Archivi categoria: Costume e società

Questo è l’archivio. Dal 20 ottobre tutto è solo su vannizagnoli.it. Grazie a Silvia e ai sostenitori

Dal 20 ottobre 2016, è attivo il nuovo sito vannizagnoli.it, con youtube. Grazie da Silvia e Vanni Zagnoli. E soprattutto dagli amici.

Il sito all’indirizzo attuale non sarà più aggiornato. Tutti gli articoli pubblicati sono stati trasferiti sulla nuova piattaforma e rimarranno comunque qua come ulteriore archivio.

Gastronomia, martedì alla libreria all’Arco “I misteri della cucina reggiana”, di Stefano Andrini, già direttore di Bologna7 (Avvenire) e della Voce di Romagna. Con Lisa Bellocchi, reggiana da una vita in Rai

(v.zagn.) E’ un grande onore, per me, presentare il libro di Stefano Andrini. Da gastronomo, gastronauta, dovrei utilizzare sempre il gastroprotettore ma spesso non lo prendo.

E poi da collega, sarò al tavolo con primattori. Andrini era direttore de La Voce di Romagna, con caporedattore Francesco Zucchini, amico ravennate, e in precedenza guidava BolognaSette, l’inserto regionale di Avvenire.

Quante volte ci siamo letti, su Avvenire, io nello sport, ma puntate anche in altri settori, lui per le cronache dalla regione. Paolo Guiducci è dalla Romagna, Lorenzo Chierici è stato per Catholica e anche Italia, Edoardo Tincani ne ha raccolto l’eredità, da Reggio, per i temi religiosi.

E poi, sapete, la mia grande passione per l’erbazzone. Al punto che Elia Pagnoni, da un anno capo dello sport de Il Giornale, mi aveva soprannominato proprio così, Vanni erbazzone. “Erbaz”. Perchè lo portai in redazione, anche al direttore Mario Cervi.

E poi la raccolta di bigliettini da visita dei ristoranti, una collezione ciclopica.

E, naturalmente, la grandissima Lisa Bellocchi, reggiana, figlia d’arte, una vita a Rai Emilia Romagna, signora perbenissimo.

 

Lisa Bellocchi

 

 

Martedì 18 ottobre, alle 17.30 alla libreria All’Arco di Reggio Emilia (Via Emilia Santo Stefano, 3/D)
lo scrittore Stefano Andrini svelerà alcuni segreti della cucina dell’Emilia Romagna, mentre i giornalisti Lisa Bellocchi e Vanni Zagnoli accompagneranno il pubblico in un appassionante viaggio tra i misteri della cucina reggiana. Con un ampio capitolo dedicato a Reggio Emilia. Erbazzone, spongata, biscione sono solo alcuni dei grandi protagonisti. Ma ci sono anche molte altre sorprese come il pesce mirabilmente raccontato dalla Congrega dei Liffi, le radici e la memoria di una cucina montanara ancora in splendida forma, la tappa obbligata nel tempio della cucina reggiana, ovvero il ristorante Canossa.
Il libro è un viaggio ironico e colto fra cuochi, sindaci, comici, nonne e giornalisti, tutti insieme appassionatamente per ricordare ai lettori che l’Emilia Romagna del cibo emana fragranze uniche e inimitabili. Animato da una certezza: che Via Emilia e tagliatelle con ragù che campeggiano sulla copertina sono due facce della stessa medaglia. Entrambe lunghe e strette rappresentano l’unico punto di unità in una regione che ha diversi dialetti e diverse eccellenze alimentari che cambiano Dna nel giro di pochi chilometri. Il grande regista Pupi Avati racconta un episodio della sua infanzia che oggi sarebbe considerato politicamente scorretto: colazione con le crescentine fritte nello strutto inzuppate nel latte.

Così come fa sobbalzare la memoria di tanti l’aneddoto del comico Paolo Cevoli che a merenda “per colpa” della nonna mangiava pane, vino e zucchero. Il volume ha avuto una fortuna editoriale notevole. Cinquanta presentazioni, tremila presenze certificate, una partecipazione significativa al Salone del libro di Torino. Con un finale di stagione previsto in gennaio a Roma.

