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Avvenire, Massimiliano Castellani racconta il campione del mondo Simone Perrotta: “Gioco ancora per i più “deboli”.

simone perrotta
Simone Perrotta

http://www.avvenire.it/Sport/Pagine/perotta-gioco-per-i-deboli.aspx

«Il primo campetto in cui ho giocato da bambino era in “salita”, davanti alla scuola di Ashton-under-Lyne…».

È lì, nella contea della Grande Manchester che è iniziata la scalata alle vette del calcio internazionale di Simone Perrotta. Il centrocampista della Nazionale campione del mondo del 2006, a 38 anni «appena compiuti», è con Damiano Tommasi (presidente dell’Assocalciatori e suo ex compagno nella Roma) il “sindacalista” del pallone più attivo e socialmente impegnato. Consigliere federale in quota Aic, è un piccolo eroe esemplare del football. Basti pensare che al ragazzo di Calabria («In Germania nel 2006 eravamo tre calabresi: io, Gattuso e Iaquinta») lassù nella lontana Ashton hanno dedicato persino un monumento.

«Non sapevo neanche che ci fosse quella statua, ci avvertì uno zio. Mio padre a 18 anni è partito da Cerisano (Cosenza) senza una lira in tasca e lavorando dalla mattina alla sera alla fine era diventato gestore di un pub dove scorrevano fiumi di birra… Ma in Inghilterra per noi italiani era dura. Razzismo? No, la definirei “discriminazione territoriale”. Così papà, per evitare che io e i miei fratelli restassimo lontani dagli affetti e dal calore della nostra terra, ci ha riportati in Italia».

Cresciuto nella squadra del paese, approdò nelle giovanili della Reggina che lo fece debuttare in serie B, contro il Chievo. «La squadra del mio destino. Dopo esser passato da Bari, al Chievo arrivai in pratica da “scaricato” dalla Juventus. Ricordi bianconeri? La pressione di un ambiente in cui sei “condannato” al successo. Il pareggio, ieri come oggi, è visto come una sconfitta e il motto che ti inculcano è da sempre quello bonipertiano: “Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”». Perrotta quello spirito vincente lo trasferì subito nel Chievo di Gigi Del Neri. «Senza retorica, quella del Chievo è una grande favola che continua ad essere riscritta. Al primo anno in Serie A – 2001-2002 – fino a Natale restammo clamorosamente al comando della classifica. Vincendo 2-1 a San Siro, scavalcammo dal secondo al primo posto l’Inter di Ronaldo…».

Corsi e ricorsi storici: domani al Bentegodi si gioca Chievo-Inter, match che, incredibilmente, vale ancora il primato. «Sarebbe bello se prima o poi una piccola come il Chievo riuscisse a cucirsi lo scudetto al petto, ma allo stato delle cose più che di impresa parlerei di “miracolo”. Da noi vige una spartizione iniqua delle risorse. Le “grandi sorelle” – Juve, Inter, Milan ecc. – hanno a disposizione budget tre-quattro volte superiori alle piccole, le quali tutto quello che possono fare è lavorare sui giovani o avere la fortuna di rilanciare dei giocatori “incompresi” dai grandi club, un po’ come è stato il mio caso». E sull’argomento giovani viene fuori l’ex campione d’Europa Under 21 (nel 2000), ma soprattutto lo spirito combattivo del sindacalista Aic.

«Non è mica colpa dei tanti stranieri se il nostro calcio vive un momento di profonda crisi. Il problema è che il sistema così com’è tiene ancora ragazzi di vent’anni ostaggio delle squadre “Primavera”. E quelli che finiscono in prestito in Lega Pro non tornano più alla casa madre. Così, la maggior parte in poco tempo si perde nel dilettantismo o abbandona. Perciò l’unica riforma possibile è istituire campionati composti da “Squadre B”, sul modello spagnolo. Questo creerebbe un nuovo mercato più ampio e soprattutto consentirebbe una maggiore valorizzazione dei talenti. Specie quelli che crescono nei vivai virtuosi di Empoli, Atalanta, Frosinone, ma anche di Inter e Roma, che sono tra le poche grandi che non hanno mai smesso di investire e di credere nei giovani».

Il capitolo Roma per Perrotta vuol dire un decennio (2004-2013) al fianco del re e del viceré giallorosso, Francesco Totti e Daniele De Rossi, alla conquista di uno scudetto fatalmente perduto, più volte. «Purtroppo abbiamo stabilito il triste record degli eterni secondi [dal 2004 sei volte secondo posto, quattro con Perrotta in giallorosso, ndr]. Eravamo come Toto Cutugno al Festival di Sanremo – sorride –. Però, specie con Spalletti, la Roma ha mostrato il calcio più bello e divertente. E molti di quei movimenti e dei meccanismi di gioco di noi romanisti sono stati utili anche alla Nazionale di Lippi nel 2006».

Quell’anno mondiale segna anche l’inizio della prima Calciopoli, fenomeno scandaloso che da noi sembra ormai irreversibile. «I calciatori cadono sempre più nella rete delle scommesse, specie da quando si sono ritrovati nello status di “operai” privilegiati. Con la differenza che l’operaio a fine mese prende lo stipendio, mentre nel calcio le società spesso pagano con 3-4 mesi di ritardo, e parecchie, anche prestigiose, falliscono (vedi il “caso Parma”) a campionato in corso, così i tesserati non vedranno mai neanche un euro. Come se ne esce? Il calciatore fin da giovane deve capire che nel professionismo non c’è spazio per tutti, perciò devono pensare al domani e a come ricollocarsi a fine carriera nel mondo del lavoro.

Noi come Aic proviamo a seguirli e a indirizzarli con dei corsi di formazione nei quali spieghiamo che un uomo di sport può tornare molto utile alle aziende. E di questo gli imprenditori ne sono consapevoli». Il calcio sì sa, è una delle maggiori industrie nazionali, ma ciò che importa a Perrotta è esportare quel «Pil (Prodotto interno lordo) fatto di conoscenze e di solidarietà concreta nei confronti di popoli lontani, come quello del Congo che ho appena visitato. Non possiamo continuare ad essere indifferenti a chi vive nel degrado e nella miseria. Il calcio può far molto, regalare scampoli di felicità e sorrisi ai bambini, ma a me piacerebbe tornare in Africa non per disputare la solita partita simbolica, ma per costruire, con l’aiuto di Qualcuno più in alto di noi, qualcosa di importante e che resti per questa gente che ci chiede aiuto».

È il pensiero forte di chi, come Tommasi, potrebbe essere il presidente ideale della Federcalcio. Ma quando sarà il tempo di un calciatore al vertice del Palazzo del pallone italiano? «Mai, fino a quando la componente tecnica (Aic, Aia e Aiac) resterà minoranza costretta a giocare in difesa e all’opposizione. Noi vorremmo “combattere” alla pari nel rispetto e la tutela dei diritti di tutta la categoria, ma questo oggi non è possibile perché siamo governati da chi crede che il nostro calcio, specchio del Paese, sia ancora il migliore del mondo. Io invece più viaggio e più mi convinco che l’Italia è forse il posto più bello del mondo, ma non è più quello dove si lavora e si vive meglio».

Avvenire. Il “cavallo” di Cuba Il personaggio L’olimpionico nei 400 e 800 a Montréal ’76: «Solo la gente senza ideali insegue il denaro Gli atleti sono una ricchezza, ma non da esportazione»

Alberto Juantorena, cubano
Alberto Juantorena, cubano

Da Avvenire, una bella storia raccontata dal capo dello sport, Castellani. Dal libro scritto da Adalberto Scemma, antico freelance di Verona.

http://www.avvenire.it/Sport/Pagine/juantorena-il-cavallo-cuba.aspx

di Massimiliano Castellani

La galassia umana dell’atletica leggera è popolata di ultimi arrivati al traguardo, di buoni atleti, di campioni. Poi ci sono gli olimpionici, i fenomeni e infine la razza rara, e non sempre protetta, quella dei “rivoluzionari”. Una stirpe che potremmo far iniziare dal nostro Dorando Pietri, l’eroico fornaretto di Carpi che sfinito tagliò il traguardo delle Olimpiadi di Londra 1908 facendo piangere persino la regina d’Inghilterra. Il primo “figlio del vento” (molto prima di Carl Lewis) Jessie Owens, ai Giochi nazisti di Berlino 1936 costrinse Adolf Hitler ad ammirarlo. Più forte della Primavera di Praga c’è stato solo Emil Zátopek, il primo a scendere sotto i 29 minuti nei 10.000 metri. Il ’68 delle barricate, delle proteste studentesche e degli uomini i rivolta che chiedevano il sacrosanto rispetto dei diritti umani, sta tutto in quel podio dei Giochi di Città del Messico: il pugno chiuso, guantato, dei “Black Power” Tommie Smith e John Carlos.

Proprio in quell’autunno caldo a Cuba cominciava ad allungare il passo un atleta diciottenne, Alberto Juantorena Danger. Il ragazzo dalla falcata più lunga di Usain Bolt (270 centimetri contro i 244 del cubano) fanno notare Roberto Borroni e Adalberto Scemma in apertura del prezioso libro La rivoluzione di corsadedicato al carismatico e combattente Juantorena. E, 36 anni prima di Bolt, il cubano alle Olimpiadi di Montréal aveva centrato l’allora inedita doppietta: l’oro nei 400 e negli 800 metri. Una galoppata incredibile che da allora gli è valso l’appellativo di “El caballo” (il cavallo). Un purosangue nato a Santiago de Cuba, «nella zona più rivoluzionaria e ribelle dell’isola caraibica», che il giorno del suo primo oro olimpico non voleva sentir parlare di titolo storico: «Domani – disse – è l’anniversario dell’assalto alla caserma Moncada di Santiago de Cuba, la mia città. Il sangue che Fidel Castro e i suoi compagni hanno versato quel giorno, quello sì che è storico ». A quell’impresa con Fidel e il fratello Raúl Castro, partecipò anche un italiano, Gino Donè; con loro c’era l’idolo assoluto del giovane mezzofondista: Ernesto Guevara, il “Che”.

