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Da Liberoquotidiano.it, Giordano Tedoldi: “Cicciottelle non si può dire, ma panciuti sì”. Poi arriverà il licenziamento del direttore del Qs Beppe Tassi

(v.zagn.) Al netto di qualche caduta dialettica, condivido il senso del pezzo di ieri, su Libero.

http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/11943089/cicciottelle-non-di-puo-dire–ma-panciuti-si-.html

Ha vinto il politicamente corretto, ha perso il buonsenso a favore della boria che tracimava dai profili Facebook per tutto ieri, dopo che era stato messo in giro il titolo del Quotidiano sportivo, supplemento sportivo del Resto del Carlino, sulle tre atlete italiane del tiro con l’arco, le “cicciottelle” che hanno portato a casa una medaglia di bronzo.

Con una nota da parte dell’editore del quotidiano, Andrea Riffeser Monti, arriva il licenziamento in tronco del direttore del Qs, Giuseppe Tassi: “L’editore – si legge – si scusa con le atlete olimpiche del tiro con l’arco e con i lettori del Qs Quotidiano sportivo, per il titolo comparso sulle proprie testate relativo alla bellissima finale per il bronzo persa con Taipei. Lo stesso editore a seguito di tale episodio ha deciso di sollevare dall’incarico, con effetto immediato, il direttore del Qs Giuseppe Tassi”.

L’atteggiamento più dignitoso lo hanno avuto le tre atlete che non si sono volute intromettere nel carnaio di polemiche sterili. Da parte degli indignati di professione un coro di proteste sulla trita e ritrita questione del rispetto del corpo femminile, portata a bandiera quando conviene, dimenticata solo in casi di avversari politici da disintegrare. Chissà dove erano questi paladini del rispetto in quota rosa quando si faceva carne da macello delle ragazze coinvolte nei processi contro Silvio Berlusconi, giusto per citare un trascurabile caso fenomenologico degli ultimi anni.

A poco è bastata la nota di scuse con la quale lo stesso direttore questa mattina aveva giustificato quel titolo, apparso tra le altre cose nell’edizione di prima battuta, poi corretto in un’altra forma nella successiva edizione. Ormai la palla di neve era diventata valanga, con un il carico da novanta aggiunto dal presidente della Federazione italiana Tiro con l’Arco, Mario Scarzella, che rivolgendosi proprio al direttore aveva drammatizzato fino all’inverosimile: “Dopo le lacrime che queste ragazze hanno versato per tutta la notte – aveva scritto Scarzella – questa mattina, invece di trovare il sostegno della stampa italiana per un’impresa sfiorata, hanno dovuto subire anche questa umiliazione”. E l’umiliazione doveva essere lavata con un colpevole da lanciare alla folla assetata di sangue. Di sicuro quel licenziamento “con effetto immediato” avrà ridato dignità a tutto il genere femminile.

Che la faccenda del politicamente corretto sia del tutto fuori controllo, e abbia prodotto l’ esatto opposto di ciò che voleva prevenire, e cioè livore, aggressività, pretesto per giudicare sommariamente il «nemico» e inchiodarlo a una parola diventata oscuramente impronunciabile, lo dice la furibonda polemica sulle tre azzurre del tiro con l’ arco, bravissime, ma che non sono riuscite a guadagnare il podio alle Olimpiadi di Rio, cedendo alle russe, e le cui gesta il Resto del Carlino, nelle sue pagine sportive, ha raccontato con il titolo «il trio delle cicciottelle sfiora il miracolo olimpico».

Ora, poiché viviamo al tempo della pussy generation, come dice Clint Eastwood che ha coniato l’ espressione in una sua recente intervista a Esquire (scandalizzando tutti perché, sai che scoperta, il vecchio Clint mostrava interesse per Donald Trump, ma dai, e noi che pensavamo fosse kennediano tendenza Veltroni…) cioè «la generazione delle femminucce» – e non staremo a spiegare o a difendere l’ uso dell’ espressione, attendendo pazientemente i soliti geni, che ci diranno che offende le donne anzi «il corpo delle donne» – allora ne consegue che «cicciottelle», riferito alle tiratrici olimpiche, è «una vergogna», e che i giornalisti che hanno così titolato sono responsabili della «morte di una professione», e che «sono da pestare» perché «fanno schifo».