Gli sportivi che non vogliono farsi fare video la notte in locali. Un azzurro: “La gente è superficiale, pensa che la notte siamo in giro”. Magari le fidanzate sono gelose. O magari loro sono gelosi delle fidanzate, ho dovuto togliere 45′ di interviste alle ragazze

(Vanni Zagnoli) La fobia degli sportivi, di avere una cattiva immagine. Parlo per esperienza diretta, recente.
Un giocatore mi vede all’uscita e torna dentro, ha paura del video. Un compagno mi spiega: “Non è un problema di orario, è che la gente è superficiale, dopo pensa che noi siamo in giro la notte, anzichè essere professionisti”.
Strano, perchè quella squadra va molto bene, da anni, e il problema non credo esista.
Forse è una questione di fidanzate, che magari non sanno che i ragazzi siano a ballare.
Di certo i campioni non amano le interviste alle fidanzate e magari non hanno il coraggio di dirlo.
Un anno fa mi hanno chiesto di levare da youtube 45’ di lavoro con le ragazze.
E’ una fobia, il timore dell’etichetta
A cura di Francesco Delendati

Assocalciatori.it, il pallone racconta: i 90 anni di San Siro. La Scala del calcio era di proprietà del Milan, venne costruita per volontà di Piero Pirelli, fondatore dell’azienda di pneumatici, sponsor dell’Inter dal ’95. Nel ’55 arrivò alla capienza di 100mila posti, per Italia 90 il terzo anello e le 11 torri

San Siro

http://www.assocalciatori.it/news/il-pallone-racconta-i-90-anni-di-san-siro

Scala del calcio è dire poco, lo stadio San Siro Giuseppe Meazza è davvero uno dei templi del pallone mondiale. Il mese scorso, il 19 settembre, ha festeggiato i 90 anni di storia e qui la ripercorriamo nelle tappe più significative.

La capienza attuale è di 81mila spettatori, lo colloca fra i più grandi d’Europa. È dal 1980 che è intitolato a Meazza, scomparso l’anno precedente: era stato bandiera dell’Inter, dal 1928 al ’40, ma per un biennio giocò anche nel Milan, dal ’40 al ’42, e con Silvio Piola è stato il più grande del calcio italiano eroico. Comunque viene quasi sempre chiamato San Siro per il nome del quartiere di Milano in cui sorge.

Fu costruito nel 1926, per volontà di Piero Pirelli, allora presidente del Milan e figlio di Giovanni Battista, fondatore di Pirelli: è l’azienda produttrice di pneumatici, sponsor dell’Inter dal ’95.
Il progetto era dell’architetto Ulisse Stacchini e dell’ingegnere Alberto Cugini, bastò poco più di un anno, per ultimarlo, e vi lavorarono 120 operai. Costo un milione e ottocentomila lire dell’epoca.
L’inaugurazione fu con il derby tra Milan, allora unico padrone di casa, e Inter, che in quegli anni giocava all’Arena Civica di Milano, vinsero i nerazzurri per 6-3, con prima rete di Giuseppe Santagostino.
Per quasi un decennio, sino al ’35, la proprietà fu del Milan. Finché venne comprato dal comune, che ne detiene ancora la proprietà e lo affitta annualmente a Milan e Inter: i nerazzurri giocano a San Siro dal 1947.

Inizialmente aveva 4 tribune, di cui 3 scoperte, e la capienza era di 35mila spettatori. Il collegamento delle tribune la fece poi lievitare a 55mila, nel ‘39.
La prima partita di campionato si giocò il 3 ottobre 1926, Milan-Sampierdarenese, vinsero i liguri per 2-1. Nel 1934, l’Italia ospitò i Mondiali e a San Siro si giocarono tre incontri: Svizzera-Olanda, Germania – Svezia e una semifinale, che vide prevalere l’Italia sull’Austria. Decise il contestatissimo oriundo Enrique Guaita e partita nella partita fu il confronto tra le due leggende: Matthias Sindelar per il Wunderteam, morto nel 1939 in circostanze misteriose, dopo avere rifiutato il saluto nazista, davanti a Hitler, e Pepìn Meazza.

