca Paolini
Luca Paolini

(v.zagn.)  Chi non ha mai preso qualcosa per dormire? Chi non è mai stato sopraffatto da ansia e depressione, ipertensione e stress, eccetera eccetera. Neanche ho letto la Gazzetta e l’intervista a Paolini, ho guardato rapidamente questo comunicato stampa ma mi sono immedesimato. Spesso mi aiuto con qualche goccia di Stilnox, per dormire, magari dopo avere mangiato erbazzone e paste, pizza o gnocco o altro, all’alba. Senza comportarmi da professionista.

Quindi, non crocifiggo Paolini.

 

Luca Paolini, a seguito della pubblicazione di taluni articoli apparsi su testate giornalistiche, per lo più straniere, successivi al rilascio della propria intervista edita sulla Gazzetta dello Sport in data 27 dicembre 2015, che ne hanno artefatto il senso e il contenuto, gettando discredito sulla sua figura, precisa quanto segue.

Mai il Sig. Luca Paolini è stato, né lo è tuttora, dipendente da cocaina, né, parimenti, mai si è recato presso alcuna struttura clinica per curare una asserita propria dipendenza da tale stupefacente. Corrisponde, invece, a verità che l’atleta, per curare una dipendenza da benzodiazepine contenute in semplici sonniferi, abbia intrapreso un percorso di disintossicazione, che nulla ha a che vedere con quanto erroneamente riportato nei predetti articoli giornalistici.

Il Sig. Luca Paolini, a tutela della propria immagine e reputazione, ha conferito, pertanto, mandato ai propri legali di procedere nelle sedi ritenute più opportune.

Parma. Adriano Malori e le under 18 del volley sono gli atleti dell’anno per i veterani. La suggestione della cerimonia presentata da Massimo De Luca.

Parma, 16.11.2015 - Sport: al teatro Regio consegna premio internazinale Sport e Civiltà 2015. FOTO MARCO VASINI Cell. 339.4333787 E-mail vasinimarco@libero.it
Parma, Sport: al teatro Regio consegna premio internazionale Sport e Civiltà 2015.
FOTO MARCO VASINI

Il sipario del premio Sport Civiltà di Parma questo pomeriggio si è alzato sulle suggestive note di un pianoforte e di una fisarmonica che hanno intonato la canzone ‘I ponti di Parigi’: un doveroso ed emozionante omaggio alla capitale francese dopo gli attentati del 13 novembre scorso. I Veterani dello Sport di Parma, che da 39 anni organizzano questo prestigioso riconoscimento per promuovere i grandi valori dello sport, sono riusciti anche quest’anno a radunare nel tempio della lirica, il Regio di Parma, grandi campioni del presente e del passato, autorevoli dirigenti ed importanti firme del mondo sportivo. Una serata ricca di emozioni, storie, racconti e grandi imprese, condotta dai giornalisti Massimo De Luca eFrancesca Strozzi.

PREMIO ATLETA DELL’ANNO
Se lo scorso anno il premio ‘Atleta dell’Anno’, in versione rosa, era stato assegnato alle azzurre del volley che avevano fatto innamorare l’Italia durante i mondiali di casa, quest’anno è stata la volta delle sorelle più giovani, le azzurrine che hanno regalato all’Italia la prima storica medaglia d’oro in un mondiale under 18. Sono salite sul palco del Regio Vittoria Piani, Paola Egonu (Mvp del torneo e miglior schiacciatrice ) Alessia Orro (miglior palleggiatrice) ed Alexandra Botezat, assieme al presidente della federazione Carlo Magri. Le quattro splendide ragazze, amanti della comunicazione ‘social’ che durante il mondiale avevano lanciato l’hashtag ‘noisiamonoi’, sono state interrogate da Massimo De Luca proprio sui tweet appena scritti e lanciati. Per Magri “Vincere il Mondiale è stata una grande impresa; non era facile perché eravamo favoriti ma loro sono state eccezionali e questo sarà un importante trampolino di lancio per il loro futuro”.

