Archivi tag: olimpiadi

Giornale di Sicilia, RadioRai 1. Riccardo Cucchi al timone delle Olimpiadi via etere: “Rio ha mille contraddizioni, cemento e natura sono in perenne conflitto”. “Barchiesi consolava Irma Testa come un papà”

La versione integrale dell’intervista a Riccardo Cucchi, caporedattore di RadioRai, uscita ieri su Il Giornale di Sicilia

Vanni Zagnoli

La magia delle voci, l’Olimpiade alla radio. RadioRai, 1, ha trasmesso Rio 2016 con i racconti appassionati della squadra di Tutto il calcio minuto per minuto e delle trasmissioni domenicali di volley e basket, con il coordinamento di Riccardo Cucchi, il re dei radiocronisti.

Riccardo, che Brasile ha visto, dagli studi?

“Noi siamo rimasti fermi a Rio de Janeiro – risponde il giornalista romano, 64 anni – e la città cerca di mascherare il suo volto contraddittorio, è molto moderna e spettacolare ma alle spalle ha un’altra faccia, di favelas e povertà, di indigenza vera e propria non mostrata. Nella sua storia, Rio non ha tutelato l’enorme patrimonio ambientale, favorendo la forte speculazione edilizia, con la costruzione di interi quartieri, abitati e non, che deturpano un ambiente con caratteristiche naturalistiche uniche”.

Qualche curiosità, sfuggita alle telecamere?

“Nella zona di Barra de Tijuca, dov’è situato il villaggio olimpico, è capitato di incontrare alligatori. Mercoledì, un boa ha attraversato il percorso del golf femminile. E’ un Brasile con 100mila specie diverse di alberi, eppure ha devastato la foresta amazzonica e la straordinaria baia, proponendo uno sviluppo urbanistico disarmonico”.

E il fenomeno dell’acqua verde in piscina?

“Il mare ha colori improponibili. Le spiagge di Copacabana e di Ipanema, celebrate attraverso la cinematografia e i libri, entrate nell’immaginario collettivo, nascondono un altro tipo di realtà. Il bacino per le regate veliche è uno dei tratti più inquinati al mondo, ora però si affaccia qualche progetto per tornare un po’ indietro. Fra i temi della cerimonia di inaugurazione, uno centrale era proprio questo tentativo di invertire la marcia sul piano ambientale, con una nuova sensibilità, a imporre dal 2020 la deforestazione zero. Si avverte un senso di colpa crescente della cultura brasiliana, per quanto è stato fatto”.

Ha senso abbinare mondiali di calcio e olimpiadi, nello stesso Paese? Era già successo a Messico ’68, con l’olimpiade, e il mondiale 70, in Germania ’72 e ’74 e negli Usa, ’94 e Atlanta ’96. Sempre grandi paesi e molto popolati, due anche molto ricchi, quando tante nazioni mai hanno ottenuto grandi eventi.

“Quando il Brasile si aggiudicò la doppia manifestazione viveva un momento di grande splendore economico, con la presidenza Lula, adesso è di nuovo di fronte a una grande crisi. Lo stato di Rio è tecnicamente fallito, l’olimpiade è portata a termine fra grandi difficoltà di fondi e probabilmente sul Paese non avrà le ricadute positive attese”.

Ma non c’erano alternative?

“Sono sempre meno le nazioni che si fanno avanti, anche per gli Europei, al punto che spesso se ne abbinano due o addirittura Euro 2020 sarà itinerante, con molte città del continente. Prevale la paura che questi eventi, molto complessi da organizzare, si trasformino in un danno per l’economia. Come italiani abbiamo la possibilità che Roma 2024 diventi città olimpica, sappiamo quante contraddizioni abbia la candidatura e il numero di forze contrarie. Non è più come una volta, era un onore ospitare la manifestazione, adesso è anche un enorme onore”.

E’ stata anche l’olimpiade di medagliati siciliani, in particolare nella scherma.

“In passato c’erano le scuole di Jesi, Livorno e Venezia, adesso tanti arrivano dall’isola. Giorgio Avola è di Modica, Marco Fichera e Paolo Pizzo di Catania, i fratelli Garozzo di Acireale. C’è una nuova scuola, in uno sport straordinariamente importante per la storia olimpica dell’Italia, il più medagliato: attinge a una formazione tecnica che parte dalla Sicilia, un’innovazione che giova alla scherma e ha portato anche all’argento della catanese Rossella Fiamingo nella spada”.

Però sono arrivati solo un oro e tre argenti…

“Peccato non sia andata come si sperava, ma la scherma è po’ come la Juventus. Se arriva seconda, perde. Se non stravince, sostanzialmente perde. Le 4 medaglie colte non sono tutte quelle attese”.

Altri siculi, comunque, si sono fatti onore nelle nazionali.

“Il ct Campagna, siracusano, bronzo nella pallanuoto. L’argento sempre in vasca della catanese Rosaria Aiello, del Waterpolo Messina, assieme a Radicchi, Garibotti e Gorlero, mentre Di Mario gioca a Catania. Il palleggiatore messinese Daniele Sottile, nello splendido argento del volley”.

Quale podio ha emozionato di più la redazione?