L’uomo che ha segnato il suo cammino, anche di sportivo, così come quello del principe dei massimi, oro anche lui a Montréal ’76: il pugile Teófilo Stevenson. Alberto e Teófilo uniti nella scelta di restare dilettanti a vita nella loro amata Cuba e quindi rispondere con un perenne «no» al capitalismo e alla diabolica tentazione dei dollari americani. Quando Stevenson venne invitato a passare al professionismo per sfidare il re dei massimi Cassius Clay rispose: «Cosa valgono cinque milioni di dollari, se ho l’amore di otto milioni di cubani». E il suo compagno di lotte Juantorena ancora oggi continua a ripetere: «Solo la gente senza ideali corre dietro al denaro. Pensano di andare negli Stati Uniti e diventare ricchi, ma dentro sono vuoti, hanno venduto l’anima. Noi preferiamo rimanere a Cuba per aiutare il nostro Paese».

Dopo il recente incontro – fortemente voluto da papa Francesco – tra Raúl Castro e BarackObama, qualcosa sta cambiando, ma il poderoso Alberto – che ragiona da fine politico: è stato viceministro dello Sport – tiene sempre alta la guardia rispetto a quella che considera una delle piaghe dello sport odierno: «La compravendita di atleti da un Paese all’altro, keniani che cambiano nome per gareggiare con il Qatar o somali che indossano la maglia della Turchia. Gli atleti sono una ricchezza, ma non da esportazione». Ideali appresi dall’ex allievo dei programmi Eide, «la Scuola di educazione sportiva scolastica affidata a un gruppo di tecnici e specialisti d’avanguardia», spiegano Borroni e Scemma. L’Eide è stata l’altra rivoluzione pienamente compiuta da Fidel e dal “Che”. Una metamorfosi psicofisica della gioventù cubana che portò questo piccolo Paese (oggi ha poco più undici milioni di abitanti) ai vertici dello sport mondiale. A Barcellona 1992, con 14 medaglie d’oro, 6 d’argento e 11 di bronzo, Cuba divenne la quinta potenza olimpica mondiale.

A Montréal la squadra cubana era già entrata tra le prime dieci nazioni (8° posto nel medagliere) e Juantorena da portabandiera in pista dei diritti civili di tutti gli oppressi e gli ultimi della terra, oltre al suo antirazzismo in ricordo del boicottaggio dei Paesi africani sbandierava all’universo diffidente e anticastrista: «Se sono diventato un campione è stato grazie a chi mi ha assistito e mi ha permesso di arrivare a certi risultati senza dovermi eccessivamente preoccupare di quei problemi di vita che assillano molti atleti di nazioni con altri sistemi sportivi e che avolte ne condiziono i risultati». I suoi successi furono anche quelli di altri piccoli eroi dello sport cubano, da Javier Sotomayor, primatista del salto in alto in carica con 2,45, alla mezzofondista Ana Fidelia Quirot, dal saltatore in lungo Ivá ■ Pedroso all’ostacolista oro olimpico a Pechino Dayron Robles. Pronto a saltare a Rio 2016 è il triplista Pedro Pablo Pichardo, uno dei pochi astri di un movimento in crisi.

Agli ultimi Giochi Panamericani di Toronto, per la prima volta Cuba non si è piazzata nei primi due posti, ma solo quarta (dietro a Usa, Canada e Brasile). «L’ossessione del medagliere è un lascito della guerra fredda», scrivono Borroni e Scemma. Di certo, pare anacronistico il guanto di sfida agli Usa gettato da Fidel nell’ormai lontano 1962: «Quando gli yankee si decideranno a competere con la nostra Patria – disse Castro – allora li vinceremo nel baseball e si potrà provare la superiorità dello sport rivoluzionario su quello capitalistico». Le cose nell’Isola sono molto cambiate. Negli ultimi quindici anni oltre cinquanta atleti cubani (uomini e donne) sono fuggiti, rinnegando per sempre il regime castrista, ma altri sono fuoriusciti con il benestare delle autorità de L’Avana. È il caso di Osmany Juantorena, talentuoso nipote di Alberto, che ora milita nella serie A italiana, nella Lube Treia. Ma il primo professionista è stato riconosciuto da poco (gennaio 2015), è il pallavolista Javier Jimenez che ha firmato per il Paok Salonicco. Tutti ragazzi che, per vie diverse e talora distanti, seguono la scia de “El Caballo” che continua a vivere lo sport e il suo Paese con lo stesso romanticismo del poeta rivoluzionario Josè Martì: «Coltivo una rosa bianca. In giugno come in gennaio. Per l’amico sincero che mi da la sua mano franca».

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Roberto Borroni e Adalberto Scemma

LA RIVOLUZIONE DI CORSA

Ass. Pagine 96. Euro 10,00

Avvenire. L’intervista di Massimiliano Castellani a Federica Pellegrini, alla vigilia del mondiale: PELLEGRINI, la Fede nel nuoto.

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http://www.avvenire.it/Sport/Pagine/PELLEGRINI-.aspx

Da Avvenire di 20 giorni fa, una bella intervista di Massimiliano Castellani alla regina dello sport italiano.

 

Fede («in quel Dio che prego, appreso dall’educazione cristiana che ho ricevuto»), speranza («nel presente e soprattutto nel futuro ») e più che carità, umiltà – questo lo diciamo noi – dei forti. Anzi, dei fortissimi.

Sono le tre “virtù teologali” della campionessa, in vasca e fuori: la regina del nuoto, Federica Pellegrini. Genio precoce della piscina, primatista mondiale dei 200 metri ed europea dei 400. Nella sua roccaforte veronese («A Verona ho ritrovato una piccola Roma, io sono per una vita più umana e più vera, quindi, quella della provincia»), tra doppie sedute d’allenamento e un “pasto” quotidiano fatto di 7-8 km di bracciate poderose da consumare, prepara il suo settimo mondiale in carriera.

Per il settimo sigillo, appuntamento alla piscina di Kazan: il 5 agosto, il giorno del suo 27° compleanno che coincide con quello della finale dei 200 stile libero. Pronta dunque per salire ai blocchi russi e dare quei colpetti di pugno al cuore: «Che significato ha? È un gesto molto intimo, non posso rivelarlo… ». Intimi, ma rintracciabili, i tatuaggi impressi sulla pelle del fisico scultoreo della Venere di Mirano: «Sono undici, l’ultimo raffigura la mia gatta, Mafalda». E @mafaldina88 è il suo account su Twitter. «A differenza di Facebook dove non entrerò mai, sono felice di essere su Twitter – dal 2013 –: ha facilitato la comunicazione con tante persone sconosciute con le quali ci diamo del tu». E allora, per una volta, anche lo scrivente si concede il lusso del “tu” con la campionessa della porta accanto.

Molti dei tuoi 346.000
follower sono dei ragazzi che non sognano di emulare un giorno un eroe dello sport maschile, ma la “Fede”, unaragazza…
«Lo so, e questo mi lusinga parecchio. Non la vivo affatto con il peso della responsabilità e non la trovo una cosa così strana, perché i ragazzi comunque non guardano alla donna, ma al campione che compie l’impresa, a quello che sale sul podio con la medaglia al collo e canta l’inno di Mameli. E poi è capitato anche a noi nuotatrici di guardare a Domenico Fioravanti come a un punto di riferimento. Anche se il mio mito era Franziska van Almsick».

Cosa ti scrivono i tuoi fan su Twitter?

«Postano foto e poi chi nuota mi fa domande tipo: che tempi facevi alla mia età? Mi chiedono consigli per le loro gare. Prima dei Mondiali su @mafaldina88 organizzerò una chat per rispondere al maggior numero di curiosità. Questo rapporto diretto, specie con i più piccoli, lo trovo fantastico, elimina le distanze e mette tutti alla pari».

Quanto contribuisce lo sport alla parificazione dei sessi?

«Non conosco le altre discipline così a fondo, posso parlare solo del nuoto dove adesso le ragazze sono trattate alla pari degli uomini. Ma non è stato sempre così, anzi, prima che arrivassimo io e Alessia Filippi noi ragazze rappresentavamo le seconde linee, le ruote di scorta. Ma la “lotta” continua, specie nella società dove tante donne subiscono delle violenze atroci… Quando nelle campagne di sensibilizzazione a tutela delle donne serve metterci la faccia, beh la mia c’è, e ci sarà sempre».

Quanto è cresciuta la tua notorietà in questi anni?
«In Europa molto, fuori non credo. Ricevo messaggi da tifosi tedeschi, dalla Spagna. In Francia sono molto conosciuta e non per i gossip [vedi la rivalità a 360 gradi con Laure Manadou, ndr] che piacciono tanto a voi giornalisti, ma perché fino all’anno scorso il mio allenatore era francese [Philippe Lucas, ndr]».

«Tutti i miei allenatori mi hanno massacrato», hai detto. Ora sei tu che massacri il nuovo coach Matteo Giunta?
«No, anzi. Da qualche mese anche Matteo ha imparato a massacrarmi. E infatti i risultati si vedono [l’1’55’’ di Vichy, ndr]. Non l’ho mai detto prima, ma dopo aver cambiato tanti allenatori, ora sono convinta che non è assolutamente vero che chiunque ti può allenare. Specie nel nuoto che è uno sport di sensibilità, in cui già se ti fermi alla domenica, quando il lunedì ti rituffi in piscina hai sensazioni completamente diverse, a volte anche strane. Il talento conta, ma solo se lo tieni ben allenato e la scuola italiana, soprattutto sul mezzofondo, ti allena come poche altre al mondo».

Molti mollano questo sport proprio per la durezza degli allenamenti, al limite dell’alienazione.
«Il nuoto di per sé è uno sport monotono, stessa vasca, stessi metri, è un po’ un andare avanti e indietro. Però gli allenamenti, per quanto duri, rappresentano la componente che varia di più, ogni giorno. Certo se vita ti far star male è meglio cambiare, e alla svelta. Per me la piscina è ancora il mio centro di gravità permanente. Rifarei tutti i sacrifici fatti per arrivare sin qui».