Questi commenti, così civili, indice di elevato pensiero e nobili sentimenti, sono alcuni nella nauseante marea di analoghi insulti, partoriti dagli indignati del politicamente corretto, presi a casaccio dalla rete, che ieri ne traboccava. E tutto perché l’ anonimo giornalista – di cui ora la rete pretende il nome, ché si deve pubblicamente umiliarlo, e pretenderne scuse solenni, e casomai ottenerne anche la radiazione dall’ ordine professionale, provvedimento che gli indignati del web sollecitano ogni ora per gli episodi più vari e contraddittori – ha detto che tre atlete sono «cicciottelle». Occorre rammentare alla scatenata pussy generation, quella per la quale, come dice Clint, «questo non si può fare, quello non si può dire, quell’ altro nemmeno» (tutti divieti stabiliti da loro, beninteso) che quattro anni fa la rete non si scatenò affatto, per i «Robin Hood con la pancetta», come vennero chiamati dai giornali i tre arcieri italiani, non propriamente smilzi, che vinsero l’ oro alle Olimpiadi di Londra. Allora, il fatto che i nostri tiratori fossero «cicciottelli», com’ è del resto abbastanza normale in una disciplina dove non è richiesto il peso forma, semmai occhi di lince e grande capacità di concentrazione, non destò scandalo alcuno.

Soprattutto non destò scandalo per gli arcieri, così come nulla hanno commentato, stavolta, le tiratrici italiane. Allora, nessun giornalista fece schifo, né venne indicato per essere pestato, né sotterrò la professione, né venne minacciato di radiazione, né se ne pretese con voce stentorea il nome come fosse un nazista imboscato da decenni.

Come mai? Ma perché erano tre uomini. La pussy generation ha questa idea che esistano delle categorie di «diversi», più sensibili, più vulnerabili, che vanno curati come piantine stentate, anche malgrado i propositi e le volontà delle stesse presunte «vittime».
> Sappiamo quali siano tali categorie: gli omosessuali, i neri, i «migranti», le donne, in parte anche gli islamici. Di questi non si può che dire e scrivere ogni bene. Qualunque epiteto dal significato meno che esaltante, sia anche l’ infantile «cicciottello» (ma seriamente: chi può dirsi offeso, essendo adulto, perché viene definito così?) mette subito colui che lo usa nei pasticci. E nel dire nei «pasticci» siamo politicamente corretti, perché ciò che in realtà accade è che viene coperto da una valanga di merda, escreta da loro, i buoni, i giusti, i politicamente corretti, la parte avanzata della società, insomma, la pussy generation, che si gonfia di boria grazie all’ esibizionistica amplificazione e risonanza dei social. Fortunatamente, c’ è ancora chi non ha perso il senno, e per criticare un titolo, criticabilissimo, ci mancherebbe, ricorre all’ ironia, sottolineando che ci vuol coraggio a definire «cicciotelle» tre donne che sanno scoccare frecce con tanta precisione.

Ma la media delle reazioni è l’ insulto, la messa alla berlina, la gogna virale, tutte procedure che il politicamente corretto usa immancabilmente. E dunque ci chiediamo: come mai un esercizio critico così barbarico, che usa sempre questi metodi di aggressione, il vile tutti contro uno, viene tollerato?

Perché accettiamo che il controllo sul linguaggio, nella discussione pubblica, venga affidato all’ isteria del «popolo della rete» in quotidiana caccia di un capro espiatorio? Il quale popolo, altro che ricorrere a un «cicciottello», quando parte all’ attacco, pretende la testa del nemico.

Giordano Tedoldi

Da Libero, Fabrizio Biasin. “Ode smisurata a Franco Bragagna, il re del “racconto” (pure a Rio)

(v.zagn.) Il pezzo di Fabrizio Biasin sull’idolo Franco Bragagna. A sorpresa perchè lui stesso mi raccontava: “Impossibile che Libero parli bene della Rai…”. Invece, è accaduto ed è strameritato.

http://www.liberoquotidiano.it/news/rullo/11941965/ode-smisurata-a-franco-bragagna–il-re-del–racconto—pure-a-rio-.html

di Fabrizio Biasin

Questo è un pezzo con davvero poco costrutto, nessun dato certificato, zero ricerca. Questo è un pezzo da vergognarsi, perché scritto senza lucidità e in maniera del tutto soggettiva. Questa è un’ode sperticata rivolta a Franco Bragagna, telecronista Rai.

Franco Bragagna sa tutto. Tutto. Forse si serve di suggeritori esperti, forse può disporre di succulenti «Bignami» dai quali attinge, ma quando parla sembra la Treccani. Lo abbiamo notato nella notte tra venerdì e sabato, durante l’inaugurazione dei Giochi, ma lo sapevamo già: Franco Bragagna è un fenomeno del racconto sportivo in presa diretta.

I «Bignami», per dire, se anche esistono non gli servono a una mazza quando si tratta di discutere di atletica. Se tu, «tizio», hai partecipato anche solo a un’edizione dei Giochi della Gioventù, Franco Bragagna lo sa e te lo racconta: «Quella volta a 12 anni andasti maluccio nel triplo. Se non erro fu colpa del “jump”». E tu: «Scusi Bragagna, io non me lo ricordo». E lui: «Fidati, ma ora vattene che devo recitare a memoria la composizione della staffetta 4×100 del Laos».

