Archivi categoria: Sci

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Dal 20 ottobre 2016, è attivo il nuovo sito vannizagnoli.it, con youtube. Grazie da Silvia e Vanni Zagnoli. E soprattutto dagli amici.

Il sito all’indirizzo attuale non sarà più aggiornato. Tutti gli articoli pubblicati sono stati trasferiti sulla nuova piattaforma e rimarranno comunque qua come ulteriore archivio.

Sci, la festa per Innerhofer. 8^ edizione con 290 concorrenti in valle Aurina

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290 concorrenti alla ottava edizione della Gara del Fan Club di Christof Innerhofer che si è svolta come ogni anno a Speikboden a Campo Tures in Valle Aurina lunedì 28 marzo, giorno di Pasquetta.

Concorrenti di tutte le età (il più giovane di 6 anni, il più vecchio di 86 anni), provenienti da Milano, da Verona, dalla Slovenia, dalla Germania.
Presenti in gara oltre a Christof Innerhofer anche Manfred Moelgg, Simon Maurberger, Hanna Schnarf, Anna Hofer, Damian Heel, Miriam Kirchler, Klemen Kosi.

Christof ha gareggiato con i classici pantaloni tirolesi, così come Klemen Kosi e Hanna Schnarf.
Manni e Simon sono poi partiti alla volta del Monte Pora per partecipare ai Campionati Italiani, lo sloveno Kosi è venuto apposta in Valle Aurina per festeggiare l’amico-collega Christof.

E’ stata una vera e propria festa, con tanto di deejay, salsicce e birra, per concludere in allegria la stagione del finanziere di Gais.
Molto soddisfatto il Presidente del Fan Club (uno tra i più numerosi della Coppa del Mondo con 1.200 iscritti) Gunther Niederkofler per il successo di una gara che ogni anno vede lievitare il numero dei partecipanti.
Tantissimi premi per i concorrenti, primo premio un paio di sci Rossignol, ma anche la riproduzione del famoso palo di Santa Caterina, la gara del 29 dicembre in cui Christof era sceso con un palo impigliato al nastro degli occhiali.

“Un grazie di cuore a tutti i componenti del mio Fan Club – ha dichiarato Christof Innerhofer – per il gran lavoro svolto. Non è facile organizzare eventi così complessi, trovare gli sponsor per i premi, preparare il tracciato, curare l’animazione della festa. Ma anno dopo anno sono diventati sempre più bravi ed ora è l’evento più importante della stagione del comprensorio di Speikboden. Sono soddisfatto della mia stagione, sono in Primo Gruppo in Super G e in Discesa, ho fatto un secondo posto in Corea, e altri podi sfumati per pochissimi centesimi. Ho una gran voglia di ripartire per preparare la prossima stagione, che oltre alla Coppa del Mondo vedrà anche i Mondiali di St. Moritz”.

Sci, il ritiro di Daniela Merighetti. L’intervista del 2011 a Libero, dopo un podio. “Vivo da sola e consapevole dei miei limiti. Gioco a pallavolo”

Daniela Merighetti
Daniela Merighetti

(v.zagn.) Si ritira Dada Merighetti, questa è l’intervista uscita su Libero 5 anni fa.