C’è chi per arrivare più in alto evita i sacrifici e sceglie la scorciatoia del doping. Come siete messi nel nuoto?
«Purtroppo è un fenomeno in crescita e i controlli dell’antidoping sono troppo indietro. Non ho prove certe su nessuno, ma dubbi tanti. Si vedono meteore, spesso non più dei ragazzini, che all’improvviso abbassano i tempi di tre secondi e poi dopo poco li rialzano di cinque. E poi delle metamorfosi fisiche spaventose, specie tra le donne, che è inutile negarlo, le guardi e qualche sospetto ti viene per forza… Io sul doping ero e rimango per la tolleranza zero».

C’è qualcuno che non tollera invece quando ti lamenti dell’“acqua calda” della piscina. Cosa ti disturba della critica?
«Mi dà fastidio quando scrivono che sono una privilegiata, una viziata. Questi signori li inviterei una settimana ad allenarsi con me. Neanche gli chiedo di nuotare, ma di starsene due ore e mezza fermi in acqua con quella temperatura. Se dopo una settimana stanno ancora in piedi, allora gli pago una cena… – sorride –. Penso proprio che cenerò da sola, sai…».

Come combatti la tensione del
pre-gara?
«Con la lettura e la musica, specie quella italiana. Sono cresciuta con mio padre che alla domenica a me e a mio fratello, Alessandro, ci svegliava con le canzoni di Lucio Battisti. Acqua azzurra, acqua chiara potrebbe essere la mia colonna sonora. Così come il romanzo La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano è il mio libro di riferimento: mi ha liberato da tutte le paturnie alla vigilia del Mondiale di Roma del 2009».

Quello che ti ha consacrata fenomeno assoluto: oro nei 400 e nei 200, in cui sei stata la prima donna a scendere sotto l’1’’53’’’. Ma il tanto successo, ti ha mai infastidito?
«Sì, dopo le Olimpiadi di Atene 2004. Non ero pronta al grande impatto mediatico. Quell’argento [(a sedici anni e dodici giorni, la più giovane atleta italiana di sempre a salire sul podio, ndr], mi è pesato un po’… Ma ho sempre avuto il grande appoggio della mia famiglia che mi ha aiutato a tenere i piedi ben saldi per terra. Poi i periodi in cui ti senti di svolazzare, specie quando sei giovanissima, è giusto che ci siano, ma io sono rimasta Federica, e lascio che siano gli altri a dire se sono un fenomeno o meno».

L’incontro che vorresti fare e quello che ti ha dato di più?
«Mi piacerebbe tanto conoscere papa Francesco, ma so che ha un sacco di impegni ed è più in giro di noi atleti. Nel 2009 ho avuto la fortuna di incontrare papa Ratzinger: mia madre momenti collassava dall’emozione – sorride divertita –. Anch’io del resto ho avvertito un’ondata emotiva pazzesca, mai provata prima».

Molti hanno tremato quando hai detto: «Dopo i Giochi di Rio (cominciano il 5 agosto, giorno del tuo 28° compleanno) smetto».
«Giorni fa a Roma dei bambini mi urlavano: “Fede ti prego non smettere dopo le Olimpiadi!”. Quelle di Rio nella mia testa rappresentano le Olimpiadi in cui vorrei essere la portabandiera dell’Italia, ma anche l’ultima tappa personale. Ma poi chissà, mai dire mai».

L’importante a Rio sarà fare meglio di Londra
2012.
«Quella di Londra rimane una lezione inutile, ne avevo passate talmente tante che non mi serviva certo una simile bastonata. Prima dei Giochi brasiliani, conto fare bene ai Mondiali di Kazan. Poi una volta a Rio, se le cose andranno in una certa maniera, magari chissà, allora tento anche la quinta Olimpiade ( Tokyo 2020). Il Giappone del resto è il Paese che mi ha affascinato di più tra quelli che ho visitato. Certo – sorride –, ci arriverei a 32 anni…».

Come ti vedi a quell’età Federica?
«Come una sposa, in abito bianco, in chiesa. Vedo una mia famiglia con dei bambini. I miei figli faranno nuoto? Come sport per divertirsi spero proprio di sì, se poi vorranno fare gli stessi sacrifici della loro mamma, beh quella sarà una loro scelta e non sarò certo io a fermarli».

Avvenire, Edoardo Castagna. Duello olimpico: Almaty e Pechino simulano lo sport d’inverno. E’ stata premiata la candidatura cinese.

 

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http://www.avvenire.it/Sport/Pagine/LE-CANDIDATURE-.aspx

Da Avvenire, il commento di Edoardo Castagna a Pechino città olimpica invernale.

 

I contenuti dei programmi di candidatura di Almaty e di Pechino sono in larga parte teorici, perché quasi ogni impianto necessario per ospitare Giochi olimpici invernali è ancora da costruire o, se va bene, da riadattare. Per lo sci alpino Almaty propone la stazione sciistica di Cimbulak sui monti Tien Shan, non lontano dalla città (25 km) ma che finora ha accolto un solo evento sciistico internazionale, di secondaria importanza: i Giochi asiatici del 2011. La città kazaka appare meglio attrezzata per lo sci nordico, con i trampolini Gorney Gigant che almeno hanno visto passare, oltre ai Giochi asiatici, un paio di tappe delle Coppe del Mondo di combinata nordica e i Mondiali juniores del 2015; l’anno prossimo si affaccerà qui per la prima volta anche la Coppa del Mondo di salto. Ancora sulla carta invece la pista per il bob, lo slittino e lo skeleton, mentre per gli sport al coperto (dal pattinaggio all’hockey) si adatteranno strutture in città. Pechino, dal canto suo, conta di recuperare diverse strutture costruite per i Giochi estivi del 2008 (la piscina, per esempio, diventerà il palazzetto del curling), ma anche in questo caso ancora nulla di fatto per le piste di bob e di sci alpino che sono previste a Xiaohaituo, a 90 km dalla città. Mancano anche i trampolini, che dovrebbero sorgere a Zhangjiakou: cioè non a Pechino ma in un’altra città da oltre quattro milioni di abitanti, lontana più di duecento chilometri dalla capitale (e 130 da Xiaohaituo). Ma, oltre a quella infrastrutturale, anche la tradizione sportiva nelle discipline invernali è carente.
Nella sua storia la Cina ha ottenuto risultati di rilievo soltanto nel pattinaggio di velocità (soprattutto nello short track) e qualche sporadico piazzamento nel biathlon. Un po’ meglio va con il Kazakistan, che almeno nello sci nordico si è fatto notare  con diversi bravi fondisti e un grande campione: Vladimir Smirnov, vincitore di diverse medaglie olimpiche negli anni Novanta. (E.C.)

Mangrovie, orchidee e palmeti difficilmente riescono a evocare lo sport della neve e del ghiaccio. Con i suoi silenzi, con il suo gelo, con le sue montagne scoscese e innevate, con le sue foreste di pini e di betulle lungamente avvolte nella bianca coltre che soltanto le strette lamine degli sci riescono a solcare. Eppure venerdì i XXIV Giochi olimpici invernali saranno assegnati dal Comitato olimpico internazionale, riunito nella sua 127ª assemblea, a Kuala Lumpur, nella tropicale Malesia. Eppure – e soprattutto – venerdì i Giochi saranno assegnati a una città che non ha alcuna tradizione negli sport invernali: Almaty – capitale del Kazakistan fino al 1998, quando ancora si chiamava Alma Ata – oppure Pechino, capitale della Cina. Tutte le altre, più credibili concorrenti si sono via via ritirate, dieci piccoli indiani che hanno dovuto chinare il capo di fronte ai rilanci a suon di dollari delle due capitali asiatiche.angrovie, orchidee e palmeti difficilmente riescono a evocare lo sport della neve e del ghiaccio.

Con i suoi silenzi, con il suo gelo, con le sue montagne scoscese e innevate, con le sue foreste di pini e di betulle lungamente avvolte nella bianca coltre che soltanto le strette lamine degli sci riescono a solcare. Eppure venerdì i XXIV Giochi olimpici invernali saranno assegnati dal Comitato olimpico internazionale, riunito nella sua 127ª assemblea, a Kuala Lumpur, nella tropicale Malesia. Eppure – e soprattutto – venerdì i Giochi saranno assegnati a una città che non ha alcuna tradizione negli sport invernali: Almaty – capitale del Kazakistan fino al 1998, quando ancora si chiamava Alma Ata – oppure Pechino, capitale della Cina. Tutte le altre, più credibili concorrenti si sono via via ritirate, dieci piccoli indiani che hanno dovuto chinare il capo di fronte ai rilanci a suon di dollari delle due capitali asiatiche.
>
> Eppure negli sport invernali, ben più che in quelli estivi, il contesto in cui si svolgono le gare è determinante. Sport di foresta o di montagna, sono sport di tradizione. Per un discesista vincere sulla Streif di Kitzbühel vale almeno quanto vincere un’Olimpiade. Per un saltatore, il trofeo più ambito resta quello dei Quattro trampolini austriaci e bavaresi. Posto davanti all’alternativa tra un titolo iridato e una Stanley Cup, difficilmente un hockeista avrebbe esitazioni. Non che le medaglie a cinque cerchi siano snobbate dagli sportivi invernali, anzi: l’oro olimpico resta il sigillo per una carriera di alto livello. Ma sapendo che il valore tecnico di quelle gare spesso non coincide con il valore simbolico della vittoria.

Non è sempre stato così. Le prime edizioni dei Giochi olimpici invernali furono ospitate da località sciistiche di prestigio: Chamonix, Sankt Moritz, Lake Placid, Garmisch-Partenkirchen, Cortina d’Ampezzo… Poi si è passati a scegliere città di medie e grandi dimensioni come sedi ufficiali, ma poste vicino a comprensori sciistici di affermata tradizione (è stato anche il caso della nostra Torino nel 2006, con la maggior parte delle gare svolte nelle vicine Sestriere, Cesana, Pragelato, Bardonecchia). Infine anche per i Giochi invernali si è imposto quel fenomeno che è già da tempo affermato nelle versioni estive – clamoroso il caso delle Olimpiadi del centenario del 1996, assegnate non ad Atene ma ad Atlanta, sede della Coca Cola – in modo eclatante per la scorsa edizione, andata alla russa Soci fino a quel momento nota più come località balneare che come centro per la pratica degli sport invernali.

