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Il Gazzettino, fra poco Ecuador-Francia e Honduras-Svizzera: elvetici favoriti per il secondo posto

Vanni Zagnoli
Stasera termina il girone E, molto spettacolare. Alle 22, a Rio de Janeiro c’è Ecuador-Francia, mentre a Manaus l’Honduras cerca i primi punti con la Svizzera. Contro l’Ecuador di Monteiro e dei due Valencia, i centramericani hanno segnato un gol ai mondiali dopo 32 anni, sono alla 3^ partecipazione e non hanno mai vinto: con 0 punti e -4 nella differenza reti, dovrebbero battere 2-0 gli elvetici e sperare che la Francia superi l’Ecuador almeno per 3-0. I transalpini sono quasi a posto, a punteggio pieno e con il +6 nei gol, uscirebbero solo in caso di sconfitta con 4 gol di scarto, abbinata al 5-0 della Svizzera.
La vera sfida è per il secondo posto, vede favoriti i rossocrociati perchè l’Honduras è abbordabile (ma in Sudafrica li bloccò sullo 0-0, facendoli uscire al primo turno), molto più della Francia per l’Ecuador. Alla nazionale di Hitzfeld dovrebbe bastare il successo, se invece gli ecuadoregni saranno capaci di battere i galletti di Deschamps, dovrà sistemare la differenza reti, ora a -2, contro lo 0 dei rivali. Al posto del centrale Von Bergen, gioca l’ex milanista Senderos.
I blues tengono al primato, per evitare l’Argentina negli ottavi, Nigeria o Iran sono avversarie molto più comode. Squalificato Cabaye, spazio al centrocampista Rio Mavuba, del Lilla: il padre partecipò ai mondiali del ’74 con lo Zaire, la madre è dell’Angola. Probabile panchina per i diffidati Evra e Pogba, mentre l’acciaccato Sakho lascia spazio a Koscielny. “Questa generazione ha qualità e può alzare trofei”, assicura Thierry Henry, campione del mondo nel ’98, a 21 anni. Ecuador e Francia rinunciano alla rifinitura al Maracanà, per non danneggiare il campo.

 

Mondiale, il racconto di Australia-Spagna e di Cile-Olanda

Da Il Gazzettino

 