L’Italia si scopre potenza nel circo bianco, con una serie di medaglie in tutte le discipline. Dodici nello sci, 3 nel fondo, una nel salto; 7 in combinata nordica (3 successi di Pittin), una nel biathlon (affermazione in staffetta), 7 nello snowboard (3 vittorie per Fischnaller); 6 nello slittino artificiale (un’affermazione in staffetta), 16 nel naturale (4 vittorie) e 6 nello sci alpinistico.
Daniela Merighetti, lei è l’emblema della grande Italia, a 30 anni ha conquistato il primo successo della carriera.
“Non ci siamo mai allenati così bene, io in particolare – risponde la finanziera bresciana -. Sono in nazionale dal 2000 e non ricordo una stagione così”.
Numerosi podi per tanti atleti di grande livello.
“Il ricambio è adeguato, soprattutto gli slalomisti sono sempre competitivi”.
Siamo nella seconda metà della stagione, l’Italia può reggere con questo ritmo, di varie medaglie per ogni settimana?
“Mi aspetto nuovi piazzamenti di prestigio, in particolare da Elisa Fanchini, la mia compagna di stanza, e da Johanna Schnarf, in combinata. E’ bello che tutti salgano sul podio”.
Che contributo danno i direttori tecnici dello sci, Claudio Ravetto e Raimund Plancker?
“Per noi ragazze Plancker è determinante. Era già uno dei nostri allenatori, ha esperienza eppure è giovane. Ci stimola, ha grande voglia, è molto propositivo”.
Secondo il dt, Merighetti è coraggiosa e tenace.
“Già, d’altra ho aspettato trent’anni, per il primo successo in carriera”.
Oggi a Saint Moritz (Svizzera) supercombinata (alle 10,30 la discesa, alle 15 slalom, diretta su Raisport1 ed Eurosport); domani discesa, domenica supercombinata (superG e slalom). Lei ha speranze di ripetere il successo di Cortina?
“E’ difficile. Le favorite restano l’americana Lindsay Vonn e la tedesca Maria Riesch. In particolare noi azzurre fatichiamo nella prima prova, non siamo abituate allo slalom speciale. In tante possiamo rientrare fra le migliori cinque”.
Prima del trionfo bellunese, il suo unico podio era stato nove anni fa.
“Lo sci è davvero la mia vita. Si compiono tanti sacrifici per arrivare in alto, ero contenta anche senza quel successo”.
“Dada”, come fa a essere tanto umile?
“Conosco i miei limiti. Sono molto obiettiva, so quando non posso fare risultato. Se tutto gira, come all’inizio del mese, quando le piste mi si addicono può arrivare il grande risultato. Ora ho qualche problema alla schiena, un’ernia, non sono al 100% e il tracciato elvetico non mi piace tanto”.
Alle Olimpiadi di Vancouver era uscita in tutte e tre le gare: discesa, superG e supercombinata.
“Due anni fa girava tutto male. Peraltro ho superato infortuni gravi: tre rotture ai legamenti crociati, una frattura alla tibia, entrambe le spalle sublussate, l’ultima a inizio 2012. Ormai ho una soglia di dolore elevata”.
Cominciò con le discipline tecniche, quell’unico podio precedente fu in gigante.
“Mi fermò la rottura del crociato. Non riuscivo più a qualificarmi, così provai la velocità. Purtroppo in Italia devi ancora scegliere fra gare tecniche e velocità, settori ancora molto distinti. A me sarebbe piaciuto fare tutto. Peraltro in questi anni ho preso coscienza delle mie capacità”.
In azzurro prese il posto di Isolde Kostner, al ritiro dell’atesina, sino a quando continuerà?
“La speranza è di arrivare a Sochi 2014. Al dopo carriera ancora non ho pensato, vediamo quando smetterò che opportunità arriveranno. Resto in finanza, magari collaborerò con qualche azienda sportiva o della neve, di sicuro non farò la maestra di sci”.
Da un anno vive da sola, a Capriano del Colle, nel Bresciano.
“Ogni volta che posso invito amici a cena e gioco a pallavolo, l’altra mia grande passione. Ho festeggiato il successo ampezzano con i nipoti”.
Angelica, 5 anni e mezzo, e Giovanni, 2, figli delle sue sorelle, Paola e Luisa.
“Lo sci quasi mai ricambia per quanto dai, i bimbi non tradiscono mai”.

Vanni Zagnoli

Alganews.it, sci: il ritiro di Massimiliano Blardone a 37 anni. L’intervista del 2011 a Libero: “Continuo almeno all’olimpiade del 2018”. Si è fermato con due anni d’anticipo…

Massimiliano Blardone
Massimiliano Blardone

(v.zagn.) Come Dada Merighetti, Massmiliano Blardone lascia lo sci, è stato fra i migliori specialisti del millennio, molto continuo. Qui si raccontava per Libero, dopo un podio eccellente, 5 anni fa.

