Archivi categoria: SALVATORE MARIA RIGHI

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Salvatore Maria Righi, la strage di Ustica. Un’ex hostess Itavia vide la portaerei il giorno prima della sciagura: «Quella nave circondata da altre”

Salvatore Maria Righi in un look singolare
Salvatore Maria Righi

(v.zagn.) Dopo l’ultima puntata di Matrix, dedicata alla strage di Ustica, è molto attuale un pezzo uscito sull’Unità, il 16 aprile 2013. Righi ha ripreso a lavorare su quel giallo italiano.

Salvatore Maria Righi
«I miei colleghi che salivano sulla scaletta del Dc9 e noi che scendevamo, ci siamo incrociati come tante altre volte: non dimenticherò mai quei volti, li ho stampati nella memoria». Era una ragazza ed ora è una donna, sono passati 33 anni da quella sera, 27 giugno 1980. Lei era una hostess precaria dell’Itavia e aveva portato, insieme al suo equipaggio, il Dc9 a Bologna per il penultimo volo di giornata. L’ultimo, il sesto, prevedeva il ritorno a Palermo: si è fermato per sempre a 50 chilometri da Ustica, negli abissi blu.
Doveva esserci anche lei, sopra, e tra le 81 vittime del disastro. Ma lei scese, dopo aver visto il comandante Gatti e l’ufficiale Fontana entrare in cabina, e con loro il capo degli assistenti di volo sistemare le proprie cose e accendersi una sigaretta. Scese dall’I-Tigi dove avrebbe dovuto rimanere e finire la giornata, e tornò a casa: «Dal controllo Charlie di Bologna mi avevano chiesto di rimanere a bordo e tornare indietro perché mancava una persona, ma non me la sono sentita e ho detto no, nonostante il fatto che una precaria debba sempre dire sì. Infatti fu sempre così, a parte quella volta. Non so spiegarmi perché, non ci fu un motivo preciso, ma quel rifiuto mi ha salvato la vita. È un peso che mi porto dentro da allora».
Negli ultimi giorni il peso è diventato un po’ più leggero, anche se le preoccupazioni sono aumentate, perché ha deciso di raccontare quello che nessuno, fino adesso, le ha mai chiesto di ricordare. Nessuno ha pensato di sentire quell’assistente di volo alla quale non fu rinnovato il contratto e passò poi ad Alitalia. Eppure faceva parte dell’ultimo equipaggio che portò a terra il Dc9 di cui fu detto tutto e il contrario di tutto, compreso che fosse una carretta del cielo: «Non è vero, andava tutto benissimo, non avevamo nessun problema».
Il 27 giugno, l’I-Tigi fece sei voli con sei equipaggi diversi, ma solo alcuni tra comandanti e assistenti di volo furono sentiti dagli inquirenti. Fu sentito anche il comandante del volo che ha portato a Bologna il Dc9, ma non lei, la giovane hostess. Eppure proprio lei, testimone e sopravvissuta che col tempo ha maturato una specie di senso di colpa – umano e inconscio, verso i colleghi perduti, di cose da dire ne avrebbe avute. Una, in particolare, molto interessante. Che conferma, tra l’altro, quello che ha riferito nei giorni scorsi un ex pilota Alitalia (all’epoca Ati) ai magistrati che guidano la nuova inchiesta: anche lei, del resto, sarà sentita a breve dai magistrati. “Una flottiglia di navi con una portaerei e almeno altre tre-quattro navi” aveva detto il pilota ai magistrati di Roma con un interrogatorio secretato.
«Il giorno prima del disastro volavamo su un altro Dc9 e sopra al mare aperto, ad un certo punto, dal finestrino della cabina vidi sotto di noi un’enorme nave, circondata da altre messe a spina di pesce. Il pilota mi disse che poteva essere una portaerei americana. E poi mi disse: meno male che ci siamo noi, piloti veterani, altrimenti ci silurano». Forse il pilota scherzava, ma la hostess ricorda che la grande nave «aveva delle strisce, o per meglio dire dei tracciati come segnaletica». Era proprio il volo 870, lo stesso che il giorno dopo, il 27 giugno, si inabissò nel mare. E come il volo del disastro, anche loro stavano arrivando a Palermo. L’unica nave da guerra che corrisponda a quella descrizione, non è difficile immaginarlo, è proprio la portaerei che ha sul ponte la segnaletica necessaria al traffico degli aerei. “Forse volevamo bassi, o forse quella nave era davvero grande per poter essere vista così bene” ricorda la testimone.