Inutile, ma è arrivata la prima vittoria della Spagna al mondiale, mentre l’Olanda nel finale supera per 2-0 il Cile, chiudendo al primo posto il girone e così può evitare lo spauracchio del Brasile, battuto ai quarti in Sudafrica.
Del Bosque largheggia nel turnover, fra i pali manda Reina (mai impegnato), i puntuali Juanfran e Jordi Alba come esterni, Sergio Ramos e il napoletano Albiol centrali. A centrocampo Iniesta e Xabi Alonso, destinato a lasciare la Roja, come Xavi; discreti Koke e Cazorla. A metà primo tempo, David Villa con un colpo di tacco pesca Jordi Alba, il diagonale mancino è troppo centrale e il portiere Ryan oppone i pugni. E’ proprio l’attaccante passato dal Real Madrid al New York City il più motivato, dribbla Jedinak e crossa per Torres, in ritardo per la deviazione. Il gol arriva su assist di Iniesta per l’inserimento di Juanfran alle spalle di Davidson, il traversone è rasoterra per David Villa che segna di tacco. Fanno 59 gol con la Spagna, bacia la maglia (nera, ieri, a Curitiba): uscirà dopo quasi un’ora per Mata e in lacrime, perchè a 32 anni forse non giocherà più in nazionale e perchè ancora brucia l’eliminazione in due partite, da campione del mondo.
L’Australia delude, dopo le prove orgogliose ma sfortunate con Cile e Olanda, a mezz’ora dalla fine si affida anche all’intraprendente James Troisi, trequartista di proprietà della Juve e meteora dell’Atalanta, con 6 presenze, nel 2012. Il raddoppio è frutto ancora dell’intuizione di Iniesta, tocco in profondità per Torres che infila con il destro. Il tris è di Mata, imbeccato da Fabregas, protagonista di uno screzio con Del Bosque, in allenamento.
A San Paolo, il Cile fa la partita ma non sa inquadrare la porta, nonostante la vivacità di Alexis Sanchez, sempre nel mirino della Juve. Lo spunto migliore del primo tempo è di Robben, 40 metri palla al piede ma poi conclusione fuori. A metà ripresa il citì sudamericano Sampaoli inserisce il talentuoso Valdivia al posto del difensore Silva per tentare di vincere, poichè lo 0-0 lasciava l’Olanda al comando del gruppo, ma ottiene l’effetto opposto. Perchè Depay, dopo Robben, impegna da fuori Bravo. Poi Robben dall’angolo appoggia a Janmaat, il cross dalla destra favorisce Leroy Fer che, appena entrato, schiaccia di testa e batte il portiere: è un centrocampista del Norwich, ex Twente. Delude il napoletano Rui Vargas, sostituito da Pinilla (Cagliari). De Vrij tocca con la mano in area, ma non c’è rigore, come nel primo tempo su Sanchez. Allo scadere Fer recupera palla, il milanista De Jong lancia Robben che assiste Depay, alla 2^ rete in due gare, per il delirio della macchia arancione di tifosi. Il Cile si è risparmiato, dopo l’impresa con la Spagna, evidenzia limiti sulle palle inattive legati alla statura: nella formazione iniziale, erano tutti sotto l’1,78. I Paesi Bassi hanno fiammate degne della finale vissuta 4 anni fa.
OLANDA-CILE 2-0. GOL: st 32’ Fer, 47’ Depay.
AUSTRALIA-SPAGNA 0-3. GOL: pt 36’ Villa; st 24’ Torres, 37’ Mata.

Famigliacristiana.it, la storia dell’Uruguay, fabbrica di calciatori

http://www.famigliacristiana.it/articolo-mondiali/uruguay-la-fabbrica-dei-calciatori.aspx

Da Famigliacristiana.it

URUGUAY, LA FABBRICA DEI CALCIATORI

Quasi 1.500 calciatori sono emigrati dall’Uruguay negli ultimi dieci anni e più di cento sono arrivati in Italia. Suarez e Cavani le “stelle” di un Paese che scoprì il calcio nel’Ottocento.

 

Nel rapporto fra popolazione e vittorie nel calcio, l’Uruguay è il paese numero uno al mondo. Con appena 3 milioni e 400mila abitanti, ha messo in bacheca due mondiali (1930 e 1950) e 15 edizioni di Coppa America, compresa l’ultima, in Argentina. Dodici coppe sono vecchie di 40 e passa anni, la Celeste per 6 volte ha mancato la qualificazione al mondiale, eppure è stata semifinalista in Sudafrica e nel 1970 e in tutte le edizioni della rassegna sudamericana, escluse 6.

Il presidente della Repubblica José “Pepe” Mujica si lustra gli occhi perchè il Paese ha un palmares superiore all’Argentina, che vanta due edizioni in meno di Coppa America.
La prima edizione dei campionati del mondo è stata proprio a Montevideo, 84 anni fa, nello stadio Centenario, con successo per 4-2 sugli argentini. Il diapason venne toccato nel 1950, con il famoso “maracanazo”, ovvero il successo a Rio De Janeiro sul Brasile. All’epoca l’Uruguay era noto come la “Svizzera d’America Latina”, in quanto paese minuscolo, democratico e pacifico, mentre la squadra era accreditata della “garra charrùa”, grinta ereditata dagli indios che popolavano la sua terra prima degli spagnoli.
Fra i trofei c’è anche il Mundialito del 1981 e all’epoca debuttarono nell’Italia Carlo Ancelotti e Salvatore Bagni.