A 32 anni, Massimiliano Blardone è il più forte sciatore italiano. A Crans Montana (Svizzera), ha conquistato il 7° successo in gigante: fanno 24 podi, 4 consecutivi, il primo fu nel 2004.
Max, la prima doppietta è arrivata alla 13^ coppa del mondo…
“Il segreto è nella costanza di allenamento, in ogni situazione: fisica, mentale e persino meteorologica. E’ la chiave della mia carriera sino a oggi, escluso lo scorso anno, in cui le condizioni non me lo permettevano”.
Cos’ha cambiato?
“I materiali, con i quali non mi esprimevo al meglio. E poi è mutata la situazione della squadra, non c’è più il precedente responsabile”.
Ovvero l’allenatore Matteo Guadagnini, adesso guida l’altoatesino Alexander Proche, mentre il francese Jacques Theolier è responsabile anche degli slalomisti.
“Occorre lavorare per gli atleti, non contro, come avveniva prima, così sono tornati i risultati”.
Sino a quando continuerà?
“Almeno al 2018”.
Addirittura…
“Mi piacerebbe arrivarci. Se tutto va come ora, perchè no?”.
Lo svizzero Didier Cuche lascia a 39 anni, sostiene proprio che uno sciatore raccoglie il meglio dopo i 30.
“Spero di arrivare a quell’età nelle sue condizioni”.
Ai primi di aprile intanto la compagna Simona la renderà padre. Come si chiamerà il primogenito?
“Non lo diciamo, è un nostro segreto”.
E’ finanziere, di Domodossola, non una terra di sciatori…
“C’è qualche ciclista, nella mia provincia, Verbano-Cusio-Ossola”.
Ha vinto in Alta Badia, è stato terzo ad Adelboden, secondo nella bufera di vento in Bulgaria, mentre domenica ha preceduto l’austriaco Marcel Hirscher.
“Gli auguro di vincere la coppa del mondo, se la merita, con questi grandi risultati”.
In gigante è primo con 545 punti, davanti all’americano Ligety (413), poi arriva Blardone con 358: il 10 marzo gareggerete a Kranjska-Gora (Slovenia), il 16 le finali a Schladming (Austria).
“Per aggiudicarmi la coppa di specialità dovrei vincere entrambe le ultime gare e loro non portarle a termine. E’ quasi impossibile”.
A inizio anno si era distorto la caviglia destra.
“Mi ero infortunato due giorni dopo Adelboden, per recuperare sono state necessarie tantissime terapie. Mi sono allenato poco, in questo mese e mezzo, è stata dura”.
Per l’Italia dello sci è una grande stagione?
“Discreta. Hanno vinto anche Cristian Deville (più due podi), e Daniela Merighetti (più un altro). Due medaglie anche per Gross e Brignone, una per Innerhofer e Razzoli. In fin dei conti siamo solo in 7, fra i primi 3”.
Tomba si aggiudicò 15 giganti, Thoeni 11, intanto lei ha raggiunto Piero Gros a 7.
“E spero di vincere ancora. Mi mancano medaglie olimpiche, mondiali e coppa di specialità”.
Qual è il bello dello sci?
“Quando tagli il traguardo e vinci. All’inizio era divertimento, adesso è un lavoro”.
Ha festeggiato anche con le compagne di squadra?
“C’è un buon rapporto con tutte, in particolare con chi ha condiviso varie stagioni. E’ in atto un cambio generazionale, sulle piste ci si vede poco, servirebbe tempo per conoscersi”.
Più vecchi di lei ci sono unicamente Alexander Ploner (classe ’78) e Davide Simoncelli (’79). E’ il gigante a invitare alla longevità?
“Sono annate buone, siamo atleti di vecchio stampo”.
Si saranno pentite le 170 aziende che l’anno scorso avevano rifiutato di sponsorizzarla…
“Ora sono oltre 200. La situazione del nostro governo è lì, da vedere. Tutti fanno i conti con gli euro, non sono caramelle e spendono ancora poco”.
Blardone quanto ha guadagnato?
“Poco, per quanto ho fatto”.
Con Denver Danilo Gallinari ha firmato un quadriennale da dieci milioni di dollari a stagione.
“Fa bene a sfruttare il suo momento, lo ammiro. E’ dovuto emigrare, per svolgere al meglio il suo lavoro. Mi fa sorridere chi pratica sport solo per passione, in tal caso significa che a livello familiare sta già bene”.

Vanni Zagnoli

Ilmessaggero.it, sci. L’articolo di Peter Fill, primo italiano a vincere la coppa del mondo in discesa. “Sollevo 400 chilli alla pressa con una sola gamba, abbiamo glutei sodissimi”

peterfill

http://sport.ilmessaggero.it/altrisport/sci_fill_gioco_calcio_golf_vado_bici_la_vittoria_kitzbuehel_valsa_70mila_ma_la_gloria-1625995.html

Peter Fill ha vinto la coppa del mondo in discesa, la prima di un italiano nella storia della specialità, a parte i successi di Isolde Kostner fra le donne, nel 2001 e 2002. Ecco le sue emozioni, a freddo, per Ilmessaggero.it.

di Peter Fill

Quassù, a Castelrotto, vicino all’alpe di Siusi, è stata festa. Siamo in 6mila, in Alto Adige. La coppetta è una soddisfazione, mancava allo sci italiano dal 2008, quando se l’aggiudicarono Manfred Moelgg in slalom e Denise Karbon in gigante: mia cugina 8 anni fa era al top, si è ritirata da due stagioni. Io ho 33 anni e stavolta sono arrivato primo a Lake Louise, in Canada, e poi nella discesa più bella, a Kitzbuehel, prendendo punti in 10 gare. Il mio palmares si è arricchito così di un titolo, offrendo un seguito all’argento ai mondiali di Val d’Isere, in superg, nel 2009, e al bronzo di Garmisch, in combinata, due anni più tardi.