Soci nel 2014, Pyeongchang (in Corea del Sud) nel 2018, Almaty o Pechino nel 2022: il Comitato olimpico internazionale ha scelto di dare deleghe in bianco a località che sul piatto avevano da buttare esclusivamente investimenti faraonici (e si spera puliti, anche se i recenti scandali sull’assegnazione dei Mondiali di calcio non lasciano certo dormire sonni tranquilli). Il presidente russo Vladimir Putin ha sborsato oltre cinquanta miliardi di euro (ufficialmente, ma si vocifera di una spesa almeno doppia) per costruire ex novo ogni cosa, perché a Soci non c’era nulla di ciò che serve per ospitare un’Olimpiade invernale; in cambio, ha avuto a disposizione una ribalta planetaria per mostrare i muscoli della sua Russia, sublimata nelle cerimonie di apertura e di chiusura.

Quello che desta scalpore nell’assegnazione di venerdì prossimo è il fatto che non ci siano concorrenti e che la la scelta si sia ridotta a due città che hanno dalla propria esclusivamente questa capacità d’investimento, garantita anche dal fatto di essere espressione di due regimi dittatoriali (di ascendenza comunista in entrambi i casi), perché le altre città che avevano avanzato la propria candidatura, o anche solo l’intenzione di farlo, si sono via via ritirate. Per il 2014 Soci aveva dovuto vedersela con Pyeongchang e con Salisburgo, in linea di principio la meglio attrezzata: le gare, se avesse prevalso la candidatura austriaca, si sarebbe svolte a Flachau e Altenmark (sci alpino, snowboard, sci di fondo), Schönau am Königssee (bob e slittino), Bischofshofen (salto con gli sci): altrettanti templi dello sport invernale. Invece proprio Salisburgo è stata la prima delle tre a essere eliminata.

Per il 2018 Pyeongchang è stata preferita ad Annecy e a Monaco di Baviera, città che avevano dalla propria stazioni sciistiche di alto profilo a pochi chilometri di distanza, ma non il peso politico ed economico garantito dalla località coreana che infatti ha stravinto.

Ecco così che, per il 2022, la logica evoluzione di questo processo è la rinuncia di ogni altro contendente, perché il continuo rilancio al rialzo degli investimenti proposto da Pechino e Almaty ha finito per tagliare fuori città che pure avrebbero avuto bisogno di investire quantità di denaro ben inferiori per la costruzione degli impianti, in gran parte già presenti. Una dopo l’altra Oslo, Cracovia e Stoccolma hanno alzato bandiera bianca, perché i rispettivi governi – democratici – non sono stati disposti a inseguire i folli investimenti di kazaki e cinesi. E dopo la bruciante sconfitta patita quattro anni fa, questa volta Monaco di Baviera non si è nemmeno presentata, nonostante avesse cullato a lungo l’ambizione di diventare la prima città a ospitare sia i Giochi olimpici estivi (l’ha fatto nel 1972), sia quelli invernali. Ora questo onore potrebbe andare a Pechino, dove l’unico evento “invernale” balzato agli onori delle cronache sono state alcune nevicate. Artificiali.

Avvenire.it. Toro e Pro Vercelli alla «Guerra» del Pallone.

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Tra Saint Tropez e Tolone le severe sopracciglia di Vittorio Pozzo, direttore tecnico del Torino Football club, erano aggrottate sopra il primo dei suoi inflessibili ordini del giorno destinati agli atleti. «Sveglia e alzata ore 7. Ritrovo ponte di passeggiata ore 7.30. Allenamento obbligatorio per tutti i giuocatori dalle 7.30 alle 9 consistente in esercizi: salto corda, punchin ball, manubri, corsa […] Ore 9.30 caffèlatte, dopo libertà fino alle 10.30 […] obbligatorio abito bleu con berretto sociale senza copertina […]. Tè alle 17. Cena alle 19 in abito scuro qualsiasi (permesso abito bleu). Tè verso le 22…» e via discorrendo.
E mentre ne dava lettura sul ponte superiore del transatlantico Duca di Genova, i sedici calciatori di fronte a lui, schierati come una truppa di soldati, lo ascoltavano in religioso silenzio. Era il 23 luglio 1914. Da diciotto ore, tra sorrisi e lacrime, avevano lasciato sotto il sole di mezzogiorno il porto di Genova diretti verso il lontano Sudamerica, e il mister piemontese, uomo genuino e cosmopolita che del Torino Football Club era stato giocatore e socio appassionato, già scandiva con solennità le rigide tappe delle loro future giornate. «I veri atleti non poltriscono mai prima del cimento», avvertiva i suoi. La sfida che li attendeva non era in effetti delle più facili: difendere i colori del Torino contro le forti equipe del Nuovo Mondo, in particolare quelle pauliste. Complice la guerra in Europa, saranno però costretti a spingersi fino a Buenos Aires, come racconta l’autore Marco Sappino nel gustosissimo e documentato libro La Grande Guerra ai Tropici.

L’invito a partire per le Americhe era arrivato la primavera precedente dalla Liga Paulista e dalla Esperia, una società remiera formata da emigrati italiani, ed era stato lo stesso Pozzo, con il suo solito rigore, a rompere ogni indugio, accettando la proposta. Ma quasi subito gli si era parata davanti una amara sorpresa: la notizia che l’offerta originaria, prima che al Toro, era stata rivolta alla rivale Pro Vercelli e al più giovane Casale, reputate le squadre di dilettanti maggiormente in grado di «rappresentare» – aveva messo nero su rosa il quotidiano Lo Sport del Popolo, concorrente dell’altrettanto rosea Gazzetta dello Sport -, «degnamente i colori italiani» in suolo straniero. La Pro Vercelli, all’epoca dominatrice del campionato italiano, aveva risposto di sì e a nulla erano valse le richieste della Liga alla Fifa e alla Figc per stopparla e sanzionarla con la scusa che l’unione  calcistica concorrente, da cui la profferta era partita, non fosse ancora iscritta alla Fifa. Risultato: due tournée da svolgere nelle stesse settimane per lo stesso tipo di pubblico, vale a dire la grande colonia italiana in Brasile.

Effettivamente il 22 luglio, data della partenza da Genova della squadra del Torino, in eleganti abiti blu, cravatte e berretti alla kaiser, i rivali della Pro Vercelli, guidati dal capitano e allenatore Giuseppe Milano I, si trovavano già sulla motonave Cordoba, in viaggio ormai da sei giorni per Rio de Janeiro dove sbarcheranno il 1 agosto. I granata, invece, approderanno il 5 al porto di Santos. Tra mal di mare che non lasciava
> scampo, gli ancor più inappellabili «editti» di mister Pozzo e amenità varie, nei giorni di traversata erano esplose le notizie sui primi combattimenti seguiti in Europa all’attentato di Sarajevo, avvenuto proprio quando i nostri si trovavano nel pieno dei preparativi della tournée. Una volta che la Duca di Genova aveva toccato finalmente le rive brasiliane, un corteo formato da moltissimi italiani si era concentrato sotto la scaletta dopo aver tagliato in due, a suon di musica, la folla. L’Europa in quel momento era già in fiamme ma Santos, e poi San Paolo, riserveranno una accoglienza entusiasta ai pionieri del calcio italiano. Per entrambe le selezioni i match in quella remota parte del mondo saranno alternate a momenti culturali, incontri istituzionali e occasioni di svago: visite alle università, garden party, serate danzanti, gite in barca, banchetti con la borghesia coloniale. A condire ogni attività per i «giuocatori» del Toro (tutti studenti ad eccezione di uno, ricco di famiglia), era la disciplina soldatesca impartita da Pozzo; per quelli della Pro Vercelli (un solo studente in mezzo a ragionieri, impiegati, capo reparti, operai, disegnatori meccanici, agricoltori) una grande stanchezza. E difatti questi ultimi rimedieranno più sconfitte che vittorie, forse anche perché i loro avversari si riveleranno più forti di quelli sfidati dai granata. Il 17 settembre u vercellesi rimpatrieranno con le pive nel sacco. Per la truppa di Pozzo, l’avventura brasiliana sarà invece una marcia trionfale: le batoste arriveranno poco più tardi, in terra argentina, dove uscirà sconfitta in due gare su tre. Dopo diverse peripezie il mister e i suoi ragazzi riusciranno ad imbarcarsi sulle nave che li riporterà a Genova, dove arriveranno il 27 settembre. «Sul molo c’era molta gente ad attendere», scrive Sappino, riportando le parole del celebre allenatore, che mieterà trionfi per vent’anni alla guida della nazionale azzurra. «I parenti e gli amici nostri avevano formato un gruppo a parte; salutavano, gridavano, ed agitavano dei cartoncini di diversi colori ». Erano le cartoline precetto mi-litari: l’avviso di mobilitazione. Dopo pochi mesi tutti finiranno al fronte ma per diversi atleti del Torino e della Pro Vercelli non ci sarà più alcun ritorno a casa. Come scriveva a quel tempo la stampa sportiva: «Cadranno sul campo dell’onore».

Avvenire.it. Dibiasi, brivido metafisico.

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Il fondo bianco, evocante l’infinito, due alberelli definiscono la scena: un giovane si tuffa da una costruzione di blocchi squadrati, verso uno specchio d’acqua. Il blocco solido da cui si stacca è un trampolino, luogo di confine tra terra e acqua, luogo particolare: non fa accedere al mare salpando, o immergendosi a poco a poco, ma con un balzo. Lo specchio d’acqua si distende tra l’albero di sinistra e il trampolino, lì si immergerà il giovane tuffatore, reso con linea agilissima e nervosa. È una delle grandi opere pittoriche di tutti i tempi, forse la prima pittura greca non vascolare giunta fino a noi, datata tra il 480 e il 470 avanti Cristo. È la Tomba del tuffatore – così la battezzò l’uomo che la scoprì, nel 1968, il grande archeologo Mario Napoli.

Che definì la pittura come simbolo del «transito dell’anima verso la vita ultraterrena, un tuffo verso l’aldilà». Rappresentazione simbolica dell’eterno. Ogni volta che vediamo un tuffatore sul trampolino noi proviamo il brivido metafisico del pittore della celebre opera di Paestum. Il brivido nel tuffo nell’elemento che i poeti, gli scienziati sanno essere luogo della nostra origine, e quindi misterioso. Per questo lo sport dei tuffi è così popolare e spettacolare. Tania Cagnotto, che ha appena vinto il suo primo oro iridato, è famosa quanto un’attrice cinematografica, pur non facendo nulla per promuoversi e certo non guadagnando come una star.