Il massimo del pubblico potenziale venne toccato nel 1955, 100mila, dopo la costruzione del secondo anello, ma allora esistevano meno norme di sicurezza e i controlli ai cancelli erano più approssimativi. Quel secondo ampliamento fu opera dell’ingegnere Ferruccio Calzolari e dell’architetto Armando Ronca, prese il via nel 1954 e servirono 16 mesi. Il secondo anello di gradinate sovrastava le vecchie tribune e in parte le copriva, successivamente la capienza venne ridotta a 85mila posti per questioni di sicurezza.
La reinaugurazione fu il 25 aprile del 1956, con l’amichevole Italia-Brasile, 3-0 per gli azzurri, molto a sorpresa, doppietta di Virgili e autorete. All’epoca Gianni Brera era capo della redazione sportiva de Il Giorno, parlava di “immenso transatlantico”: “Con le rampe illuminate come ponti, lo stadio pareva davvero navigasse in una prodigiosa crociera”.
L’anno successivo venne dotato del moderno impianto d’illuminazione che permise le partite in notturna e fu il Milan a pagare la maggioranza delle spese, dal momento che ne aveva bisogno per giocare in coppa.

Il Meazza ha ospitato anche incontri degli Europei di calcio 1980, dei mondiali del 1990, due finali di Coppa Campioni, una di Champions League, 4 Coppa Uefa e 4 di Supercoppa Europea, ma resta memorabile la semifinale della coppa dei Campioni del 1965, 3-0 dell’Inter sul Liverpool, con gol di Corso e Peirò all’inizio, tris di Facchetti dopo un’ora. La finale di coppa Campioni del 1970 venne vinta dal Feyenoord sul Celtic, con l’arbitraggio di Concetto Lo Bello.

Altra tappa significativa fu nel 1986, con i seggiolini colorati in tutti i posti del primo anello. Il restyling finale risale alla Coppa del Mondo del 1990, con aggiunta del terzo anello, della copertura totale dell’impianto e le 11 torri cilindriche in cemento armato, marchio distintivo dell’impianto. Alla vigilia del mondiale, il Comune di Milano accantonò l’idea del nuovo stadio. L’inaugurazione avvenne con la finale di Coppa Italia, vinta dalla Juve di Zoff, sul Milan di Arrigo Sacchi.
Arriva il Mondiale e la partita inaugurale è Camerun-Argentina, andata imprevedibilmente agli africani, per 1-0, grazie a Omam-Biyik, che sconfisse i campioni in carica, capitanati da Maradona e poi sconfitti su rigore nella finale dell’Olimpico.

Nel 1994, l’Inter si aggiudicò la sua seconda Coppa Uefa, davanti a 80mila spettatori, battendo il Salisburgo, squadra austriaca, con Giampiero Marini in panchina.
Il derby più strampalato, invece, fu nel 2001, 6-0 del Milan, con la doppietta di Comandini, che poi mai sarebbe ritornato a quei livelli. Qualche mese più tardi, a finale di Champions vede il Bayern Monaco sconfiggere ai rigori il Valencia.
Nel 2012, venne effettuato l’ammodernamento per rientrare nella categoria 4 Uefa, impose la sostituzione del manto erboso con erba sintetica mista, da allora le zolle naturali sono rinforzate da fibre sintetiche, per una maggiore uniformità del campo.
L’ultimo evento è stato il 28 maggio 2016, la quarta finale di Champions League, il derby madrileno vinto dal Real ai rigori sull’Atletico Madrid. E con le ultime migliorie, effettuate proprio per l’ultimo atto della coppa più prestigiosa, lo stadio è proprio a 5 stelle.