Laggiù il calcio venne importato dagli operai delle ferrovie inglesi, addirittura alla fine dell’Ottocento: il campionato ha 16 squadre di serie A, 14 delle quali sono di Montevideo, a partire da Penarol e Nacional, protagoniste proprio del derby calcistico più antico, al di fuori della Gran Bretagna.

Oggi il 40% della popolazione ha origini del nostro Paese e 120mila uruguagi hanno il passaporto italiano. Avi genovesi ha pure Julio Mario Sanguinetti, per due volte presidente. Su questa sponda del Rio de la Plata giunse persino Giuseppe Garibaldi, che per anni combatté anche in difesa dell’Uruguay e visse a Montevideo tra il 1841 e il ’48.
Dal 1850 alla seconda metà del ‘900, era mèta prediletta degli immigrati italiani, in campagna, nelle fabbriche o nei cantieri navali. Lo stesso nonno di Edinson Cavani era modenese, di Maranello, e aveva lavorato a Palermo. L’ex napoletano ha studiato nel collegio salesiano “salteno” e come insegnante di inglese aveva la signora Cecilia Pascale: “Voleva sempre giocare a pallone”, ha raccontato la maestra, “eppure Edinson era bravo a scuola, resto orgogliosa di averlo seguito”.

Nel primo decennio del nuovo millennio, dall’Uruguay sono espatriati ben 1.414 calciatori e 112 sono arrivati in Italia. Gargano gioca (non sempre) nel Parma, Perez a volte è finito in panchina nel retrocesso Bologna, idem Alvaro Gonzalez nella Lazio e Martin Caceres nella Juve.

La stella è Luis Suarez, doppietta all’Inghilterra. E’ un mix di potenza e tecnica che ne fanno un re. Luigi, appunto. Sul campo è paziente, affronta ogni tipo di marcatura e accompagna il tiro con il corpo, come gli aveva insegnato Pato Aguilera, oggi 50enne, semifinalista di coppa Uefa nel 1992 con il Genoa, in coppia con Skhuravy.
Come Cavani, Suarez è nato nell’87, a Salto, 100mila abitanti a 300 km dalla capitale. A 6 anni Luis lasciò la città a ridosso della frontiera con l’Argentina, assieme ai cinque fratelli e ai genitori. Si trasferirono a Montevideo e a 15 anni conobbe la moglie Sofia, quando lei ne aveva 12.

Un anno fa, l’Italia vinse ai rigori lo spareggio per il terzo posto di Confederations cup, sulla Celeste. Stavolta agli azzurri basta un pareggio, ma la nazionale di Oscar Washington Tabarez vuole firmare l’ennesimo miracolo della sua storia. Per confermare che il Paese con meno abitanti del mondiale (la Bosnia ne ha 400mila in più ma è già eliminata) può fare strada.

 