Per me sono stagioni magiche anche sul piano personale, perchè il 23 maggio scorso avevo sposato Manuela. Abbiamo un figlio, Leon, 2 anni compiuti il 23 gennaio, proprio quando vinsi in Austria, e un altro è in arrivo. Lei gestisce appartamenti di nostra proprietà, al mio paese, giovedì è venuta a Saint Moritz per non perdersi la gara più importante della mia carriera. Poi ho chiuso con il 7° posto in superg, neanche male, lì però non ho la sicurezza che mostro in discesa. Mi soddisfa anche il 9° posto nella classifica generale di coppa del mondo, vinta ancora da Hirscher. E’ una stagione ottima anche per Dominik Paris, 2 vittorie al pari di Federica Brignone. Siamo davvero molto forti, come nazionale anche femminile, dietro unicamente all’Austria, la superpotenza storica della neve. E’ un piacere vedere al terzo posto nella mia specialità Paris e poi ammirare il suo 6° in generale, io stesso sono rientrato nei migliori 10. In questo millennio non ci sono Alberto Tomba nè Deborah Compagnoni, ma in tanti azzurri vanno a podio, siamo davvero molto concreti e questo fa sì che ci seguano tanti tifosi, anche sulle piste straniere. Giovedì c’erano credo 500 italiani, in Svizzera, per accompagnarmi verso il trofeo. Al ritorno a Castelrotto ho guidato io, sono 3 ore di macchina, con la gioia del successo centrato, per offrire agli allenamenti un sapore diverso.

Non sorridete di fronte al mio peso, sono 90 chili distribuiti sul mio metro e 75, perchè proprio la pesantezza in pendenza fa velocità e allora da anni tutta l’estate vado in palestra per costruirmi: gambe fortissime, i muscoli della schiena, gli addominali e un culetto molto allenato. Dobbiamo resistere a carichi notevoli, in curva c’è tanta pressione e allora con una gamba per volta alla pressa sollevo anche

400 chili. Meglio dei culturisti, insomma.

E’ una fortuna crescere in montagna, si vive bene e all’aria fresca, io abito a 1000 metri e ho le piste davanti a casa, a Siusi, a quota 1800, e questo rappresenta un grande vantaggio. Siamo in Alto Adige, il Trentino è come fosse un’altra regione, a casa si parla dialetto tedesco, mentre uso l’italiano in giro, in squadra e con gli allenatori. Quassù il Bressanone ha vinto due scudetti e due coppe Italia di pallamano, il calcio è in Lega Pro, si chiama Sud Tirol ed è tornato ad allenarlo Giovanni Stroppa, che qua si rivelò, meritando la chiamata a sorpresa in serie A del Pescara. Seguo il calcio perchè sono tifoso della Juve e poi della Ferrari, in questo sono molto italiano, sulle Alpi peraltro lo sci è molto seguito, proprio per la spettacolarità.

In gara si toccano anche i 160 chilometri orari e quando cadi male la carriera si può arrestare improvvisamente, io comunque ho intenzione di proseguire per altri 3-5 anni, dunque nel 2017 sarò ai mondiali di San Moritz, poi alle olimpiadi in Sud Corea. Dovrei resistere almeno sino ai mondiali di Are, in Svezia, del ’19, mentre è dura arrivare a Cortina ’21, considerato che avrò 38 anni. Vediamo, il prosieguo è scritto nelle stelle.

A leggere queste righe vi sembrerò una persona abbastanza seria, è proprio così. Amo la montagna e casa mia e sugli sci sto davvero molto bene. Non mi interessa essere personaggio, lo alimento eventualmente solo con i risultati. Grazie all’allenatore Alberto Ghidoni, già tecnico di Kristian Ghedina, e con me sin dai primi mondiali disputati, a Saint Moritz, nel 2003: lui è bresciano, di Collio, torna dopo la parentesi alle donne, io sono in coppa del mondo dal 2002, ormai il veterano della compagnia. Responsabile del nostro settore Massimo Carca, alessandrino di Tortona, dunque lontano dalle montagne. Daniel Zonin, invece, è lo skiman, di Bolzano: al primo anno con me ha svolto un ottimo lavoro, perchè è colpa sua se ho missili sotto i piedi, fa funzionare al meglio la sciolina dei miei Atomic Redstar. Mi seguiranno tutti e tre anche ai campionati italiani, poi mi attendono 3 settimane di skitest e 6-7 di preparazione. In genere lavoro per 5 giornate mattina e pomeriggio, il sabato solo di mattino, mentre mi tengo libera la domenica.

In estate arriveranno anche le vacanze, mentre da metà agosto andrò un mese in Argentina o Cile, come sempre. Il programma prevede la ripresa con l’atletica e poi su vari ghiacciai, 3-4 giorni a inizio novembre, per essere al top a metà di quel mese, in nord America.