Vanni Zagnoli

Il Giornale, i loghi più brutti del calcio. Il Benevento è 20°, con la strega. Genoa 11°: “Per lo sguardo del grifone”. Il Catania è 2°: “Il pallone nasconde l’elefante”. Il peggiore è degli inglesi del Burton Albion. Mancano gli stemmi di Brann (Norvegia) e Wolverhampton (Inghilterra). L’Ajax ha il marchio più bello, poi i thailandesi dell’Ampang e il Colonia. Sampdoria 4^, Roma 14^ e Inter 19^

http://www.ilgiornale.it/news/sport/inglesi-bocciano-genoa-catania-e-benevento-1317240.html

Il logo del Burton Albion è considerato il peggiore al mondo, da una rivista inglese

Vanni Zagnoli
Tre stemmi italiani campeggiano nella classifica dei loghi più brutti al mondo, selezionati dalla rivista inglese Four-four-two. Scelgono i 21 peggiori e molto sta nel simbolo, in genere curioso, e poi nella sensibilità della giuria.

Dunque il Benevento è penultimo, al 20° posto, con l’effigie della strega sulla scopa. I giallorossi sanniti sono detti proprio stregoni e in effetti l’immagine si potrebbe migliorare, soprattutto in caso di doppio salto, già riuscito in questo millennio a Novara e Cesena, dalla Lega Pro alla A. Il Genoa è 11°, con il grifone, forse è solo colpa dello sguardo poco aggressivo ma è un logo storico e affatto da buttare. Il Catania adesso è in Lega Pro, ha l’elefante e per i critici il problema è la dimensione eccessiva del pallone, a dispetto dell’animale nascosto dallo scudetto rossoazzurro. Magari si potrebbe migliorare, però è un marchio affascinante, con quella proboscide, non certo il 2° peggiore.

Il massimo del minimo è del Burton Albion (2^ divisione inglese), che gioca al Pirelli stadium di Burton upon Trent. I brewers, ovvero birrai, mantengono la sagoma panciuta con gli stivali a calciare il pallone e in effetti neanche quella BA sul corpo è il massimo. Alcuni brutti stemmi sono dimenticati, il norvegese Brann Bergen, con la semplice scritta Brann, e l’inglese Wolverhampton, con quel lupo alquanto stilizzato. E poi il logo dell’Amburgo, senza numeri nè lettere. Ma ogni tanto escono queste graduatorie, giusto per portare clic sui siti britannici.

La prima puntata era stata sui più belli, lì la medaglia d’oro è dell’Ajax, anche senza lanciere nell’effigie. Secondo posto per il ampang (Thailandia), club sconosciuto ma con un cavallo incitato tramite la frusta, terzi i tedeschi del Colonia, con la capra. La Sampdoria è quarta, la Roma 14^ con la lupa che allatta, l’Inter 19esima. Adesso magari qualche società migliorerà il logo, giusto per finire anche nella classifica dei migliori. Di certo i genoani rosicano, perchè mai vogliono stare dietro i blucerchiati. Neanche nel logo.

A cura di Francesco Delendati

Fede e sport, la prima conferenza globale, in Vaticano: “Sport al servizio dell’umanità”. Con Del Piero e un’intervista al cardinal Ravasi

Nella tre giorni tra il 5 e 7 ottobre Sky è stato il Media Partner ufficiale di “Sport at the Service of Humanity”, la prima Conferenza globale dedicata alla fede e allo sport. 
Compassione, rispetto, amore, ispirazione, equilibrio e gioia: sono i sei principi che guidano e intrecciano la filosofia del Pontificio Consiglio della Cultura, che ha organizzato la Conferenza,  con quella di Sky che, proprio Per Amore dello Sport, da sempre sostiene e promuove i suoi valori più alti, incentrati nel rispetto, nella lealtà e nell’educazione sportiva. Perché lo sport, oltre che spettacolo, può essere occasione di riflessioni che vanno ben oltre la superficie dell’evento. 

L’obiettivo di questa importante iniziativa, che si è svolta nella tre giorni in Vaticano, è stata proprio quello di creare un movimento globale, per ispirare innanzitutto i giovani. È per questo che le tre giornate verranno seguite da vicino grazie a Sky Sport24 HD e al suo mosaico interattivo, e a Sky TG24 HD, anche attraverso il servizio Active, con le immagini di tutti i momenti salienti della Conferenza. 