Meraviglia dell’inconscio memoriale: molti le studiano tutte per farsi notare, ma per noi, nel profondo – che vuol dire negli occhi, rapiti sulla superficie dell’acqua – Dibiasi, Louganis, Giorgio e Tania Cagnotto sono immagini incancellabili. L’uomo che si tuffa nell’elemento in cui è nato. Il ritorno all’origine, che esige eleganza, stile, controllo. La mente che tra terra e cielo disegna la bellezza. Disciplina olimpica dal 1904, quella dei tuffi è in realtà la manifestazione di un archetipo. Ora parliamo con il più bello, il più apollineo tuffatore di ogni tempo, che non a caso è italiano: Klaus Dibiasi.
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> Che cosa prova il tuffatore? Può descrivere l’esperienza di tuffarsi, l’impatto con l’acqua? Le emozioni che si provano, le tensioni e – credo, agli inizi – anche eventuali timori…
> «L’ebbrezza di governare il proprio corpo in un ambiente del tutto diverso da quello umano, terrestre, stimola e motiva l’atleta che intraprende questo sport. In aria le leggi della biomeccanica sono completamente diverse che al suolo. Ci vogliono diversi anni per apprendere come governare il proprio corpo in volo riuscendo a piazzare un’entrata in acqua verticale e senza spruzzi, dopo magari aver effettuato tre o quattro salti mortali in aria. Bisogna poi imparare ad orientarsi in aria durante l’esecuzione di avvitamenti e salti mortali. Anche la padronanza della paura di cadere male, che ad ogni tuffo nuovo si presenta come un fattore ignoto da scoprire. La didattica è fondamentale, si passa dal facile al difficile, cercando di rendere il più piccolo possibile il fattore ignoto nell’affrontare un elemento nuovo».
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> Che cosa passa nella testa dell’atleta un attimo prima di tuffarsi? Si isola dal mondo? Si concentra in se stesso o esce da se stesso?
> «Si impara per tentativi e correzioni, quindi si effettua un gran numero di ripetizioni. Ogni ripetizione fa riferimento al tuffo precedente e si cerca di migliorare sia i dettagli tecnici che le qualità fisiche. La preparazione atletica è la base di tutto: sia come scioltezza articolare che come potenza muscolare. Cerchi di immaginare: prima di tuffarsi l’atleta pensa all’esperienza fatta con quel determinato tuffo. La mente si concentra su quello, lo memorizza, in un certo senso visualizza. Mi creda, si effettua una specie di ripasso mentale dell’azione da compiere, e con un meccanismo di feedback istantaneo viene guidato il tuffo fino in acqua. Si dice che finché il corpo non è immerso in acqua sono possibili correzioni che permettono di controllare l’esito del tuffo».

La mente può modificare l’esito del tuffo anche mentre il tuffatore è in aria?
«In quel brevissimo tempo si possano elaborare correzioni. In volo – per usare le sue parole – può accadere qualcosa».

Siamo già nell’azione e in ciò che la precede, e ne traccia l’esito. Ma il tuffo è uno sport unico, o uno dei pochi in cui l’atleta non lotta direttamente con l’avversario, ma con valutazioni assolute. Insomma, i tuffatori fanno la gara ognuno da solo. È così?
«Sì, il tuffatore è principalmente occupato a trovare la massima concentrazione per eseguire il proprio tuffo. Certamente esiste l’avversario e viene anche seguito durante la gara, ma l’interesse principale è rivolto a se stessi. È spesso anche questione di psicologia, alcuni atleti non vogliono seguire né i punteggi né l’avversario, pur di essere concentrati al massimo su loro stessi».

Molti campioni di questo stellare Dream Team che “Avvenire” sta componendo sottolineano situazioni analoghe. La gara dell’atleta è con se stesso. I Greci, che lo paragonavano al poeta tragico, lo avevano capito. Torniamo alla realtà pratica. È duro allenarsi, e durare anni e anni ai massimi livelli, come nel suo caso?
> «Definire duro l’allenamento è forse improprio. Certo, durezza, fatica, ma in genere l’allenamento è un piacere. Coadiuvato dalla motivazione: riuscire a fare il risultato. Certo, a lungo andare l’allenamento deve essere gestito intelligentemente, senza spompare l’atleta fisicamente e psicologicamente. Con la difficoltà dei tuffi di oggigiorno chiaramente diventa anche impegnativo l’allenamento giornaliero… Per questo forse la carriera di un atleta di oggi è meno lunga di una volta. Il successo però aiuta a trovare la motivazione necessaria per continuare a gareggiare nel tempo».

Che cosa ricorda e vorrebbe rievocare della sua carriera?
«In positivo ci sono tanti ricordi belli sia dell’infanzia che durante la crescita agonistica. Raggiungere le medaglie olimpiche è ovviamente motivante e il duro allenamento viene sopportato meglio. Come esperienza negativa, cito quella del 1970: dopo aver gareggiato in due Olimpiadi avevo sottovalutato gli Europei di Barcellona, dove sono stato battuto sia dal trampolino che nella mia specialità, che era la piattaforma. Tutto questo però mi servì di lezione e mi ha reso più forte nell’affrontare gare successive».

L’ho vista in televisione, la Rai aveva combinato un incontro tra i due massimi di ogni tempo, Dibiasi e Louganis. Una scena da piangere, per la commozione e il senso di lealtà sportiva. Continuavate a farvi le lodi, e ognuno sosteneva che il più grande era stato l’altro. Tu hai vinto di più, dice Dibiasi. Risponde Louganis: ma tu per me eri un mito, come i Beatles… Ricorda? Vuole parlare dei suoi avversari e colleghi che più la colpiscono?
«Nel nostro sport l’avversario è rispettato e apprezzato perché conduce la nostra stessa vita di sacrificio, di emozioni e di sofferenza, nel preparare il proprio programma al meglio. Di avversari ce ne sono stati tanti, in diannove anni al vertice agonistico. Nel 1964, Tokyo, Bob Webster era il campione da battere dalla piattaforma mentre io ero un ragazzino, poi a Città del Messico era proprio il messicano Álvaro Gaxiola, che godeva dei favori del proprio pubblico. A Monaco 1972 la situazione era un po’ più tranquilla, anche se c’erano tuffatori forti a insidiare la medaglia d’oro. L’ultima mia Olimpiade era Montréal nel 1976, quando l’avversario per eccellenza era il giovane Greg Louganis: tuffatore di un’altra epoca, che faceva già allora una serie più competitiva della mia. Era un po’ come il passaggio del testimone da un atleta ormai arrivato al giovane talento emergente. L’avversario della vita comunque è stato l’amico Cagnotto col quale ho condiviso allenamenti e successi avendo insieme conquistato nove medaglie nell’arco di cinque Olimpiadi. Senza avere sempre come misura il mio amico Cagnotto, vicino in tutte le gare, non so se i miei successi sarebbero stati gli stessi. L’uno era misura per l’altro anche nelle gare minori, e durante i duri periodi di allenamento ci si sosteneva a vicenda».

Da Avvenire. Piccoli eroi, Giacomo Poretti: volevo essere Mazzola.

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A ferragosto, era uscito su Avvenire questo bel racconto di Giacomo Poretti, firma anche de La Stampa.

http://www.avvenire.it/Sport/Pagine/MAZZOLA-.aspx

Nella mia famiglia erano tutti interisti: il papà, la mamma, la sorellina che ancora doveva nascere, i nonni, compreso quello già morto (mio papà mi raccontò che era juventino ma in punto di morte confessò i suoi peccati, si pentì e si convertì), le nonne, gli zii e le zie, le cugine. Tutti tranne mio cugino cieco Antonio che era milanista. Mio zio pregava che anche suo figlio un giorno avesse potuto vedere.
Quando ho compiuto 5 anni mio papà e mio zio sono tornati da San Siro e mi hanno portato il completo dell’Inter: sono rimasto vestito così per un anno intero fino al giorno che dovetti iniziare la prima elementare e mi fecero indossare un grembiulino solo nero.

Ma il giorno che sono diventato Mazzoliano me lo ricordo bene: era il 27 maggio 1964 e io facevo la terza elementare; quella sera mio papà stranamente non mi mandò a letto presto, anzi mi disse che in televisione c’era un programma educativo e istruttivo, la finale della Coppa dei Campioni tra il Real Madrid e l’Inter appunto.
Sandro Mazzola fece due gol e contribuì in maniera determinante a far vincere all’Inter la sua prima Coppa; ma la cosa che mi affascinò di più fu la scoperta del suo movimento, la rapidità di corsa, il dribbling. Al 71’ di quella partita fece gol con l’esterno destro facendo carambolare la palla sul palo per poi insaccarsi in rete: Sandro Mazzola faceva gol di esterno piede! io invece tiravo solo di punta! Dopo quella sera mio padre mi raccontò il dramma di Sandro Mazzola e di suo fratello Ferruccio: erano rimasti senza il papà, Valentino Mazzola, il più grande giocatore di tutti i tempi, perché l’aereo che lo trasportava assieme alla sua squadra, la più forte di tutti i tempi, era precipitato sopra una chiesa. Penso che da quella storia cominciò a formarsi dentro di me il gusto per le storie epiche con qualche venatura romantica.
Nella mia testa di bambino di otto anni, dopo aver assistito alla doppietta al Prater di Vienna e dopo aver saputo che Sandro Mazzola era rimasto senza il papà all’età di sette anni, il numero “8” neroazzurro affiancò Gesù Bambino nella classifica dei miei eroi preferiti. Quella sera mi addormentai convinto che Sandro Mazzola aveva dedicato i due gol a suo papà che lo guardava dal quinto anello dello stadio del Cielo. Grazie a Sandro Mazzola, a Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarnieri, Picchi, Jair, Peirò, Suarez e Corso, potei trascorrere un’infanzia felice. Inoltre il mio eroe aveva la particolarità di farmi scordare tutte le mie frustrazioni e difficoltà: se prendevo un brutto voto a scuola pensavo al gol di esterno contro il Real Madrid e la delusione scompariva; se i miei genitori mi mettevano in castigo io pensavo a san Mazzola che faceva gol nel derby con un tiro al volo e il tempo passava più velocemente; una volta ero in colonia al mare ed ero così triste che non avevo più fazzoletti per asciugarmi le lacrime: mi è venuto in mente il gol di Sandro Mazzola contro il Vasas di Budapest nel 1966, considerato il gol più bello mai realizzato in Champions League, e l’allegria è ricomparsa, perfino la colonia assumeva tratti umani!