Mi allenerò là, verso l’apertura in Canada, a Lake Louise, cercando il massimo soprattutto in Val Gardena e a Santa Caterina Valfurva, le tappe italiane della coppa. Come vedete ho già in mente come fare per tentare di confermarmi, l’obiettivo è di ripetermi.

Fortunatamente ho vissuto solo un grave infortunio, era il 2009, con lo strappo all’adduttore della gamba sinistra e agli addominali bassi. Restai fuori da agosto a fine gennaio, lo pagai successivamente. L’altro stop è stato l’anno scorso per un guaio alla spalla, a Wengen, in Svizzera.

Gli appassionati mi chiedono se esista l’ansia pregara e in effetti c’è da soffrire, sulle piste comunque siamo veramente freddi e più forti di sportivi normali, in fondo servono nervi veramente spessi, per affrontare istanti molto difficili, su tratti pericolosi. E’ indispensabile tantissimo coraggio, per evitare che subentrino i dubbi e allora fa la differenza attaccare sempre al 100%. Ogni tanto un pizzico di paura si può affacciare, non è da poco controllarla, essere il più aggressivi possibile aiuta a restare concentrati.

Incidenti accadono anche in allenamento, c’è pericolo di infortuni gravi, per una velocità media fra i 110 e i 120 all’ora. Si rischia la vita, a picchiare forte con poche protezioni, praticamente solo il casco, con gli sci che si trasformano in lamine insidiose.

Sul piano economico, in assoluto non ne vale la pena, considerato per esempio che il successo a Kitzbuhel è stato ricompensato con appena 70mila euro, per fortuna c’è l’onore del primato, ecco.

Scendere giù, in picchiata, è come guidare ai 300 orari, anzi è molto più complicato perchè neanche c’è la carrozzeria, a proteggerti, nè abbiamo gli airbag, pertanto quei 160 orari toccati non permettono distrazioni.

Ma la discesa è anche stile, c’è la classe come per un calciatore o la compostezza in sella di un ciclista, io vengo accreditato di una sciata molto bella, sensibile nelle traiettorie e con pochi errori, al punto che neanche sembra che vada veloce. Mi piaceva Lasse Kjus, il norvegese, e quest’anno sono andato davvero forte come lui.

In assoluto, i miei idoli erano Roberto Baggio e Zidane, poi Del Piero, adesso Pogba, ma è impossibile cercare punti di contatto fra uno sciatore e un calciatore. Con la squadra puoi vincere anche se giochi male, il nostro sport è davvero individuale e allora o vai forte o vai piano. Io peraltro gioco anche a calcio, nel Goulash, ovvero con le riserve del Sud Tirol, e poi amo il golf e la bicicletta, insomma sono un polisportivo.

testo raccolto da Vanni Zagnoli

Sci, velocità, il record di Ivan Origone. L’aostano raggiunge i 255 orari. “Siamo un’azienda, con mio fratello, non c’è rivalità”.

Sci, velocità. Gli aostani Origone, Ivan a sinistra e Simone
Sci, velocità. Gli aostani Origone, Ivan a sinistra e Simone

Un anno e mezzo fa, in discoteca, in centro a Milano, accanto a un hotel B and B, abbiamo conosciuto un centauro della neve, Ivan Origone, aostano, con il fratello Simone. Non controlliamo di proposito, su wikipedia e google, azzardiamo. Come fanno loro sulla neve, saette, fulmini.

E’ l’origami degli Origone, si va all’origine degli Origone e così via, di gioco in parole. Loro giocano sulla e con la neve, sono fortissimi, non guadagnano tanto, nè sono popolarissimi, neanche vanno alle olimpiadi però sono dalla valle e arrivano sul tetto del mondo, con regolarità. Bravi, Origone. E gli altri sono rosiconi.

Vanni Zagnoli

Ciclismo e sci di fondo. Filippo Ganna è campione del mondo di inseguimento su pista, Federico Pellegrino è il primo italiano a vincere la coppa del mondo sprint di fondo

Filippo Ganna è campione del mondo di inseguimento, a 19 anni
Filippo Ganna è campione del mondo di inseguimento, a 19 anni

C’è un filo rosso che accomuna le imprese di Filippo Ganna e Federico Pellegrino.

Il fondista è il primo italiano a vincere la coppa del mondo di sci di fondo, il titolo era atteso, grazie ai successi degli scorsi mesi. A 25 anni il valdostano è diventato il numero uno della specialità. In queste ore sentiamo ripetere che nessuno fuori dalla Scandinavia ha mai vinto il titolo, in realtà nell’albo d’oro c’è persino uno spagnolo, Muhlegg, oltre allo svizzero Dario Cologna.  Pellegrino è in realtà il primo non nordico ad aggiudicarsi la coppa sprint

L’impresa che non ti aspetti è di Filippo Ganna, piemontese di Verbania, 19 anni, che riporta in auge la pista italiana. L’ultimo vincitore italiano dell’inseguimento fu il ravennate Andrea Collinelli, 20 anni fa, a cui Ganna ha levato il primato italiano, mentre nel ’76 toccò a Francesco Moser inanellare uno dei tanti titoli.