Alessandro Del Piero qui era tra Mariella e Riccardo Scirea. E' un grande appassionato di rugby
Alessandro Del Piero qui era tra Mariella e Riccardo Scirea. E’ un grande appassionato di

 

 

Tra i tanti protagonisti d’eccezione è stato presente anche il campione del mondo, oggi testimonial e opinionista di Sky Sport, Alessandro Del Piero, simbolo non solo di importanti traguardi sportivi, ma anche e soprattutto di amore per i valori che lo sport incarna. E’ stato lui a dare il calcio d’inizio alla cerimonia  di apertura, che sarà trasmessa mercoledì 5 ottobre dalle 15.30 in diretta dall’Aula Paolo VI.  Durante i tre giorni della Conferenza, Sky Sport24 HD ha garantito collegamenti live dal Vaticano con l’inviato Matteo Petrucci. Inoltre, Sky ha realizzato un’intervista esclusiva al Cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, in onda oggi sul canale sportivo all news. L’intervista, di Tommaso Liguori, è stata uno speciale all’interno del quale verranno approfonditi i temi che legano lo sport e la fede, partendo dalle considerazioni di San Paolo nel Nuovo Testamento.

Roma 2024. Ms5, ladri di emozioni. Sono 18 giorni che qualificano la storia di un Paese. Tantopiù dopo 64 anni. Condizionano l’economia, sì, ma gli sprechi sono altri. L’antipolitica non faccia danni nello sport, la cosa più bella della vita

Matteo Incerti iniziò a fare politica mentre ancora era giornalista. Oggi è nello staff della comunicazione degli ms5. Con la sua grinta conquistò subito Grillo

di Vanni Zagnoli

Ho due, tre cose da urlare in faccia a Matteo Incerti, che mi ha sempre preso in giro, alle cene di radio Bruno e anche prima. Il sovrappeso, la virilità, di tutto. Si è sempre divertito. Lui che poi urlava ai comizi elettorali per Beppe Grillo, quando ancora firmava su Carlino Reggio e su radio Bruno.

Ebbene, caro Matteo, caro ex giocatore di football americano, voglio dirti che tu e il tuo partito siete ladri. Non, per carità, delle vicende che neanche voglio leggere. Ma di emozioni. Di emozioni, sì, assolutamente. Com’è stato un ladro di emozioni Mario Monti, per il resto per me impeccabile.

Tu, caro Incerti, che eri leghista e scrivevi dai Paesi Bassi per molte testate, tu che eri firma de La Padania sul piano politico.

Ecco, tu, voi, che siete così integralisti, mi private di una gioia rara, della vita, le olimpiadi a Roma 2024. Avrò 53 anni, non so se professionalmente avrò altre occasioni.

Non vado a Tokyo 2020 a mie spese e Los Angeles e Parigi non sono proprio dietro l’angolo. Soprattutto, l’84 è ancora relativamente vicino, ancora sento Ronald Reagan: “I dichear openend the 23^ olimpic games”.

Siete ladri, ladri di emozioni. Come arbitri che sbagliano, come ct che lasciano fuori i migliori, come gli allenatori che litigano con i talenti, come i talenti che sprecano il proprio talento.

Di olimpiadi, non è mai morto nessuno. Sì, a Montreal hanno finito di pagare i debiti adesso, dopo 40 anni, ma stanno bene. Ad Atene 2004 sono finiti in croce, probabile, ma la Grecia sarebbe finita in crisi comunque.

Le olimpiadi sono la cosa più bella del mondo, molto più di Europei e mondiali, molto più di qualsiasi altra cosa.

Tu, Virginia Raggi, Casaleggio junior, tu e la collega che hai coinvolto.

Tu, forse, quando eri della Padania la pensavi in maniera diversa, o no?

Ma a parte il gioco che faccio, la vendetta dopo 10 anni per le tue prese in giro. Tu, caro Matteo, da ex addetto stampa della Reggiana, prediletto da Chiarino Cimurri, tu, caro Incerti, sai benissimo cosa sia lo sport, l’olimpismo, il tutto, il bello.