In realtà, non dovrebbe essere stato molto difficile avvistare una sagoma di quella grandezza dal Dc9: secondo le risultanze del processo istruito da Priore, superata l’isola di Ponza l’I-Tigi in volo sull’aerovia Ambra 13 doveva scendere sotto gli 11mila piedi, vale a dire 3-4000 mila metri. Anche le condizioni di visibilità erano più che buone: cielo sereno e ancora parecchia luce, col sole che tramontava sul lato destro dell’aereo, puntato verso sud. Le stesse condizioni che ha trovato, sul volo 870, sia l’equipaggio impegnato il 26 giugno che quello, disperso senza traccia alle 20.56, del 27 giugno.
Di portaerei aveva parlato anche il pilota sentito dal pm Erminio Amelio e dalla collega Maria Monteleone. Uno scenario di manovre militari che è stato sempre negato da tutti, dall’Italia e da tutti gli altri paesi dell’Alleanza, alla comparsa del documento Nato che parla di 21 aerei in volo quella notte. Sulle portaerei, in particolare, americani e francesi sono sempre stati perentori.
La Saratoga a stelle e strisce, secondo il Pentagono, è rimasta ormeggiata in rada a Napoli dal 23 giugno al 7 luglio di quella tragica estate. Il registro di bordo, però, riporta una stranezza proprio il 27 giugno, perché i turni di guardia sono stati firmati con nomi diversi, ma con la stessa calligrafia. Anche i francesi, accusati per ultimo da Cossiga, hanno sempre negato che le loro portaerei Clemenceau e Foch fossero nella zona dove si è inabissato l’I-Tigi. Ma anche nel caso dei cugini d’Oltralpe, c’è una stranezza nei diari di bordo delle due navi: su quello di entrambe, infatti, il 27 giugno è stato scambiato col 28.
Sono crepe nel muro di gomma e forse possono diventare qualcosa di più, dopo che la Cassazione a fine gennaio ha sgombrato ogni dubbio: «È abbondantamente e congruamente motivata la tesi del missile». Il problema, ora, è metterci la targa. Nel frattempo, dopo la sentenza del settembre 2011 con cui il tribunale civile di Palermo ha condannato i ministeri di Difesa e Trasporti ad un risarcimento di 100 milioni di euro per i parenti delle vittime, prosegue la vicenda processuale in sede civile. I due dicasteri sono stati condannati, dopo un’istruttoria durata tre anni, per non aver saputo garantire la sicurezza del volo I-Tigi e per aver occultato la verità.
Due mesi fa, il 29 gennaio scorso, la Cassazione ha respinto i ricorsi dell’Avvocatura dello Stato contro la sentenza che dà ragione alle istanze portate avanti tra gli altri dall’avvocato Daniele Osnato che insieme al collega Alfredo Galasso, al tempo della coraggiosa decisione del giudice Paola Protopisani, aveva dichiarato: “Il risultato della vicenda processuale rende giustizia per l’ultratrentennale tortura della goccia che i parenti delle vittime hanno dovuto subire ogni giorno anche a causa dei numerosi e comprovati depistaggi di alcuni soggetti deviati dello Stato”.
USTICA BIS. Il 17 aprile ci sarà un’altra udienza dell’Ustica bis aperto per le richieste risarcitorie di altri 40 familiari delle vittime, mentre un altro troncone – Ustica ter – è in procinto di arrivare nell’aula del tribunale civile. Respingendo il ricorso dell’Avvocatura, quindi costringendo lo Stato al maxirisarcimento, la Cassazione ha anche messo un punto definitivo sulla strage di Ustica: fu un missile, scrive la Corte con la sentenza 1871, ad abbattere il Dc9 dell’Itavia, accogliendo l’impianto della sentenza della Corte d’appello di Palermo che aveva accolto le richieste di risarcimento. “Non è in dubbio che le Amministrazioni avessero l’obbligo di garantire la sicurezza dei voli” scrive la Cassazione a proposito di Difesa e Trasporti. Al momento, quindi, c’è il corpo del reato, il missile, ci sono anche i risarcimenti per chi ha subito la perdita dei propri cari, ma manca ancora la cosa più importante: il nome dell’assassino.

 

Sci, Giuliano Razzoli è secondo a Wengen. Il racconto del suo oro olimpico per l’Unità, di Salvatore Maria Righi. “L’Emilia di Ligabue e del parmigiano”

Il secondo posto di Razzoli a Wengen è l’occasione per il racconto di Salvatore Maria Righi sull’Unità del marzo 2010, per l’oro olimpico di Vancouver. Un racconto che ha tanto di emiliano.