La festa promozione della Correggese

Sabato sera la notte bianca nel paese di Luciano Ligabue è stata l’occasione per un tributo alla Correggese, in attesa di ripescaggio in Lega Pro. La festa è andata in scena in piazza Garibaldi, presentata assieme ad Alice Pignagnoli, con cui abbiamo snocciolato gli aneddoti migliori sui biancorossi, intervistando sul palco i dirigenti.
Il presidente Claudio Lazzaretti racconta com’è nato questo miracolo che dovrebbe portare al ripescaggio, il tecnico Massimo Bagatti, modenese di Fiumalbo, alla prima promozione in carriera, al 2° anno di panchina, è stato confermato, dopo avere valutato l’ipotesi Piacenza. Resta anche il suo staff, il vice Paolo Tintorri e Antonio Razzano, preparatore dei portieri.
Il dg Marcello Rossi fa il punto sulla procedura per il ripescaggio: “In settimana è in programma una riunione con il sindaco Ilenia Malavasi, per i lavori di adeguamento dello stadio Borelli. Inizieremmo la stagione al Cabassi di Carpi”.
Il 30 giugno scade il termine per presentare la domanda di ripescaggio, la Lega Pro vaglia le situazioni a rischio: Ischia, Reggina. Le società escluse hanno tempo sino al 15 luglio per mettersi in regola. La Nocerina è stata radiata, un posto spetta alla retrocessa Porto Tolle, che ha perso l’ultimo spareggio salvezza.
Sul palco è toccato in particolare al capitano Andrea Bertozzini, laureato in ingegneria, presentare i compagni, presenti e assenti.
C’erano il centrocampista Federico Davoli, 31 partite e 2 gol, partito con la Correggese dalla Promozione: “Mi sono rotto il crociato nell’ultima di campionato, contro
la Lucchese, lunedì mi opero”.
Il centrocampista Selvatico è l’unico già confermato per la prossima stagione: vanta 3 reti, calcia tutte le punizioni, è un regista mancino e fatato. Peccato che ogni tanto perda il controllo dei nervi…
Applausi per Niccolò Gucci, 14 gol (due triplette) in 21 incontri. “Sono arrivato a dicembre, un po’ sovrappeso, ma ho raggiunto una buona forma”. Fiorentino, tifoso accanito viola, studia scienze motorie.
E poi le seconde linee: Cesare Ziliani, ex Riccione e giovanili della Correggese, e Cristiano Bigolin, ex Abano terme, 17 presenze e 2 gol; è padovano dall’accento spiccato, titolare nei playoff, è considerato lo “spilorcio” della squadra.
Mancava Danilo Zini, impegnato con i 3 figli e allora con Alice ne ho ricordato la bella storia raccontata dalla Gazzetta di Reggio: “Faccio anche l’ambulante, oltre al calciatore”.
E così via, ricordando le curiosità più belle dei giocatori assenti.
Il portiere Noci è rigorista e pararigori, ragazzo di chiesa ma i compagni gli dicono di essere un portiere senza mani.
Il secondo Enrico Medioli (9 presenze) è basso e ha la voce rauca.
Nel 4-3-1-2, l’esterno destro è
Minel Sabotic, ex Rolo, montenegrino un po’ svogliato ma richiesto in lega pro.
Stefano Berni, 28 presenze, arrivato come punta, ha giocato terzino sinistro è un patito della palestra.
Una decina di partite per Filippo Semellini, ex granata, operato al menisco a dicembre. Alessandro Turri, pure 19enne, ex Carpi, è il più silenzioso.
Edoardo Belfanti, ex Bisceglie, veronese è stato bocciato al 5° anno di una scuola privata.
Gianmaria Prete, 20 anni, ex Renate, ha solo debuttato.
Gabriele Boilini, 23enne, dalla Virtus Pavullese, 33 presenze e 8 gol, l’ultimo in finale playoff, è considerato il figlioccio del mister.
Andrea Lazzaretti, 20 anni, è invece il figlio del presidente, impiegato in 12 gare.

Giacomo Francesconi, 1988 ex Voluntas Spoleto, vanta 10 gare e una rete, all’ultimo minuto di semifinale playoff, al Matelica. Risalta per i polpacci enormi.
L’attacco era il migliore del campionato, con 97 gol.
Trequartista è Lorenzo Lari, 1994, ex Sassuolo, 28 presenze, un gol. Molto bravo, però vede poco la porta.
La sua riserva è Maurizio Rios Arrascue, 19enne ex Sassuolo, 18 gettoni, 3 gol, è un peruviano di bassa statura.
Le punte. Alessandro Chiurato, 1983 ex Pergolettese, 31 presenze e 12 gol, è il più pazzo della squadra, fidanzato con la figlia di Simona Barbieri, la proprietaria del famoso marchio di abbigliamento Twin Set.
Il più noto è naturalmente Davide Luppi, 24 anni, 31 presenze e 32 gol, il record, pur con tre rigori sbagliati. Si veste in maniera singolare.
Riccardo Paganelli 1987, ex Mezzocorona, 24 presenze, 9 gol, è il «bello» della squadra, ora in vacanza-lavoro a Formentera.
Alla festa di ieri sera c’erano anche due assenti illustri ma giustificati. Il maestro Andrea Griminelli aveva un impegno fuori Reggio, nel weekend, diversamente sarebbe intervenuto di persona, mentre Salvatore Bagni festeggiava proprio in serata l’anniversario di matrimonio.