In finale fa siglare  un 4’ 16” 141, surclassando il tedesco Domenic Weinstein, di 2 secondi buoni.

Il bronzo va al britannico Andrew Tennant.

Ganna è lontano parente di Luigi Ganna, vincitore del Giro d’Italia nel 1910. E’ dilettante, nella Colpack e su facebook si autodefinisce gatto di marmo. E’ alto uno e 93, di una fisicità straordinaria. Per le olimpiadi può giocarsi una medaglia, magari di nuovo d’oro

 

Sci. Deborah Compagnoni scrive per Liberoquotidiano.it. “La doppietta azzurra orienta il movimento, ci sono ancora personaggi. Anche il nostro sport è uno spezzatino, in tv. Le Fanchini sono unitissime, così hanno superato gli infortuni. Io faccio la mamma nel Trevigiano, la mia famiglia gestisce l’albergo a Santa Caterina Valfurva”

Per Libero, grazie a Claudio Brigliadori, Deborah Compagnoni raccoglie il nostro invito a scrivere le emozioni della più grande giornata azzurra nella storia della coppa del mondo

http://www.liberoquotidiano.it/news/sport/11880790/Deborah-Compagnoni-racconta-per-Libero-la.html

Nadia_Fanchini_discesa_21-12-2014
Deborah Compagnoni, 45 anni, è stata la gran dama dello sci italiano, con tre ori e un argento olimpico, più tre ori mondiali. In coppa del mondo vinse 16 gare di coppa del mondo, fu portabandiera a Lillehammer 1992. Per Libero racconta le emozioni davanti alla tv, nella sua casa in Veneto, per il doppio successo azzurro di Dominik Paris e Nadia Fanchini <http://www.liberoquotidiano.it/news/sport/11880672/dominik-paris-nadia-fanchini-sci-alpino-vittoria-italia.html>.
È stata una giornata straordinaria, per lo sci azzurro, con il doppio successo, di Paris e di una Fanchini. Da donna, sono felice in paritcolare per Nadia, perchè ha vinto in Italia, su pista molto difficile, La Thuile, e questo fa onore e a lei e alla nostra tecnica, da sempre riconosciuta.

Completano queste mattinate magnifiche il terzo posto di Daniela Merighetti il terzo di ieri, di Nadia, sempre in valle d’Aosta. E Dominik alimenta il momento, a Chamonix, in Francia, su un’altra pista storica. Ecco, è davvero un gran periodo per lo sci nostrano, a smentire chi sostiene che mancano i personaggi, che non c’è più nessuno.

Ovvio, è difficile avere la continuità nei risultati, fra tanta concorrenza, è cambiata parecchio, rispetto a quando gareggiavo io.
Adesso, fra l’altro, è tutto più veloce, la notizia si vive subito e magari si cambia presto canale, per tornare a rivivere le gare più tardi, negli approfondimenti. Ai tempi miei l’appuntamento era rituale come orario, magari anche per lo slalom anche di Alberto Tomba, e poi stop. L’attenzione era superiore e per un tempo più ristretto, ora un sacco di altre discipline portano via ascolti al nostro mondo.

I due capolavori di sabato sono stati seguiti in albergo dalla mia famiglia, a Santa Caterina Valfurva. Mamma Adele e mio fratello Yuri, che mi seguiva sulle piste, sono rimasti lassù, in provincia di Sondrio. Io faccio la mamma a Ponzano (Treviso): di Agnese, 15 anni, Tobias, 13, e Luce (9). Mentre mio marito Alessandro segue gli affari della famiglia, Benetton.

A proposito di famiglia, le Fanchini sono un fenomeno unico, tre sorelle professioniste, nello stesso sport. Conosco in particolare Nadia e Elena, perché hanno lo skiman Mauro Sbardellotto, già mio collaboratore. Le sento spesso, sono ragazze fantastiche, molto legate fra di loro e questo sodalizio è stato fondamentale nei momenti difficili. Nadia superò i miei stessi infortuni, è più volte rientrata e io so cosa vuol dire, nelle in particolare discipline veloci. E tecnicamente è sempre stata molto solida.
Elena è più grande, si esalta nei tracciati più facili, da scivolatrice, tanto che un anno fa trionfò a Cortina d’Ampezzo.
A loro, a Paris e a tutti gli azzurri sul podio i miei complimenti e incitamenti. E in generale allo sport italiano. Io sono juventina e amo il volley. Da piccola ci giocavo. Prima di inforcare gli sci…