Chiedo scusa pubblicamente ma vi è stato un momento in cui Sandro Mazzola è stato più importante di Gesù Bambino: nel 1970 in una partita amichevole contro la Svizzera, dopo 6 palleggi al volo per superare gli avversari scagliò un destro di collo pieno che si insaccò in rete! Di Sandro Mazzola ho cercato di imitare tutto: lo scatto fulmineo, il dribling, il tiro, l’intensità di gioco, l’unica cosa che sono riuscito ad aver in comune con lui sono i baffi.
Ogni bimbo al mondo ha un pupazzo o un oggetto che gli tiene compagnia tutte le sere quando va a dormire, per me erano le azioni di Mazzola ed il colore della sua maglia. Le giostre al mio paese arrivavano insieme al freddo di novembre e alle caldarroste. Una mattina di domenica, dopo essere stato alla messa delle 10, stazionavo sul bordo dell’autoscontro con il desiderio di voler fare qualche giro e, contemporaneamente, con la certezza che non sarebbe stato perché non avevo soldi. La frustrazione per la mia povertà veniva mitigata dal pensiero successivo che arrivava soccorrevole: l’Inter, le sue vittorie, il senso di invincibilità e di conseguente felicità eterna che mi avrebbe lenito tutte le volte che ci avrei pensato e soprattutto tutte le volte che la mia povertà mi avrebbe umiliato. Poi improvviso e furtivo si affacciò alla mente un pensiero orribile. Sandro Mazzola, Mario Corso, Facchetti e Jair….sarebbero diventati vecchi, quindi avrebbero smesso di giocare e di conseguenza un giorno anche loro sarebbero morti! In quel momento ho compreso che la morte è di tutti, appartiene a tutti e capita a tutti, a Facchetti, a mio papà e mia mamma, ai miei migliori amici, ed anche a me. Era una tragedia colossale. Non era nemmeno un brutto sogno da cui potersi risvegliare, nella vita prima o poi si muore questa era l’atroce certezza. Allora diventò irrilevante che non potessi salire sull’autoscontro, e da quel momento la morte non mi ha più abbandonato. Sandro Mazzola mi ha aiutato ad scoprire la felicità, mi ha mostrato quanto si può amare il proprio idolo personale e quanto può essere triste non esserci più.
Sandro Mazzola non è stato solo il mio giocatore di calcio preferito ma anche uno dei più importanti educatori, inconsapevole, che abbia mai avuto. Grazie a Dio da quel triste mattino di novembre, Sandrino, ha solo smesso di giocare a calcio e successivamente ho anche avuto l’opportunità di incontrarlo di persona: mi sembrò di vedere Gesù Bambino. Grazie e lunga vita al Baffo goleador!

 

Avvenire. Il poeta e il campione, il cuneese Roberto Mussapi: Abbagnale, italiani in voga.

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Altra bella storia, uscita a ferragosto, su Avvenire. Il racconto di Roberto Mussapi.

http://www.avvenire.it/Sport/Pagine/MAZZOLA-.aspx

 

«Giove, vedendo il mondo allagato e sommerso, e il genere umano estinto nell’immensa palude salmastra, e solo quei due giovani superstiti, di tante migliaia di vite, si commosse per loro, soli nella barchetta, spaventati, in lotta con le onde che si rifrangevano contro il monte, e squarciò la cappa di nubi chiamando Tritone, che soffiando nella sua grossa conchiglia gocciolante adunò i fiumi e le sponde dei mari ordinando a tutti di ritornare entro i loro antichi margini, e in breve i fiumi furono, di nuovo, anche se turgidi e rapinosi, nei loro letti, e il mare ritornò ai suoi confini lasciando le spiagge bagnate e piene di resti di quella che era stata la vita degli uomini e degli animali».

Dopo il grande Diluvio che Ovidio narra nelle Metamorfosi, e che compare in gran parte dei miti e delle religioni, la rifondazione del mondo nasce su una barchetta, forse una canoa. L’uomo sulla barca, la coppia, in questo caso, è la rappresentazione della nostra esistenza nel pianeta. La canoa, il canottaggio, sono due derivazioni di questa figura originaria. Chi voga sulla canoa è colui che scivola sull’acqua, che non affoga nell’elemento del mistero, ma entra con lui in simbiosi, e ne gode l’ebbrezza.

Prima del vento, prima del motore, sono le braccia dell’uomo a muoverlo sull’imbarcazione scivolante sull’acqua. Poi, nel tempo della storia, remare diviene anche fatica e dolore, per gli schiavi nelle galee, mentre rimane gioiosa traversata nei Mari del Sud, e poi sport magnifico, particolarmente praticato e insignito nei grandi college inglesi, Cambridge, Eaton. Il canottaggio, specificamente, che si pratica ai Giochi Olimpici fin dal 1900, è uno sport di velocità e resistenza, barche affusolate, lunghe, per ridurre la resistenza dell’acqua. È uno sport esaltante per lo spettatore: chi abbia assistito alla gara annuale tra le quattro repubbliche marinare, sa che non si tratta di un’attrazione turistica ma di una rievocazione di uno dei momenti più gloriosi dell’Italia: Genova, Venezia, Pisa, Amalfi, le repubbliche mitiche rappresentate dai canottieri. Figuriamoci le Olimpiadi: canottaggio, nuoto e tuffi sono la celebrazione del rapporto dell’uomo con l’acqua, elemento di origine della vita e sede del mistero.

I trionfi dei fratelli Abbagnale hanno rievocato al mondo, e per sempre, la nostra nazione nata dalle acque del Tevere. Inglesi e italiani, i più grandi canottieri moderni: i primi rappresentanti del grande impero sulle acque nato nell’età elisabettiana, i secondi campioni di continuità del mondo italico e romano, con i suoi pontifex e i riti tiberini. Indubbiamente le telecronache di Giampiero Galeazzi hanno contribuito alla risonanza mondiale delle imprese abbagnalesche. Io facevo parte di quell’esercito non violento di italiani commossi e esaltati. Con Carmine e Giuseppe Abbagnale siamo diventati ancora più italiani.

Lei capovoga, suo fratello Carmine prodiere. Due fratelli invincibili per più di un decennio. Non le sembra una fiaba? Se quella coppia vincente non fosse stata di due fratelli, sarebbe stata meno leggendaria…
> «È difficile comprendere oggi cosa sarebbe accaduto allora se fossi stato in coppia con un altro. Del resto non abbiamo mai cercato di diventare leggenda e men che meno fiaba. Però tutto quello che è avvenuto intorno a noi è arrivato in anni pionieristici per il canottaggio e, forse, i risultati del “due con” dei fratelli Abbagnale hanno svegliato dal torpore il mondo sportivo del canottaggio e dell’Italia intera. Questo, condito dalle cronache di Galeazzi, ha realizzato quel mix leggendario che tutti amano ricordare».

Dall’esterno eravate una coppia mitica, completata dal bravissimo “piccoletto” Di Capua. Il canottaggio è considerato uno degli sport che richiedono la massima potenza fisica: che peso aveva la fatica?
> «Vede, molti pensano che il canottaggio sia fatica, lacrime e sudore. C’è anche un po’ di tutto questo, ma essenzialmente il canottaggio è armonia, ritmo, tecnica, condivisione, amicizia, forza, fisicità e poi tanto allenamento che genera fatica. Una fatica gradevole, perché è piacevole quello che si fa e soprattutto l’obiettivo che si vuole raggiungere: far sventolare il tricolore sul pennone più alto sentendo l’Inno d’Italia. Questa è leggenda e questo è il momento in cui capisci che tutto quello che hai fatto è servito a qualcosa».

Stefania Belmondo ha affermata, in questa serie di incontri, che senza fatica la vita è incompleta. Che ne pensa?
«Può essere, però aggiungerei che il senso della vita è anche amicizia e condivisione e il canottaggio è tutto questo. Sicuramente non è sacrificio, ma impegno costante e attenzione nella vita che si conduce e in quello che si fa».

Mario Luzi, in una sua magnifica poesia, esclama: «Felici voi nel movimento», fermandosi a contemplare i canottieri sull’Arno. Dal ponte il poeta interrompe la sua meditazione, inalandone un potente senso di vitalità, grazie alla vista dei canottieri. Lei provava anche ebbrezza?
«Io alla fatica antepongo il ritmo scandito dai remi che si immergono nell’acqua. La sensazione più bella che ricordo è quella di uscire in acqua nel mare di Castellammare di mattino presto e sentire solo lo sciabordio della barca che solcava il mare, i nostri rumori che facevano a gara con il garrire dei gabbiani che ci svolazzavano intorno. Eravamo noi, la nostra barca, e la natura che ci circondava il nostro regno, ma non v’era mistero: solo consapevolezza di essere lì, e non per caso. Una volontà ferrea di fare bene ciò che ritenevamo essere il meglio per noi, per la nostra società e per l’Italia».

Ma al traguardo, al momento del trionfo, provate anche l’ebbrezza della vittoria e della gloria? Jury Chechi ci ha detto che non crede a un campione che neghi di aver provato l’ebbrezza della gloria, l’orgoglio della vittoria. Che mi dice?
«Ci si allena, ci si impegna e si tende alla maniacalità delle ripetizione del movimento sempre più perfetto prima per essere i migliori, e poi per vincere rispettando gli avversari. Quando si riesce a salire sul podio, possibilmente quello più alto, è vero ci si sente invincibili e la gloria è palpabile intorno a te. Un momento di gloria che si condivide con tutti, ma non appena si scende dal podio diventa quasi sentimento personale e si incomincia a pensare al prossimo obiettivo da raggiungere».