L’intervista a Nicolò Prandelli per Panorama, agosto 2011

L’intervista più importante della mia carriera, il figlio del ct per Panorama, agosto 2011.

 

Sì, mi manda papà, però non sono un raccomandato

Ha reso nonno il ct dell’Italia. A fine mese Nicolò Prandelli, 27 anni, per la seconda stagione nello staff dei preparatori atletici del Parma calcio, regalerà a papà Cesare la nipotina Manuela. La chiamerà proprio come la madre, scomparsa il 26 novembre 2007. «Mia moglie e io abbiamo piacere che riceva questo nome» taglia corto il figlio di Cesare Prandelli. Nel maggio 2010 sposò Veronica Gallazzi, 27 anni, varesina di Busto Arsizio che si occupa di comunicazione.

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Nicolò Prandelli

Nicolò, il suo ricordo più bello, da bambino?

Una mattina del maggio ’96 papà mi fece un regalo, la finale di Champions League Juve-Ajax, all’Olimpico. Tifavo bianconero, per il suo passato. Mille volte l’avevo pregato di portarmi alle partite, non mi accontentava mai. Quel giorno pensavo di andare a scuola, invece prese la strada di Roma: scambiai quattro chiacchiere con Michel Platini, suo ex compagno. Segnò Ravanelli, vincemmo ai rigori. Avevo 12 anni, un’esperienza indimenticabile.

Condivisa con Antonio Cabrini e relativa prole.

Uno dei pochi campioni passati da casa nostra. Veniva spesso Pierino Fanna, per 4 stagioni vice di papà a Verona e Venezia. Ci siamo trovati spesso con Domenico Morfeo, cresciuto con papà nelle giovanili dell’Atalanta e poi suo calciatore a Parma. Comunque papà non invita a casa chi allena.

Il ct azzurro che cosa fa nel tempo libero?

Anche in vacanza guarda sempre le partite, pure quelle di livello non eccelso. E poi ama lo sport in generale.

Ha qualche hobby?

Da un decennio pratica il golf, ama la lettura, è catturato dai thriller. È molto curioso e a periodi diventa esperto di un settore: era affascinato dalla storia di Firenze, lesse 6-7 libri, partendo dai Medici, poi 10 volumi sul golf. Ora è il momento dell’architettura.

Nel 2005 la famiglia scese a Firenze, dopo che Cesare aveva rinunciato alla panchina della Roma per la malattia di

sua mamma Manuela.

E furono cinque anni belli, con tanti momenti positivi, nonostante il lutto. Papà si era innamorato della città.

Confessi: la lettera d’addio ai tifosi la scrisse assieme a lei?

No, però commosse anche me.

Al Mondiale di Corea Trapattoni si presentò con l’acqua santa in tasca, anche Cesare è molto religioso. Ha anche

scaramanzie?

Non le conosco, oppure le nasconde bene. Solo fuma troppo.

E lei?

Prima delle partite facevo qualche esercizio di panca piana sotto lo stadio Franchi.

Il ct come regge lo stress?

Lo stress è notevole per tutti gli allenatori. A lui piacciono poco le pressioni esterne, dei media. Prima degli incontri, però, non ha problemi: ama il lavoro sul campo.

Nel calcio quali amici ha?

Le persone con cui lavoravo a Firenze: i preparatori Renzo Casellato e Giambattista Venturati, mentre Vincenzo Di Palma segue i portieri e Gabriele Pin è il vice; tutti hanno seguito papà in Nazionale. A Parma lavoro con il professor Bartoli, preparatore del tecnico Franco Colomba, e a contatto con i fisioterapisti.