Sport invernali, l’ottavo podio stagionale di Dorothea Wierer, la vittoria di Peter Fill a Kitzbuehel. Peccato non ci siano le olimpiadi. Dorothea spara e fa volare gli sci, da mesi è la numero uno. E quel nome unico fa pensare alla vecchia Dc, a Benigno Zaccagnini

 

Dorothea Wierer, biatleta di Brunico
Dorothea Wierer, biatleta di Brunico

Di Vanni Zagnoli

Dorothea Wierer non ha nulla dei dorotei. Ha 25 anni, è di Rasun (Bolzano)  e la migliore specialista al mondo del biathlon, adesso. E’ all’ottavo podio stagionale, compresi due di squadra, peccato che non ci siano le olimpiadi invernali, quest’anno. Bella e brava, in una disciplina davvero dura e poco nota, popolarissima solo al nord Europa, oltrechè in Francia e Austria.

I dorotei erano una forza politica, una corrente della Dc, nel dopoguerra, capeggiata da Benigno Zaccagnini, ravennate: presero il nome da un convento di Roma dedicato a Santa Dorotea. Era gente perbene, morigerata e moderata, non spregiudicata come la Wierer, che spara e scia, spara e scia. Pum, pum e ripartenza. Lei non ha rispetto delle avversarie, le batte e basta, vola, vola e vola. Si mette a terra e spara, riparte di slancio, sciolina.

Peter Fill vince sulla streif, a Kitzbuehel, in Austria, uno dei templi dello sci mondiale. Ha 33 anni, è di Castelrotto, è un altro atesino orgoglioso, è cugino di Denise Karbon, principessa dello sci italico nel millennio. Bravo, bravo, bravo. La discesa libera è quanto di più emozionante esista, in picchiata, velocità folli.

Peter Fill, alla giornata più bella della carriera.

Peter Fill, cugino di Denise Karbon
Peter Fill, cugino di Denise Karbon

 

 

Sci, Giuliano Razzoli è secondo a Wengen. Il racconto del suo oro olimpico per l’Unità, di Salvatore Maria Righi. “L’Emilia di Ligabue e del parmigiano”

Il secondo posto di Razzoli a Wengen è l’occasione per il racconto di Salvatore Maria Righi sull’Unità del marzo 2010, per l’oro olimpico di Vancouver. Un racconto che ha tanto di emiliano.

Giuliano Razzoli oro a Vancouver 2010

Giuliano Razzoli oro a Vancouver 2010

Salvatore Maria Righi
Razzoli Giuliano di Razzolo, come una filastrocca, a due schioppettate da Villa Minozzo, che «ci abitano cinquanta persone, se le conti due volte». Il Razzo col cognome prima del nome, come fanno quelli sulla via Emilia, e con una medagliona al collo tutta gialla e grande così, che praticamente non se l’è più tolta da quando glie l’hanno infilata alla premiazione. Erano 22 anni che un italiano non usciva per primo dalle porte strette, praticamente come atterrare un’altra volta sulla luna. Era da Calgary 1988 che non vincevamo lo slalom alle olimpiadi, si vede che in Canada gli prende bene agli emiliani, e dopo Tomba è venuto Pantani, è venuta la Ferrari di Schumi, perfino la notte azzurra di Berlino, ma quel magone di prendere sempre gli schiaffi sugli sci era ancora lì che andava su e giù. Allora eccola la soluzione, il Razzo che è in piedi dalle sei e si mette finalmente a sedere alle undici di sera, con una fame che la vede e dopo aver salvato l’onore dell’Italia ai Giochi vorrebbe solo un po’ di tortellini e pace, altro che interviste. Ma il Razzo è uno che prende la vita come i pezzi di parmigiano nel piatto che gli portano, «non è proprio come il nostro, si vede che ha preso del caldo», uno alla volta, e masticare bene. Masticare piano, fermarti un po’ se serve.

Come quando aveva 16 anni e tra schiena, piedi e occhi era tutto da raddrizzare, lui avrebbe anche mollato tutto, se non era per suo padre. O come, quando finalmente addenta l’affettato, gli portano un telefono e dall’altro capo c’è Roma, il Quirinale. «Presidente, mo mi dia pure del tu, sono io che devo darle del lei casomai» fa il Razzo, mentre Giorgio Napolitano gli fa i complimenti e gli chiede della gara, e lui diventa anche un po’ rosso, si abbassa un po’ sulla sedia, forse comincia a realizzare in che razza di guaio si è messo, a vincere davanti a tutto il mondo. «È stata dura, non me l’hanno mica regalata», racconta al presidente che gli chiede con quanto distacco ha vinto: «Due decimi, sì, quanto basta diciamo». Ecco, quanto basta. Sono così dalle sue parti, nell’Emilia che accompagna il Po in mare cambiando paesaggio, ma mai la pelle. Fanno le cose che devono fare senza mettere i manifesti, quando le finiscono, e ogni volta che capita una capriola si rimettono in piedi, non è successo mica niente. A maniche rimboccate e se possibile senza prenderla troppo seria, che sorridere aiuta. Un po’ come quelle teste quadre della Bassa, che gli dicono così perché sono un po’ cocciuti diciamo, ma poi nemmeno se la prendono più di tanto. Il Razzo è uno che bada al sodo e quando gli chiedono il segreto dell’appennino, non ci pensa nemmeno un attimo: «Pochi ma buoni, questo è sicuro».