Franco Bragagna è la Bibbia dell’atletica, ma soprattutto è maestro del racconto. Quando parla non usa enfasi «a caso», se si gasa c’è un motivo, un perché. Altrimenti, semplicemente, ti dice quello che vede. Franco Bragagna, a volte, rischia la figura da «saputello», ci tiene a far vedere che ne sa più di chi gli sta attorno e il dato di fatto è che sì, 99 volte su 100 ne sa più di chi gli sta attorno.

Franco Bragagna non lo dice perché non è pirla, ma se Mamma Rai glielo chiedesse, lavorerebbe anche gratis. Lo farebbe per l’azienda e per l’amore bestiale che prova nei confronti di pentatleti, centometristi, astisti, lanciatori del peso e per Attilio Monetti, storica ex seconda voce. Capisci dal tono di voce che per lui «il racconto dell’atletica» è una missione, lo intuisci da quello che dice e da come lo dice. Franco Bragagna ti fa venire voglia di sport perché trasmette la sua, di voglia. A volte eccede, non si trattiene, dice la sua su faccende scomode, fa capire che su Schwazer ha la sua bella opinione e se ne frega se qualcuno gli fa notare «non si fa».

Franco Bragagna, come tutti, non è perfetto, ma l’altra sera ha raccontato la storia del portabandiera di San Kitts e Nevis come fosse figlio suo e, scusatemi, io mi sono emozionato.

 

Liberoquotidiano.it. Tania per sempre: Cagnotto è lacrime e magia, va diritta nella storia dello sport italiano, al femminile

Per il sito di Libero, con un ringraziamento a Claudio Brigliadori, redazione internet del quotidiano milanese

Tania Cagnotto si commuove per il primo oro extraeuropeo
Tania Cagnotto si commuove per il primo oro extraeuropeo

http://www.liberoquotidiano.it/news/sport/11815221/Tania-Cagnotto-oro-mondiale–tra.html

È l’impresa dell’anno, per lo sport italiano. Se la Juve si è arresa al Barcellona, dopo però avere eliminato il Real Madrid, Tania Cagnotto si ricopre d’oro, ai mondiali di Kazan. Non le arriverà una vagonata d’oro intesa come soldi, ma di popolarità sì. Aria nuova sul nostro sport, aspettando magari l’acuto dell’Italia agli Europei di basket o di pallavolo.

Il 2015, però, a prescindere, sarà ricordato come l’anno di questa tuffatrice di uno e 63 che ha messo dietro le cinesi. È come se un bianco avesse sconfitto Usain Bolt, come quando Pietro Mennea centrò il record del mondo e vinse l’Olimpiade, a Mosca però gli americani non c’erano. Le asiatiche stavolta sono dietro, di un punto e mezzo. Passano le ore, resta l’emozione, l’adrenalina, per sua maestà Tania. Dea dei tuffi. Divina come Federica Pellegrini. Fra mondiali e olimpiadi era stata al massimo d’argento, il primo posto fa tutto un altro effetto. È come quando una provinciale vince lo scudetto del calcio, come Sassari al triplete nel basket. Come quando, un giorno, il volley italiano vincerà l’olimpiade. Forse.

Tania è i tuffi. E papà Giorgio ct è lì con lei, a bordo vasca. Mamma Carmen è a casa, Francesca Dallapè è un po’ spostata, sfugge alle inquadrature. Il momento catartico è quando Tania si approccia al podio, piange e fa reinnamorare l’Italia. Impossibile trattenere le emozioni. Si piange, si sorride e si piange, vivaddio. Lo sport è bello perché permette di commuoversi per uno scricciolo perfetto. Tania entra nell’empireo dello sport italiano al femminile, sulle orme di Sara Simeoni e Valentina Vezzali, di Giovanna Trillini e Francesca Schiavone. Va in ballottaggio con la Pellegrini per il ruolo di portabandiera a Rio 2016.

I tuffi sublimano la grazia femminile, come la ginnastica e il pattinaggio artistico. Tania si alza in volo, volteggia, piroetta, carpeggia, da quel trampolino di un metro. Anzi, non c’è tutto lo spazio per questo, neanche guardiamo la gara temendo che l’ansia la sopraffaccia. Tania è il volto bello e pulito dell’Italia sportiva. Viva la retorica, viva tutto. Il cielo è azzurro sopra Kazan. La Russia qui si fa Asia e miss Cagnotto esce dal teleschermo e sul podio diventa fidanzata degli sportivi italiani. Capolavoro, batticuore. Giochino di parole scontato, ma è proprio un tuffo al cuore. Tania, Tania, Tania. Decine di volte Tania, ma stavolta è Tania per sempre. Manca giusto l’Olimpiade, Rio de Janeiro, la medaglia a cinque cerchi. E sabato, intanto…

di Vanni Zagnoli

tv.liberoquotidiano. L’addio di Simone Zaza al Sassuolo: “Avrei potuto fare meglio, non è detto che vada alla Juve”

Mi era sfuggito che Libero, grazie a Claudio Brigliadori, fra i responsabili del sito, mi avesse pubblicato l’ultima intervista di Zaza con la maglia del Sassuolo.