Giuliano Razzoli oro a Vancouver 2010

Giuliano Razzoli oro a Vancouver 2010

Salvatore Maria Righi
Razzoli Giuliano di Razzolo, come una filastrocca, a due schioppettate da Villa Minozzo, che «ci abitano cinquanta persone, se le conti due volte». Il Razzo col cognome prima del nome, come fanno quelli sulla via Emilia, e con una medagliona al collo tutta gialla e grande così, che praticamente non se l’è più tolta da quando glie l’hanno infilata alla premiazione. Erano 22 anni che un italiano non usciva per primo dalle porte strette, praticamente come atterrare un’altra volta sulla luna. Era da Calgary 1988 che non vincevamo lo slalom alle olimpiadi, si vede che in Canada gli prende bene agli emiliani, e dopo Tomba è venuto Pantani, è venuta la Ferrari di Schumi, perfino la notte azzurra di Berlino, ma quel magone di prendere sempre gli schiaffi sugli sci era ancora lì che andava su e giù. Allora eccola la soluzione, il Razzo che è in piedi dalle sei e si mette finalmente a sedere alle undici di sera, con una fame che la vede e dopo aver salvato l’onore dell’Italia ai Giochi vorrebbe solo un po’ di tortellini e pace, altro che interviste. Ma il Razzo è uno che prende la vita come i pezzi di parmigiano nel piatto che gli portano, «non è proprio come il nostro, si vede che ha preso del caldo», uno alla volta, e masticare bene. Masticare piano, fermarti un po’ se serve.

Come quando aveva 16 anni e tra schiena, piedi e occhi era tutto da raddrizzare, lui avrebbe anche mollato tutto, se non era per suo padre. O come, quando finalmente addenta l’affettato, gli portano un telefono e dall’altro capo c’è Roma, il Quirinale. «Presidente, mo mi dia pure del tu, sono io che devo darle del lei casomai» fa il Razzo, mentre Giorgio Napolitano gli fa i complimenti e gli chiede della gara, e lui diventa anche un po’ rosso, si abbassa un po’ sulla sedia, forse comincia a realizzare in che razza di guaio si è messo, a vincere davanti a tutto il mondo. «È stata dura, non me l’hanno mica regalata», racconta al presidente che gli chiede con quanto distacco ha vinto: «Due decimi, sì, quanto basta diciamo». Ecco, quanto basta. Sono così dalle sue parti, nell’Emilia che accompagna il Po in mare cambiando paesaggio, ma mai la pelle. Fanno le cose che devono fare senza mettere i manifesti, quando le finiscono, e ogni volta che capita una capriola si rimettono in piedi, non è successo mica niente. A maniche rimboccate e se possibile senza prenderla troppo seria, che sorridere aiuta. Un po’ come quelle teste quadre della Bassa, che gli dicono così perché sono un po’ cocciuti diciamo, ma poi nemmeno se la prendono più di tanto. Il Razzo è uno che bada al sodo e quando gli chiedono il segreto dell’appennino, non ci pensa nemmeno un attimo: «Pochi ma buoni, questo è sicuro».

Prima di lui Tomba, e prima ancora Zeno Colò: cinque medaglie d’oro non le hanno mai prese nemmeno quelli delle vette alpine, per dire. Il Razzo che ha vinto ma non vuole stravincere, «la mia carriera mica finisce qui, ma sono sempre stato uno tranquillo, anche quando facevo fatica a qualificarmi per le gare di coppa del mondo. Sono abituato a tenere i piedi per terra». C’è da crederci, col 47 di scarpe che si ritrova, e quegli occhi che vedono tutto ma prendono solo l’essenziale, come passare tra due paletti piantati nella neve, su una parete ripida. Il Razzo che racconta della mamma pittrice e dei genitori che «sono sempre stati senza problemi con me, mica come quelle famiglie che sono ossessive coi loro figli, a costo di non essere sportivi piuttosto che non eccellere, invece i miei non mi hanno mai colpevolizzato». Si vede che anche a Razzolo sono arrivate le voci di un mondo impazzito che sbaglia tutti gli scaffali per riporre le cose e ha sempre una maledetta fretta, mica come lui che «non avevo mica le montagne sotto casa», e per diventare un campione ha passato più tempo in macchina che sulla neve, ma alla fine è arrivato.