Pensiamo alle metafore del remare: «Rema!», per dire “obbedisci!”, «Quello rema contro», «Siamo tutti sulla stessa barca»… Sembra che il remare sia metafora della sofferenza della vita, ma anche del senso del dovere, il senso di appartenenza a un equipaggio, a una comunità…
«Oggi non si rema più per lavoro, ma solo per piacere e per sport, ma quanto lei dice è vero: se uno vuole far comprendere che vai per conto tuo, allora non sei in sintonia con l’equipaggio, e “remi contro”. Sono davvero le metafore della vita di tutti i giorni, fatta di condivisione e di amicizia.

In altre civiltà, dalla Polinesia ai Caraibi, remare era naturale come camminare, dato che ci spostava da un’isoletta all’altra… Maurizio Damilano, un’altra stella del nostro Dream Team, dice che camminare è insito nella natura umana, cosa non dimostrabile per il correre. Remare è naturale? Perché, se non lo è, qualcuno decide di farlo, sottoponendosi a fatiche immense?
«Camminare è naturale, marciare o sottoporsi a un’estenuante maratona non è naturale. Remare per diletto è naturale, remare per far correre più velocemente la barca non è naturale. Lo diventa però nel momento che lo si fa senza fatica, ma esprimendo solo la forza fisica acquisita con l’allenamento quotidiano finalizzato ad armonizzare corpo e mente. Ecco, è la mente che allena e che fa diventare la fatica una vera gioia».

Che effetto le fa che i nomi suo e dei suoi fratelli Carmine e Agostino spicchino in tre fermate della metropolitana di Londra, omaggio degli inglesi sconfitti ai vincitori?
«Mi fa piacere, perché significa che c’è rispetto per quello che abbiamo dimostrato di saper fare. E poi sono stati proprio gli inglesi a superarci ai Giochi di Barcellona. Un profondo rispetto reciproco riscontrato nell’occasione dei Giochi di Londra 2012, con l’intitolazione di queste fermate della metropolitana londinese».

L’Italia che vince con i rematori, con i fondisti come Stefania Belmondo, con i marciatori come Damilano, è un Paese che sa resistere, e alla fine trionfare attraverso la sofferenza. Ma sono ori, sono trionfi di trenta anni fa…
«Quello italiano è un popolo che sa rinascere dalle ceneri, è un popolo abituato a emigrare e fare ritorno, è un popolo che si appassiona, ma che sta diventando sedentario. Noi genitori dobbiamo saper educare i nostri figli a usare la tecnologia, ma allo stesso modo a capire che la vita, quella vera, è fuori: nella strada, tra la gente e anche nell’acqua. Che i soldi sono una chimera e che la celebrità, quella duratura, si acquisisce con l’impegno e con la resistenza. Se sappiamo educare i nostri figli a questo tipo di mentalità, l’Italia continuerà ad avere tanti Abbagnale, Belmondo, Damilano, Chechi e tanti altri».

Da Avvenire, ciclismo. Giuliano Traini recensisce il libro di Davide Mosca: “Quando Moser sbranò il Cannibale al Tour”.

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Da Avvenire, Giuliano Traini

http://www.avvenire.it/Sport/Pagine/MOSER-.aspx

Quarant’anni fa il ciclismo aveva un dominatore incontrastato, un “Cannibale” che divorava asfalto, avversari e record. Insaziabile. E proprio quarant’anni fa esatti il Tour de France rivelava al mondo che Eddy Merckx non era più invulnerabile.
A “spogliare” il Re è un giovane corridore italiano: Francesco Moser, 24 anni appena compiuti e con indosso la maglia tricolore conquistata da pochi giorni. È l’ultimo della dinastia di corridori trentini e per correre il Tour ha saltato il Giro d’Italia, perché non vuole andare in Francia per fare il cicloturista, non ci è abituato. Ha l’irruenza e la sfrontatezza dei giovani, non riesce a mettere i freni né alle gambe, né alla lingua.
È il 1975, il Tour parte dal Belgio, un chiaro omaggio al “Cannibale” che vuole vincere la sua sesta maglia gialla, impresa mai riuscita a nessuno. Al cronoprologo di Charleroi c’è anche il re del Belgio, Baldovino, pronto a incoronare Merckx, che è anche il campione del mondo in carica. Sul podio, invece, si presenta l’italiano in un clima irreale, come rivela lo stesso Moser nell’autobiografia appena pubblicata. La crono aveva un vincitore già designato ed era tutto preparato per festeggiarlo, a cominciare dalla maglia gialla: «Sto per infilarmela – scrive l’ex campione del mondo quando mi accorgo che sul davanti c’è la scritta “Molteni”, il nome dello sponsor della squadra di Merckx. Nessuno aveva preso nemmeno in considerazione la possibilità che non vincesse il Cannibale. Mi rifiuto di indossarla, così scuciono la toppa e cuciono in fretta e furia quella della mia squadra, la Filotex».
Quella vittoria va oltre l’aspetto sportivo. Vedere quel corridore con la maglia tricolore sul podio fa commuovere i tanti emigranti italiani presenti. Il successo di Moser diventa il loro riscatto sociale. La sera prima in albergo il trentino aveva ricevuto la visita di «padre Claudio, il prete operaio di Palù (il suo paese, ndr) che si è trasferito in Belgio. Con lui c’è una rappresentanza di minatori italiani. Mi raccontano le loro fatiche quotidiane, le discriminazioni che talvolta devono subire», gli avevano fatto capire che la sua vittoria «sarebbe una meravigliosa rivincita».
Lo sgarro del giovane Moser esalta gli emigranti ma fa infuriare il fuoriclasse belga. «La sconfitta gli ha fatto male dentro. Non vuole una rivincita, vuole una vendetta. Per tutta la prima settimana mi fa una guerra spietata e insensata. Si impegna al massimo per strapparmi la maglia gialla. Ma io resisto. La gente è entusiasta. Tutti dicono che non si vedeva un Tour simile da anni. Gli addetti ai lavori sono sconcertati dall’atteggiamento di Merckx: temono abbia perso la testa. Mai qualcuno aveva messo in dubbio l’autorità del re e la sua legge spietata. Per la prima volta qualcosa si incrina nelle sue certezze».
“Davide” ha assestato un duro colpo – morale non mortale – a “Golia”: una piccola rivincita dopo essere stato battuto in volata, per appena una ruota, nella Milano-Sanremo tre mesi prima.
La rincorsa del belga dura una settimana. Nella cronometro successiva ristabilisce le gerarchie: vince e si prende la maglia gialla. Ma Moser non è un corridore avvezzo alla resa, ha il carattere testardo del montanaro. Merckx lo scopre nella tappa successiva quando lo vede sfrecciare vittorioso davanti a due sprinter fenomenali, Rik Van Linden e Godefroot, mentre lui è solo quarto, praticamente uno spettatore. Ma il Tour si decide sulle montagne, ci inappellabili: «Sembra non debbano finire mai», confessa Moser. E le strade pirenaiche sono difficili anche per chi in montagna è abituato a pedalare, dure a scalarle, pericolose a discenderle. E in discesa il trentino cade – proprio lui che è spericolato come pochi – e si procura una brutta ferita sul volto: «A fatica riesco a rimettermi in piedi. Risalgo in bici e finisco la tappa, anche se con un grave ritardo. I giorni dopo sono duri. Le ferite e gli ematomi mi condizionano, ma io non voglio ritirarmi». Per Moser la classifica è definitivamente archiviata, per Merckx sembra solo una formalità. Almeno fino alla Nizza-Pra Loup, che «giunge come il Giorno del Giudizio»: 217 chilometri, sei colli e un dislivello di quasi seimila metri.

Il Cannibale stacca tutti sulla penultima salita, il Col d’Allos, e si butta in discesa con la solita rapacità. È la replica di un film già visto, il belga è sempre più vorace e destinato all’ennesima impresa. La strada è «il ghiaietto nelle curve» la rende pericolosissima, tanto che «l’ammiraglia della Bianchi vola in un burrone». Moser è attardato, ma la «picchiata folle è la mia specialità. Guadagno terreno sui fuggitivi. Raggiungo Thévenet. Si incolla alla mia ruota. Lo piloto in quello che di fatto si trasforma in un inseguimento al Cannibale. All’imbocco dell’ultima salita il francese mi ringrazia e parte all’attacco. Sulle rampe di Pra Loup Merckx va in crisi: ha speso troppo durante il Tour per annientarmi e adesso, nel momento decisivo si trova a corto di riserve. Thevenet e Gimondi lo raggiungono e lo distaccano». Il francese vince e «conquista la maglia gialla che porterà fino a Parigi. Il regno di re Merckx finisce oggi».
In quel Tour de France, destinato a restare unico, Francesco Moser lascia il segno. Si guadagna credibilità e fama, acquisisce tanti amici ma anche un nemico, il più rischioso, soprattutto per un ragazzino che vuole continuare a macinare asfalto con i pedali. Merckx è il mammasantissima del gruppo e averlo contro potrebbe rendere le corse un infinito inseguimento del podio. Ma il trentino è giovane e incosciente, non se ne cura. Si permette perfino di rifiutare il calumet della pace offerto dal fiammingo quando «in una delle ultime tappe, con Thevenet in difficoltà» lo affianca e gli «chiede di tirare per lui».
Insiste dopo il primo rifiuto. Prima prova a blandirlo promettendo di «darmi una mano in Italia», poi passa alle minacce. «Io però ho dato la mia parola a Thevenet, non c’è prezzo che possa farmi rimangiare la promessa». Ci vuole carattere per opporsi a un dittatore. Moser lo ha forgiato sui monti trentini, insieme ai muscoli delle gambe, occorre ben altro per intimidirlo. Ha il futuro davanti, mentre Merckx lo ha alle spalle, ma non lo sa ancora. Occorrerà qualche altro mese per rendersene conto, per capire che le gambe non rispondono più come prima, che in quella affannata rincorsa al giovane italiano ha sperperato le ultime risorse. Ha scoperto la sua improvvisa e sconosciuta fragilità.
Merckx non è vecchio, nemmeno atleticamente, ha solo 30 anni, eppure in lui è cambiato qualcosa. Da quel momento vincerà appena dieci gare – lui che ne ha vinte più di 500 – prima di rassegnarsi definitivamente e appendere la bici al chiodo meno di 3 anni dopo. Fra le grandi corse vincerà solo la Sanremo, per la settima volta, è l’ultimo primato.
Moser, invece, conferma quanto di buono ha fatto vedere in quel Tour de France – il primo e l’ultimo al quale ha preso parte – e diventa uno dei grandi campioni del ciclismo, togliendosi anche la soddisfazione di un ultimo “sgarro” al Cannibale, nove anni dopo, quando gli strappa il record dell’ora.
Il carattere è stata indubbiamente la qualità più efficace del corridore trentino: «Ho vinto spesso, qualche volta ho perso. Non ho mai partecipato», è la sintesi più calzante della sua carriera, e l’ha scolpita nella copertina della sua autobiografia.