Un’altra storica medaglia premiata dai Veterani è stata quella di Adriano Malori, argento nella cronometro individuale ai Mondiali di ciclismo di Richmond (Usa), seconda medaglia per l’Italia dopo quella di Andrea Chiurato del 1994. Stuzzicato da Massimo De Luca sui quei 9 secondi che lo hanno separato dal bielorusso Kiryenka, vincitore dell’oro, Malori ha replicato: “Ci avevo quasi creduto… ma purtroppo lui ha fatto l’ultimo strappo più forte di me. Sono comunque molto felice per questa medaglia e adesso penso a Rio. Sfortunatamente ho trovato in internet il percorso e mi sono accorto che è molto impegnativo e non proprio adatto alle mie caratteristiche, ma l’Olimpiade è una grande opportunità e dovrò per forza adattarmi al percorso sia con la testa che con le gambe”.

PREMIO DIRIGENTE SPORTIVO
Per la categoria ‘Dirigente’ il premio quest’anno è andato a Giuseppe Marotta, il dirigente sportivo legato alla rinascita della Juventus. A Torino dal maggio 2010, ha portato alla corte della ‘Vecchia Signora’ giocatori del calibro di Pirlo, Vidal, Pogba e Tevez, permettendo ai bianconeri una striscia di successi tra cui 4 scudetti, una Coppa Italia e la finale di Champions League. “A 21 anni ero già direttore sportivo del Varese nella mia città natale, e da lì è partita la mia lunghissima carriera che mi ha visto approdare al Venezia, all’Atalanta, alla Sampdoria dove sono rimasto 10 anni, dopodiché nel 2010 ho deciso di accettare la nuova sfida di rilanciare la Juventus. Stasera ricevo un premio importante che non è solo merito mio ma di tutta la società, di tutti coloro che lavorano dietro le quinte. Abbiamo vinto 4 scudetti di fila e adesso sentiamo un po’ l’usura, e poi ci hanno lasciato tre grandi giocatori Pirlo, Tevez e Vidal. Abbiamo fatto una scelta responsabile investendo sui giovani che rappresentano il futuro e che sapranno dimostrare il loro valore. Non abbiamo motivo di rimpiangere nulla.” Alla domanda di De Luca sul mercato d’inverno, Marotta ha replicato: “Non credo che interverremo con nuovi acquisti, a meno che non si presentino grandi opportunità, ma non sarà facile soprattutto a gennaio”. E poi ha concluso “ Spero di rivedere presto il Parma in serie A”.

PREMIO SPECIALE
Premio speciale, infatti, è stato assegnato al rinato Parma Calcio. Dalle ceneri di pochi mesi fa è rifiorito il nuovo Parma Calcio, attualmente dominatore del proprio girone del campionato di serie D. Tutto questo è stato possibile, oltre che alla generosità e alla passione dei molti tifosi, anche grazie ad una dirigenza seria e vicina al territorio, guidata dal grande Nevio Scala, allenatore del grande Parma dall ’89 al ’96 – con il quale ha vinto Coppa della Coppe, Coppa Uefa, SuperCoppa Uefa e Coppa Italia – e che oggi ha deciso di mettere a disposizione la sua esperienza per far tornare grande la sua squadra del cuore. Accompagnato sul palco del Regio dal vice presidente Marco Ferrari, Scala ha raccontato: ”Tutto nasce da una telefonata di Ferrari. E’ venuto a trovarmi a casa mia vicino a Padova, mi ha illustrato il suo progetto e da lì è nato tutto. Ritengo Parma una mia creatura, intendo quella degli anni 89’-90’, e quindi non potevo dire di no a questo nuovo progetto. L’anima è la stessa di allora!”. Per Ferrari: ”Parma aveva rappresentato la punta dell’iceberg di un calcio che non funzionava più e quindi da Parma ripartiamo per fare un calcio diverso. Questo è un progetto che nasce grazie alla disponibilità degli azionisti, dei 500 soci e all’entusiasmo di chi ci ha creduto. Questo progetto non avrebbe potuto partire senza Nevio. Il Parma oggi ha più di 10 mila abbonati, numeri che non facevamo neppure in serie A. Parma si è sentita offesa e stuprata e ha reagito con grandissimo orgoglio e l’attaccamento alla squadra è proprio figlio di quest’orgoglio ”.