Sai benissimo che ne vale assolutamente la pena, sai benissimo che proprio il tuo movimento può essere garante di non sprechi, di vigilanza.

Sto con Malagò, con Luca Cordero di Montezemolo, con i 67 medagliati di Rio che hanno scritto a Virginia. Sto contro Luca Vettori, il parmigiano che ha scelto di essere controcorrente e d’altra parte non fa interviste telefoniche, con me, neanche dopo lo scudetto, perchè certamente sono invadente. Lui che mi chiese di non inviargli più per mail i miei pezzi di volley, perchè durante i mondiali con Berruto evocai la generazione di fenomeni.

Caro Matteo Incerti, cari pentastellati. Ve lo do’ io il Brasile.

Ricordi quando il tuo capocomico era comico puro? Eravamo bambini, ancora non ci conoscevamo, forse è adesso che fa più ridere rispetto ad allora. Caro Matteo e tutti i tuoi filistei.

Io non ho pregiudizi, sono certo che governerete benissimo, però l’olimpiade non la devi toccare.

Con i migliori saluti, da Reggio Emilia, la tua città, dal Migliolungo alla tua bicicletta. Con cui ti muovevi alla Graziano del Rio, in città.

 

Sky, le foto intimissime rubate a Diletta Leotta. Libero, Biasin: “Ingiustamente massacrata, è una brava ragazza”. Zagnoli: “Non è normale avere certe foto sul telefonino. E’ una soubrette, figlia dei disvalori odierni”

Gazzetta di Parma, Salsomaggiore. Paolo Lavezzini è figlio di mister Rino, guida il miglior ristorante italiano a Rio: “Che esigenti i vip durante l’olimpiade. Giocavo negli allievi con Buffon e Barone, poi campioni del mondo, ma ero più bravo con la mountain bike e in cucina”

Nella foto in copertina: Paolo Lavezzini con la fidanzata Eleonora
Vanni Zagnoli

Un salsese ha vinto le olimpiadi sul piano gastronomico. E’ diventato una star, in Brasile, e nello scorso mese ha vissuto il momento più delicato ed esaltante della carriera, con 600 coperti da gestire, quotidianamente.

Paolo Lavezzini, 37 anni, è il figlio di Rino, l’allenatore di Fidenza, classe 1952, da una vita nel calcio. Adesso è osservatore per il Padova, in Lega Pro, dopo un biennio da vice, ma dall’85 è sempre stato in panchina: Polesine, Soragna, le giovanili al Fiorenzuola, al Fidenza e al Parma, poi lo sbarco tra i professionisti, da Montevarchi alla Carrarese, dal Giorgione al Pontedera, con tappa significativa a Catanzaro. Quindi Lavezzini guidò la Massese, poi il Mantova, il Viareggio e la Poggese. Nel 2002 il debutto in B, al Genoa, accanto a Torrente, poi la primavera del Grifone. Un’esperienza in Lituania, il ritorno alla Lavagnese, la Romania al Petrolul Ploiesti, quindi la primavera del Livorno, la Carrarese, di nuovo la primavera, al Vicenza e la discesa fra i dilettanti, in Toscana.

Parallelamente, la carriera del figlio Paolo, fuori Parma da quando aveva 19 anni, ovvero da quando papà Rino cedette l’abitazione di Salsomaggiore per trasferirsi a Marina di Carrara, dove molti parmensi hanno la seconda casa.

“Frequentai l’istituto Paciolo a Fidenza – racconta Lavezzini junior -, poi l’alberghiero a Massa, in Versilia. Intanto giocavo a calcio, facevo il difensore centrale e nel Parma arrivai sino agli allievi. Ero in squadra con due futuri campioni del mondo, Gigi Buffon e Simone Barone”.

Alla morte della nonna Laura, seguì il padre a Marina, ma lasciò il calcio. “Non aveva grandi prospettive, onestamente”, annota ora il padre. Era più appassionato di ciclismo, al punto che divenne campione italiano di bmx, la mountain bike, sorta di motocross in bici, che ha portato Marco Aurelio Fontana al bronzo di Londra 2012.