È arrivata anche una giornata come questa che è un po’ come nella canzone di Ligabue. La macchina è calda e dove ti porta lo decide lei, canta il Liga che è delle sue parti, solo che lui al posto del volante aveva le racchette, ma sembrava lo stesso che gli sci venissero giù da soli sulla discesa di Creekside, col suo fan club là sotto ad aspettare, con lo zio missionario arrivato apposta da un altro angolo di mondo. Certe notti come questa che sei sveglio, o non sarai sveglio mai, fa la canzone, e mentre lui passa da un autografo a una pacca sulla spalla a una foto ricordo a uno sbaciucchiamento, fuori ci sono centinaia di canadesi che sembrano anche loro gente da via Emilia e dintorni, il sabato sera di Vancouver tra l’odore di patatine fritte, le bandiere con la foglia d’acero, le chitarre elettriche, il jazz e il casino di Hamilton Street, potrebbe essere benissimo un posto qualsiasi tra Castelnuovo, Rubiera e Reggio. Chissà quante notti come questa ha passato il Razzo, dopo una giornata di allenamenti duri, con la fidanzata, gli amici, a mangiare parmigiano e berci sopra come si deve. Sentirsi padrone di un posto che di giorno non c’è, come dice il Liga, perché il suo posto nella storia c’era già, e lui semplicemente se l’è preso pezzo a pezzo. Lui che è abituato a mettere le cose al loro posto e a raddrizzare tutte le curve balorde, sulla pista come nella vita.

«Come ti trovi in nazionale con i colleghi che vengono dall’Alto Adige e dalle altre montagne, vi sfottete un po’?». E lui, dritto al bersaglio come è sceso dal cancelletto al traguardo: «Adesso non è mica più come venti anni fa, parlano bene l’italiano, abbiamo un buon rapporto certo». Gli fanno anche i conti in tasca, «hai vinto 140mila euro e una borsa di studio da 30mila euro l’anno per quattro, sono 260mila euro», e il Razzo ci pensa sopra appena un attimo e poi «prima di tutto, come mi ha insegnato mio padre, ne facciamo conto, perché sprecarli non va mica bene. Io vivo coi miei, trovare una casetta tutta mia non sarebbe mica male». È fatto così, il Razzo, che tra la prima e la seconda manche era primo e ci rideva sopra, diceva «aspetta almeno che finisco» a chi gli diceva adesso come la mettiamo, mentre tutti gli altri avevano delle facce che sembravano di alluminio. «Sì, va bene le pressioni e le aspettative, ma quando stai lassù alla partenza mica ci puoi pensare a ste cose qui, senno non fai nemmeno due curve». Eccolo, il segreto che alcuni chiamano leggerezza dell’essere, zen, incoscienza, talento, predestinazione, freddezza, e altri non chiamano per niente, gli viene così e basta. Come Razzo, per esempio.

Pubblicato l’1 marzo 2010

Scopriamo le carte, i programmi con Salvatore Maria Righi

Salvatore Maria Righi in un look singolare
Salvatore Maria Righi in un look singolare

di Vanni Zagnoli

Arriva, arriva, è pronto, quasi. Salvatore Maria Righi, da un Salvatore all’altro, si potrebbe dire, no? Dunque, anzitutto archivio l’esperienza di Occhiuto, un anno e mezzo di diatribe, via, con Righi è diverso.

Intanto viene da anni di desk e poi da inviato, cronaca, sport, non so se anche politica. E’ giornalista professionista, emiliano, di Ferrara, grande penna.

In attesa che trovi una ricollocazione dalla porta principale, farà un pizzico di esperienza sul web qui.

A parte che aveva già un blog, su L’Unità, magari la piattaforma è analoga.

Comunque, Salvatore scriverà di quel che vuole, sarà un notista liberissimo e spero ci dia una mano, anche solo come prova, per qualche giorno, per riportare in assetto vannizagnoli.it e lo youtube.

Poi eventualmente si preparerà il suo sito.

Con Righi abbiamo in mente un’iniziativa sportiva nazionale e poi magari di pubblicare un libro. Vediamo, da cosa nasce cosa.

Il bello sarà, per la prima volta in 26 anni da freelance – a parte il contributo di Silvia, che purtroppo da settembre 2014 ha dovuto ridurre l’impegno, non essere soli, condividere tutto, con un Fiordisaggio.

Fiordisaggio era un calciatore, ex Genoa, Reggiana. Intanto proprio così, Salvatore è un fior di saggio, una persona troppo intelligente per il giornalismo di oggi.

Vi sfido a trovare un’espressione fuori posto, sui social, un’offesa, una brutteria. Non la trovate.

Salvatore entrerà, magari a termine, pochi giorni, poche settimane, pochi mesi, pochi anni, pochi decenni…

Salvatore mi e ci può insegnare molto, con il suo stile. Quello che a me manca. Stile.