PREMIO SPORT PARALIMPICI
Forti applausi e molta emozione per la giovane Bebe Vio, la neo campionessa del mondo di fioretto paralimpico, eletta atleta del mese (ottobre) dal il Comitato Paralimpico Internazionale. Bebe, colpita all’età di 10 anni da un una meningite fulminante che l’ha costretta all’amputazione dei quattro arti, è un grande esempio di forza e coraggio. “Nella mia vita ci sono stati momenti difficile, ma ho avuto due grandi fortune: avere una famiglia stupenda e fare sport. Lo sport ti aiuta a vedere la vita con occhi diversi, a trasformare la ‘sfiga’ in una figata pazzesca. Meno male che non c’è mia mamma stasera perché mi sgrida quando uso questi termini. Non voglio parlare di Rio perché porta sfortuna, ma nel cuore porto non solo la mia ultima vittoria individuale al mondiale ma soprattutto il bronzo a squadre, dove ho messo a segno la stoccata finale.”

UNA VITA PER LO SPORT
Un uomo che ha vissuto davvero nell’acqua”. Queste le parole usate da Massimo di Luca per presentare Eraldo Pizzo, una leggenda della pallanuoto, l’uomo capace di vincere 16 scudetti, una coppa campioni, un oro olimpico a Roma ’60, disputare 4 olimpiadi e 28 campionati di serie A. “Oggi seguo i ragazzi e questa è la mio grande segreto per sentirmi sempre giovane”.

PREMIO STAMPA E TELEVISIONE
Il premio stampa e televisione è stato assegnato quest’anno alla giornalista, scrittrice e conduttrice televisiva della Rai che da oltre 18 anni segue il ciclismo Alessandra De Stefano (Rai) e al marito, il giornalista e scrittore francese inviato dell’Equipe,Philippe Brunel.“Ringrazio mio marito per essere qui con me questa sera, perché stare lontano da Parigi in questi giorni non è facile”.

PREMIO AMBASCIATORE DELLO SPORT
Il premio alla carriera come “Ambasciatore dello Sport” è stato assegnato al centrale della Nazionale della ‘generazione di fenomeni’ del volley azzurro negli anni ‘90 Andrea LucchettaLa mia non è una cresta ma è un taglio che rappresenta una filosofia, il concetto è: non si affronta la vita a viso aperto ma sempre di traverso, come il taglio di capelli che porto. Adesso il mio impegno è rivolto ai giovani, voglio comunicare ai ragazzi l’importanza dello spirito di squadra grazie al cartone Lucky Team per il quale ho già prodotto 76 episodi”.

Premio ‘Ambasciatore dello Sport” anche per l’alpinista Hervé BarmasseHo avuto un bisnonno che scalava il Cervino e poi un nonno e un padre che arrampicavano. “Ho aperto molte vie ma ne ho 3 nel cuore: una si trova in Patagonia e due sono legate al Cervino. L’alpinista ha una grandissima responsabilità quando apre una nuova via in solitaria ma, nonostante il rischio, conoscere la montagna in solitaria è una passione che supera ogni paura”.

PREMIO ERCOLE NEGRI
Il premio «Ercole Negri» è stato assegnato al musicista Michele Pertusi.

Molto divertente, infine, il siparietto tra il comico Paolo Cevoli, nei panni ”dell’assessore Palmiro Cangini” e il sindaco di Parma Federico Pizzarotti.