Ma è in cucina che è diventato un fuoriclasse, lavorò in Francia (all’Athenee di Alain Dukasse, di Parigi), a Miami e a New York. E’ in Brasile da 4 anni e a luglio il suo Fasano al mare è stato premiato come miglior ristorante italiano a Rio. Paolo compare anche in un programma gastronomico in tv, in Brasile. “I legami con la mia terra restano nel cuore – racconta tramite whatsapp -. Quando torno in Italia, faccio sempre un salto a Salsomaggiore e non dimentico di portare in Brasile Parmigiano Reggiano e salame di Felino”.

Nelle settimane olimpiche, neanche aveva tempo da passare con la fidanzata Eleonora Nicodemi, 33 anni, di Marina di Carrara. “Ho 45 cuochi da coordinare, l’impegno è grande e saltava persino il giorno di riposo. Ho lavorato in occasione di due coppe del mondo, in Francia del ’98, e qua in Brasile, due anni fa ma non c’erano questi numeri. Dormivo 4 ore a notte, finivo di lavorare alle 2, restava giusto qualche minuto per correre, alle 7 del mattino”.

L’hotel Fasano, a Ipanema, è il più frequentato dai vip e allora Lavezzini procede fra riunioni e piatti. E’ stato intervistato anche da Rai e da Eurosport.

In Brasile la cena si chiama Jantar, Lavezzini propone una cucina solida e gustosa, ispirata alla tradizione, con, per esempio, il pargo rosso in crosta di sale. Ha lavorato anche al 3 stelle Michelin dell’enoteca Pinchiorri, a Firenze, crea armonie culinarie aggiungendo contaminazioni sapientemente equilibrate, con prodotti della terra brasiliana.

La guida Michelin del Brasile lo gratifica così: “Fasano Al Mare trae la sua ispirazione dal Mediterraneo. Questo è uno di quei ristoranti dove tutto è impeccabile. La posizione di fronte alla spiaggia di Ipanema è superba e così il suo menù realizzato da piatti di riso, pasta fatta a mano, pesce e carne e con una la carta dei vini con più di 300 etichette di grande pregio”.

Come il ristorante di questo salsese.

Da Blogo, Skysport. Federica Masolin: “Sono da spettacolo”. Una soubrette nata, come tante di Sky

(v.zagn.) Nella mia galleria di video con giornalisti e soubrette e showgirl manca Federica Masolin, conosciuta a Parma, al teatro Regio, anni fa, con il direttore Massimo Corcione. La rividi nella mia prima puntata a Sky, da sogno, fra gli studi.

Pubblico, senza neanche leggerla, questa bella intervista da tvblog.it. Rendendo felice Cristian Pigato.

Da http://www.tvblog.it/post/1327771/federica-masolin-sky-sport-f1-cv 

Federica Masolin a Blogo: “Sono secchiona e lo sport è la mia vita, a Sky soddisfatta della F1, pronta per l’intrattenimento”

A Tvblog.it parla la giornalista di Sky Sport: la carriera, i pochi pregiudizi riscontrati. Top secret il suo status sentimentale…

 

Prosegue su Tvblog un viaggio in 6 puntate alla scoperta delle telegiornaliste che si occupano di calcio. Quanti di voi si sono chiesti che tipo di gavetta c’è dietro il lavoro di ognuna di loro, quali sono i pregiudizi che devono affrontare in un ambiente prettamente maschilista, quali sono le gaffe più celebri che hanno commesso o i loro sogni nel cassetto, che rapporto hanno con i social network? E, poi, dulcis in fundo… ma sono single, fidanzate o sposate? Ecco tutte le curiosità soddisfatte… la quinta intervistata è Federica Masolin.

Partiamo dalla gavetta. Quando è nata la passione per il giornalismo e quali esperienze significative hai fatto prima di approdare a Sky?