In attesa del campionato, la ripongo all’attenzione dei nostri lettori. La ripresa è di Silvia Gilioli

 

 

 

Simone+Zaza+Italy+Training+Session+Press+Conference+iwn_miSteEex

Le interviste di Zaza di ieri sera, nella 3^ ci sono proprio 4 domande mie. “Non ho mai segnato una tripletta, ci tenevo. Il futuro non dipende da me”.

http://tv.liberoquotidiano.it/video/11796178/Simone-Zaza—Quest-anno.html

 

 

Libero Quotidiano. Attenti a come chiamate vostro figlio: dal nome dipenderà la sua carriera

(v.zagn.) Non abbiamo figli, quindi non sappiamo, però è un bel tema. Vanni, mi chiamo, all’anagrafe, proprio. Giovanni Zagnoli, mi chiamava Xavier Jacobelli. A tavola, Schianchi, idem, Giovanni. Vanni è divertente, ma unico.

Silvia. Non so cosa significhi, però ha valori umani enormi.

http://www.liberoquotidiano.it/

Nonostante l’esempio e i precedenti, anche molto curiosi, sdoganati dai vip, la scelta del nome da dare a un figlio è un momento piuttosto delicato. Ci sono genitori che arrivano a discutere animatamente, altri che aspettano diversi giorni dopo la nascita, altri ancora che optano per più nomi per non scontentare nessuno. Anche perché, in questo campo, scelte improvvide possono costare care: dalle rime moleste a scuola, fino alle allusioni e alle prese in giro, i nomi scomodi sono dietro l’angolo. Ora però, a moltiplicare le preoccupazioni dei futuri genitori arriva un nuovo studio, secondo cui il nomi assegnato alla nascita può avere un’influenza profonda sulla nostra vita: dalla scelta della professione, alla città, fino allo stile di vita e ai collaboratori.

L’importanza delle lettere – Secondo alcuni studi elaborati per l’ultima edizione di PBS Digital Studios’ BrainCraft series , l’atto di scrivere e ascoltare i nostri nomi più e più volte per tutta la vita può portare a un ‘egoismo implicito’, una sorta di culto di sé e compiacimento narcisistico della propria persona, indirizzato alle lettere e ai suoni coinvolti nel nostro nome. Insomma, “più siamo esposti a qualcosa, come ad esempio queste lettere, più questo ci piace”, spiega Vanessa Hill in un video pubblicato online sul ’Daily Mail’. Risultato? Finiamo per essere attratti da luoghi, carriere e persone che hanno un legame con le lettere usate nel nostro nome. A volte senza accorgercene. Lo studio chiama questo fenomeno “effetto lettere del nome”. Secondo gli autori, questo spiega anche perché lavorare con un gruppo di persone che condividono le nostre iniziali aumenterebbe la qualità del gruppo di lavoro.

Nomi dei figli – Non solo, l’effetto lettere del nome influenza anche la scelta di come chiamare la propria società, la barca o nostro figlio. O la scelta della città in cui vivere. Ad esempio a St. Louis c’è un numero insolitamente elevato di Louis, a Philadelphia di Philips e così via. A dimostrare il fascino delle lettere del proprio nome è anche il caso di celebrity come Will e Jada Pinkett Smith: i due attori hanno combinato i propri nomi per dar vita a quelli dei figli Jaden, Willow e Willard. Ma l’effetto nome può avere altre influenze insospettate, come indicherebbe una ricerca del University of New York a Buffalo: usando dati raccolti tra Usa e Canada gli autori hanno individuato correlazioni interessanti fra i nomi delle persone e le città in cui vivono, le loro carriere e molti altri aspetti della propria vita.

Ricordi di sé – Insomma, si finisce per scegliere ciò che, in qualche modo, si percepisce come legato a sé. In parole più semplici, le persone in genere si piacciono e apprezzano ciò che in qualche modo ricorda loro se stessi. E questo vale per il nome, ma anche per il cognome. Così non è un caso trovare professionisti il cui cognome rievoca il mestiere scelto, e questo in tutte le lingue. Insomma, c’è di che pensare quando ci si trova di fronte alla scelta del nome da dare ad un inconsapevole bebè.