Prima di lui Tomba, e prima ancora Zeno Colò: cinque medaglie d’oro non le hanno mai prese nemmeno quelli delle vette alpine, per dire. Il Razzo che ha vinto ma non vuole stravincere, «la mia carriera mica finisce qui, ma sono sempre stato uno tranquillo, anche quando facevo fatica a qualificarmi per le gare di coppa del mondo. Sono abituato a tenere i piedi per terra». C’è da crederci, col 47 di scarpe che si ritrova, e quegli occhi che vedono tutto ma prendono solo l’essenziale, come passare tra due paletti piantati nella neve, su una parete ripida. Il Razzo che racconta della mamma pittrice e dei genitori che «sono sempre stati senza problemi con me, mica come quelle famiglie che sono ossessive coi loro figli, a costo di non essere sportivi piuttosto che non eccellere, invece i miei non mi hanno mai colpevolizzato». Si vede che anche a Razzolo sono arrivate le voci di un mondo impazzito che sbaglia tutti gli scaffali per riporre le cose e ha sempre una maledetta fretta, mica come lui che «non avevo mica le montagne sotto casa», e per diventare un campione ha passato più tempo in macchina che sulla neve, ma alla fine è arrivato.

È arrivata anche una giornata come questa che è un po’ come nella canzone di Ligabue. La macchina è calda e dove ti porta lo decide lei, canta il Liga che è delle sue parti, solo che lui al posto del volante aveva le racchette, ma sembrava lo stesso che gli sci venissero giù da soli sulla discesa di Creekside, col suo fan club là sotto ad aspettare, con lo zio missionario arrivato apposta da un altro angolo di mondo. Certe notti come questa che sei sveglio, o non sarai sveglio mai, fa la canzone, e mentre lui passa da un autografo a una pacca sulla spalla a una foto ricordo a uno sbaciucchiamento, fuori ci sono centinaia di canadesi che sembrano anche loro gente da via Emilia e dintorni, il sabato sera di Vancouver tra l’odore di patatine fritte, le bandiere con la foglia d’acero, le chitarre elettriche, il jazz e il casino di Hamilton Street, potrebbe essere benissimo un posto qualsiasi tra Castelnuovo, Rubiera e Reggio. Chissà quante notti come questa ha passato il Razzo, dopo una giornata di allenamenti duri, con la fidanzata, gli amici, a mangiare parmigiano e berci sopra come si deve. Sentirsi padrone di un posto che di giorno non c’è, come dice il Liga, perché il suo posto nella storia c’era già, e lui semplicemente se l’è preso pezzo a pezzo. Lui che è abituato a mettere le cose al loro posto e a raddrizzare tutte le curve balorde, sulla pista come nella vita.

«Come ti trovi in nazionale con i colleghi che vengono dall’Alto Adige e dalle altre montagne, vi sfottete un po’?». E lui, dritto al bersaglio come è sceso dal cancelletto al traguardo: «Adesso non è mica più come venti anni fa, parlano bene l’italiano, abbiamo un buon rapporto certo». Gli fanno anche i conti in tasca, «hai vinto 140mila euro e una borsa di studio da 30mila euro l’anno per quattro, sono 260mila euro», e il Razzo ci pensa sopra appena un attimo e poi «prima di tutto, come mi ha insegnato mio padre, ne facciamo conto, perché sprecarli non va mica bene. Io vivo coi miei, trovare una casetta tutta mia non sarebbe mica male». È fatto così, il Razzo, che tra la prima e la seconda manche era primo e ci rideva sopra, diceva «aspetta almeno che finisco» a chi gli diceva adesso come la mettiamo, mentre tutti gli altri avevano delle facce che sembravano di alluminio. «Sì, va bene le pressioni e le aspettative, ma quando stai lassù alla partenza mica ci puoi pensare a ste cose qui, senno non fai nemmeno due curve». Eccolo, il segreto che alcuni chiamano leggerezza dell’essere, zen, incoscienza, talento, predestinazione, freddezza, e altri non chiamano per niente, gli viene così e basta. Come Razzo, per esempio.

Pubblicato l’1 marzo 2010