Per quale squadra tifa?

Oggi nessuna. Prima simpatizzavo per i club dove allenava papà: Hellas Verona, Parma, Fiorentina ancora prima di entrare nello staff.

Ha mai provato a fare il calciatore?

Non ho le qualità né la passione. Ho sempre praticato il tennis a livello agonistico. Arrivai a classificarmi, C3.

Come ha maturato la passione per la preparazione fisica?

Seguendo gli allenamenti di papà. Finivo il liceo, volevo capire di più la fisiologia degli esercizi. Ero iscritto a Milano, con il

trasferimento a Firenze e la grande disponibilità dei preparatori viola dal 2006 mi sono aggiunto, occupandomi della parte

tecnologica, l’archiviazione dati.

Mai pensato di fare l’allenatore?

In casa ne basta uno. E di calcio non capisco tanto, lo giudico sul piano fisico. Capita che papà mi chieda conferme.

Qual è il calciatore con la migliore struttura corporea?

Adrian Mutu, il romeno passato al Cesena: è resistente, abbina forza e accelerazione. Tra gli italiani l’esterno destro viola Lorenzo De Silvestri.

Fra un anno potrebbe essere agli Europei, in Polonia e Ucraina.

Spero che l’Italia sia protagonista e di poter gioire alla fine.

Lippi puntava sui muscoli di Vincenzo Iaquinta e su Simone Pepe. Cesare si affida ai piedi buoni…

Non possiamo pretendere di giudicare le scelte di chi è in quel ruolo. In Sud Africa andò la formazione migliore, dopo il grandissimo 2006. Eppure…

Ora il ct insiste su Cassano e Balotelli, prima ignorati.

Cerca di instaurare un rapporto, per far sì che diano il meglio.

Si arrabbia mai?

Alza pure la voce, anche se in genere non ne ha bisogno per la grande personalità. Come Colomba, squisito tecnico del Parma:

somiglia a papà, anche nel carisma.

Lei entra nello spogliatoio?

Mai nella riunione pregara, anche se mi sarebbe permesso. In settimana sono presente, la domenica siedo sulla panchina

aggiunta dello stadio Tardini. Andrei sempre, pure in trasferta, anche se il mio ruolo non è fondamentale durante le partite.

Non si chiamasse Prandelli, magari sarebbe preparatore atletico dell’Orceana, la squadra del suo paese, Orzinuovi.

Ho percorso una corsia preferenziale, raggiungendo in fretta la serie A. Se resisto, però, significa che qualcosina valgo.

Com’è arrivato al Parma?

Quando papà ebbe la chiamata della Nazionale, seppi che c’era la possibilità di venire qua. Ha inciso la sua amicizia con il

presidente Tommaso Ghirardi.

In Italia chi sono i migliori preparatori?

Giampiero Ventrone, ex collaboratore di Lippi alla Juve, oggi al Siena, Vincenzo Pincolini al Milan con Arrigo Sacchi e ora

alla Dinamo Kiev e Roberto Sassi, creatore di Juvelab.

Nessun ex calciatore intraprende la vostra professione.

Si comincia da giovani e i compensi sono molto diversi da quelli degli atleti, comunque siamo fortunati.

Forgiate sempre più calciatori «fisici».

Con grandissime capacità di recupero, aerobica e forza. Tranne il periodo estivo, i volumi di lavoro sono però inferiori rispetto

ad altre discipline.

Il suo podio assoluto di supermen?

Usain Bolt mi affascina, con i record su 100 e 200 metri. Nel tennis mi fa impazzire Rafael Nadal, con sacrificio e testa è diventato un campionissimo.

Magari un giorno seguirà un big come Federica Pellegrini o Valentino Rossi…

Sarebbe bellissimo. Apprezzo anche i motori, lì però si nota meno la prestazione fisica. È più marcata in tennis, basket e