IL LIBRO
Francesco Moser con Davide Mosca
HO OSATO VINCERE
Mondadori. Pagine 222. Euro 19,00

Da Avvenire: Belmondo, il senso di Stefi per la neve. Lo scrittore Roberto Mussapi intervista l’ex fondista.

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Stefania Belmondo

Da Avvenire, http://www.avvenire.it/Sport/Pagine/Belmondo-il-sensod-Stefi-per-la-neve.aspx

Lo scrittore Roberto Mussapi intervista Stefania Belmondo.

Lo sport è anche attività spirituale. Gli atleti che si recavano alle Olimpiadi, i migliori di ogni polis, gareggiavano per il puro scopo dell’onore e della gloria. Per loro era stata sospesa ogni guerra. Il premio, i versi dei poeti e una corona d’alloro. Anche con la trasformazione della società, e con la progressiva professionalizzazione dello sport, la sua anima non è mutata. La poesia è poesia quando è cantata dall’aedo accompagnato dalla lira, scritta su pergamena e poi su carta, poi al computer, recitata in radio o incisa su vinile o cd. Cambia l’abito, non l’anima. Ho scelto campioni di ieri, ancora giovani ma vincitori in un recente passato, modelli di virtù. Disciplina, passione, sacrificio. Ma insieme gioia, ebbrezza dell’anima. Per me, italiano, sportivo, appassionato, gloria. Ho incontrato quelli che mi fecero piangere di commozione, alzandomi in piedi, ovunque fossi, per ascoltare l’inno di Mameli al loro trionfo. Partecipe. In piedi. Che nomi, da elenco omerico: Belmondo, Abbagnale, Calligaris, Chechi, Damilano, Dibiasi. Non in ordine alfabetico, né di cavalleria: in ordine poetico, metrico, come si deve con i nomi che fanno poesia. Con tutti, compresa Stefania Belmondo che è mia amica da tempo (colpa di una poesia che le dedicai per il suo trionfo a Falun), ho provato una sensazione di imbarazzo: come è possibile che campioni così grandi siano così umili? Che cosa li ha spinti, che ascesi inconosciuta e indicibile? E, accanto all’imbarazzo, una sensazione di pienezza: mi sentivo con loro, a convivio con i campioni. Figure che accendono, accanto a quelle degli eroi e dei maestri, la fantasia di un ragazzo che sognava di diventare poeta.

Il tuffatore è una figura impressa nel nostro inconscio, una forma divenuta, nel tempo, archetipo: quella figura nera protesa su un trampolino è passata dai vasi micenei in cui spicca, alla nostra memoria inconscia. Così l’atleta corrente come un cavallo rievoca Ulisse nella gara con i Feaci, e l’immagine dell’arciere analogamente riporta la figura dell’eroe sterminante i Proci alla corte di Itaca: anche chi non ha letto i classici ne conosce le figure mitiche. Il velocista, l’arciere, il tuffatore, ma anche il saltatore, il lottatore, figure che dal patrimonio del mondo greco si imprimono nel nostro Dna. Le discipline della neve non hanno alcuna parentela con quelle nate nella luce mediterranea del Peloponneso. Nascono dai boschi del Nord, da terre fredde e perennemente innevate, da un’altra mitologia, che vede fate apparire all’improvviso tra gli abeti e i larici, dalle folate di neve, come sogni ventosi. Il mondo scandinavo è la culla di queste figure mitiche, a questo mondo attinge il grande Andersen scrivendo uno dei suoi capolavori, La regina della neve. Seppur radicalmente diversa da quella di Andersen, parente delle streghe, anche l’Italia ha una Regina della neve, nel senso più buono del termine. In un mondo dominato da scandinavi, russi, finlandesi, una delle più grandi di ogni tempo, è italiana. Bionda, ma non tipo scandinavo. Piccola, snella, occhi ridenti e luminosi. Dieci medaglie olimpiche, tredici mondiali, il dominio in una specialità non italiana e non alpina.

Domanda semplice, e forse difficile: ci può descrivere il suo rapporto con la neve?
«Un rapporto che non si può esprimere con la parola amore, ma appartiene a quella sfera… Un rapporto, il mio, di grande legame con la neve, che per me è stato il mezzo, oltre agli sci, con cui sono riuscita esprimere meglio me stessa. Sulla neve avevo il giudizio del risultato, e in tal modo potevo esprimere quanto avevo dentro. Massima espressione di libertà, pace, passione: sono parti della mia anima che senza neve sarebbero rimaste inespresse».

Allora la neve la incanta e la costringe a essere solo se stessa.
«Lo sport mi ha dato la possibilità di vivere da sola, perché il mio è uno sport individuale. Non solo nell’albergo, ma sulle piste, a meno venti, in Finlandia, Scandinavia, animali selvatici, renne, lepri bianche, a volte un uomo che sciava apparendo all’improvviso e diceva “Hei”… Sentivo solo i miei sci che creavano questo piccolo rumore sulla neve. Non mi sentivo sola, sulla neve. O meglio, provavo una solitudine felice. Mi piace conoscere la gente, soprattutto le persone che mi possono dare tanto, però non ho paura della solitudine. Anzi, mi preoccupano non poco le persone che la temono davvero. Mi pare una forma di diffidenza verso se stessi».

La neve consente di raggiungere una solitudine piena, armonia…
«Sì, armonia, sentirsi a posto, non isolata, dagli altri. Ripeto, un mio modo di manifestarmi. Solo grazie alla solitudine puoi essere te stesso. E la solitudine ti consente di pensare».

Sta parlando di questo aspetto un po’ mistico del suo rapporto con la neve, con la solitudine. Il misticismo non è solo quello verticale, assoluto dei monaci o di certi santi, ma una zona dell’anima potenziale in ogni essere umano. Ogni uomo, credo, abbia una parte di sé che potrebbe accendersi di entusiasmo mistico, magari per un breve istante. Insomma nella sua descrizione io credo di intravedere una sorta di ricerca metafisica, orizzontale, ma sempre tale… o sbaglio?
«Io provavo gioia a fare fatica, naturalmente nulla di masochistico. Ma passione, che ti spinge in avanti, poi, accettare la fatica, e, infine, comprendere che tutta la fatica “prima”, preparatoria, di allenamento, significa minor fatica “dopo”, quando non una sola energia deve andare sprecata. La fatica dell’allenamento è diversa dalla fatica in gara, è una vera preparazione. Accetti e comprendi che solo con la fatica si ottiene il risultato».

Per aspera ad astra
«Letterale. Le parrà strano, ma, da quando mi sono ritirata, nel poco tempo che ho, corro, in salita. Se andassi in piano non varrebbe nulla: se non vado in salita, non ha senso. Sopra ogni cosa la passione. E con la passione la fatica, la fatica, che diventa un bisogno. Io devo faticare. Ma la vittoria era volare. Letteralmente volare. A volte nevicava, io volavo nella neve».

Finora ha sempre parlato della sua esperienza individuale, anche riferendosi alla gara, o alla fatica. Ha usato il termine “risultato”, senza il quale gareggiare, e soffrire, non ha senso. O meglio: lo scopo di ogni atleta è il risultato. Ma lei finora non ha parlato di competizione, agonismo, come se il suo risultato fosse conseguibile con o contro se stessa… Ha parlato di neve, fatica e solitudine, come se fosse un’esperienza mistica e solitaria, tipo un alpinista d’antan, spinta ascensionale, vetta. Lei, essendo uno dei più grandi campioni del suo sport, sembra eludere l’avversario, quasi la competizione fosse con se stessa…
«È così, fondamentalmente. Poi, meno male che esiste l’avversario, senza il quale non esisterei io. Meno male che c’erano gli avversari. Se non ci fosse stata la Välbe, per me la migliore di tutti i tempi, nessuno si ricorderebbe delle mie battaglie con lei. O una o l’altra. Io ho perso un mondiale contro di lei. Arrivammo insieme. Sul tabellone comparve che aveva vinto Belmondo, Välbe seconda. Dopo qualche minuto cambiarono: lei era arrivata prima».

Come fu possibile?
«Normale, nel nostro sport, a certi livelli. Avevamo raggiunto lo stesso tempo. Identico. La foto mostrò che lei era un millimetro avanti a me. Forse meno di un millimetro».

Non vale, la Välbe è più alta… Io sono nato a Cuneo, faccio fondo sulle piste rese sacre da Stefania Belmondo, non vale…
«No [ride], era così, ma il tempo era identico. Non c’era il tempo».

Non c’era il tempo. Annullato. Fuori dal tempo.
«Ho pianto. Siamo diventate amiche, sono andata al suo matrimonio, in Siberia. Anni dopo, altro mondiale, io ho vinto la volata non nei confronti della Lazutina. Mi sono presa la rivincita. Avevo rotto il bastoncino, piangevo, sono ripartita, ho detto, Stefi hai perso un mondiale in Norvegia, stavolta non puoi perderlo, se no devi solo disprezzarti».

Ha avuto la rivincita contro un’altra, anni dopo. Quindi la sconfitta non era contro un nemico ma un’altra parte di se stessa, e poi cercava unì altra parte di se stessa, per riscattarsi…
«Sì, l’avversario è l’altra parte di me. E io la sua. La rivincita era con me, assoluta. In tutti gli aspetti della vita esiste sempre la rivincita: la giustizia alla fine si afferma, anche dopo sofferenze e sopportazione. Ho tanta pazienza, su tutto, io aspetto. Anche perché ho fede».

In generale?
«No, non in generale. In Dio. Io credo profondamente in Dio. Questo è alla base di tutto».