“Mi è sempre piaciuto lo sport. Sono la prima di due sorelle e mio papà sperava di avere un figlio maschio. Quindi sono sempre andata ovunque con lui, dallo stadio all’autodromo fino ai campi da tennis. E lo sport è sempre stato la mia vita. A questo si è aggiunto una mia grande curiosità. L’idea di entrare dietro le quinte degli sport mi è sempre interessata… È il lavoro che avrei voluto sempre fare: o la ballerina, perché da bambina mi cimentavo nella danza classica, o la giornalista. Prima di Sky ho avuto piccole collaborazioni con giornali locali ma niente di grossissimo. A 20 anni ho inviato il curriculum a Sky, da lì mi hanno fatto dei contratti e sono sempre qui”.

La famiglia ti ha incoraggiato a intraprendere questo mestiere o era scettica all’inizio?

“Ho avuto pieno appoggio da loro. Mi hanno sempre assecondato nel seguire le mie volontà e inclinazioni, non mi hanno mai detto di no e anzi mi hanno aiutato quando ce n’è stato bisogno”.

Ti ricordi il tuo primo giorno di lavoro a Sky Sport?

“Sono passati tanti anni… Ero giovane ed emozionata ma anche carica e consapevole di avere un’importante opportunità. È stato un forte impatto”.

Negli anni hai alternato i ruoli di conduttrice e inviata. Quali differenze ci sono e quale incarico preferisci?

“Quando conduci devi essere la voce dello spettatore, devi essere capace di dare le notizie e chiarire le domande a chi ti guarda da casa. Quando sei inviato diventi un occhio aggiunto, c’è la telecamera, ci sono personaggi da intervistare, devi tirare fuori le curiosità e allo stesso tempo crearne. Mi trovo a mio agio in entrambi i ruoli”.

Il servizio o l’esperienza di cui sei più orgogliosa?

“Da tre anni mi occupo di Formula Uno, seguo le gare e le qualifiche. È un programma molto interessante e complesso perché va in onda live, non c’è studio ed è fondamentale il supporto della redazione. È sicuramente l’esperienza più completa di cui oggi vado particolarmente fiera”.

Una gaffe clamorosa che hai fatto e che vuoi citare?

“Non mi viene in mente niente. Questo non significa che non sbaglio mai. Comunque, che io sappia, Striscia la notizia non mi ha mai pizzicata!”.

Hai mai avvertito nel mondo del lavoro eventuali pregiudizi sul fatto che tu sia una donna – e anche bella – che si occupa di sport?

“Non ho mai avvertito pregiudizi un po’ perché sono la secchiona che deve studiare e arrivare preparata alle cose e un po’ perché, quando ci metti passione e impegno, è difficile essere ‘attaccata’. Ho un buon rapporto con i colleghi maschi e oggi, comunque, il giornalismo sportivo si è molto aperto alla figura della donna competente”.

Anche quello dei motori che è notoriamente maschilista?

“Ho riscontrato meno pregiudizi rispetto al mondo calcistico”.

Qual è il modello di riferimento nel tuo campo?

“Tanti e nessuno. Guardo e ascolto molte mie colleghe ma non ho un modello in particolare”.

Come reagisci ai complimenti e alle lusinghe sui social? E a chi si spinge un po’ oltre con gli apprezzamenti?

“Non mi è mai capitato che siano andati oltre perché cerco di mantenere un profilo abbastanza professionale. Sono una ragazza giovane, a cui piace scherzare, spesso mostro le foto di chi incontro per lavoro. Per ora, per fortuna, non ho trovato grandi volgarità”.

In redazione sono spesso nate storie d’amore tra giornalisti. Sei stata “contagiata” da questo virus?

“Non mi piace parlare della mia vita privata in generale. È vero, però, che ci sono tanti luoghi comuni…”.

Vorresti cimentarti come presentatrice? Quale trasmissione ti piacerebbe condurre (o già esistente o da inventare)?

“Sono molto soddisfatta di quello che sto facendo perché è molto complesso e in mezz’ora ti ritrovi a parlare tre-quattro lingue e non c’è niente di scritto perché è un percorso che ti costruisci nel mentre e in cui devi saper cogliere quello che c’è. Mi piacerebbe anche fare dell’altro, non mi precludo niente anche nell’intrattenimento o in quei programmi basati sul talento…”.

cura di Giangabriele Perre