“Non si può fare una graduatoria di medaglie, ognuna va celebrata perchè rappresenta il raggiungimento di un obiettivo dopo anni di sacrifici. Ho apprezzato particolarmente il bronzo di Tania Cagnotto, alla fine di una straordinaria carriera, con quel tuffo conclusivo, il più bello di sempre. Non era facile ripetere il podio del sincronizzato, tantomeno a 31 anni. E poi l’oro di Elia Viviani nell’omnium, in una specialità molto spettacolare, che ha consentito agli italiani di riscoprire la bellezza del ciclismo su pista”.

Fra i 10 quarti posti quale vi ha colpito di più?

“Tanti sono bronzi sfumati per pochi centesimi o distanze minime. Il più doloroso è il bis di Vanessa Ferrari: 4 anni fa la ginnasta venne penalizzata dalla giuria, finì in lacrime, per un piazzamento non coerente con la sua qualità. Stavolta il pianto è arrivato per un esercizio non all’altezza delle reali possibilità”.

Com’era la squadra di RadioRai?

“Io coordino, sto molto meno al microfono rispetto al passato, faccio da collettore con la regia. Il conduttore è Filippo Corsini e si alterna con Emanuele Dotto, nella schiera degli anziani della radio: entrambi siamo all’8^ olimpiade e Dotto va anche sui campi, a partire dalla canoa. Gli altri narratori sono Giovanni Scaramuzzino, Giuseppe Bisantis, Massimo Barchiesi, Carlo Verna, Maurizio Ruggeri ed Enzo Delvecchio. Inoltre Daniele Fortuna, alla 2^ olimpiade, con me a raccontare la cerimonia di chiusura. E poi una donna, Manuela Collazzo, debuttante, nel volley e nel beach, senza avvertire minimamente l’emozione”.

Dunque 11, più il commentatore tecnico Daniele Masala.

“Pentathleta, campione olimpico a Los Angeles ’84 e campione del mondo, con noi dall’olimpiade di Barcellona ’92 e anche docente di scienze motorie, perciò preparato su molte discipline. Le nostre dirette duravano dalle 10 alle 15 ore al giorno, con grande sacrificio e la voglia di trasmettere notizie ma soprattutto emozioni”.

Quale è stata più forte, magari tra i podi mancati?

“L’intervista di Barchiesi alla pugilessa Irma Testa, neanche maggiorenne sperava di raggiungere il bronzo, al debutto. L’ha avvicinata dopo l’uscita nei quarti, si è reso conto che non era in grado di rispondere e allora dal microfono è uscito un tentativo di consolazione. Fra le lacrime lei replicava all’incoraggiamento del nostro inviato, che quasi da papà la rincuorava: “Hai soltanto 18 anni e chissà quante olimpiadi davanti a te, credi in te stessa”. E Irma: “Ma chissà cosa avverrà da qui a Tokyo 2020”. E’ un momento di grande umanità, condiviso con gli ascoltatori”.

Quanti milioni sono stati, in queste 16 giornate?

“Non abbiamo l’auditel quotidiana, a differenza dei buoni riscontri della Rai tv. Il termometro sono i social e lì notiamo grande interesse. L’olimpiade appassiona anche i vacanzieri e lì magari la radio è più facile da attivare, in spiaggia come in macchina. Il fuso orario neanche ha aiutato gli ascolti, perchè gran parte degli eventi si sono svolti nella tarda serata o di notte. La finale del beach volley è stata alle 5”.

Ci sono siciliani, nella vostra squadra?

“No, neppure fra i tecnici, forza indispensabile per andare in onda. Abbiamo fra l’altro utilizzato tecnologie digitali, segnali puliti. In futuro ci auguriamo di avere una voce anche dalla Sicilia, come già a Tutto il calcio”.

Il Gazzettino, Pordenone. Rai, Franco Bragagna legato alla città del Noncello: “Mia moglie Gabriella e il nostro primogenito Davide sono nati lì”. Racconta i fondisti e la saltatrici in alto e l’oro di Molmenti nella canoa fluviale: “Festeggiato al quartiere Torre”.

Alessia Trost, a sinistra, e Desirèe Rossit
Alessia Trost, a sinistra, e Desirèe Rossit. Le friulane finaliste olimpiche nel salto in alto

L’integralità, la stesura originale dell’intervista a Bragagna uscita sulla pagina di Pordenone de Il Gazzettino.

Vanni Zagnoli

“Ode smisurata a Franco Bragagna. Il re del “racconto”, pure a Rio”. Così titolava a inizio olimpiade il quotidiano Libero, a firma di Fabrizio Biasin. Ma quella voce di Raisport ha un legame con Pordenone e lo rivela proprio alla fine delle settimane più impegnative delle stagione.

Bragagna, cosa la accomuna alla nostra città?

“Mia moglie Gabriella Titton, 52 anni, è di lì. E’ impiegata all’ospedale di Bolzano, responsabile amministrativa dei ricoveri internazionali. Abbiamo 4 figli. Davide, 29 anni, lavora in Polonia, a Varsavia, come amministrazione e marketing di una multinazionale americana, la Medtronic, elettromedicale, ma tornerebbe se potesse fare il giornalista. Andrea, 22 anni, si laurea in economia, fa un master negli Usa ed è semiprofessionista nel calcio, grazie al fratello dell’ex Chievo Michael Bradley: la famiglia del centrocampista è proprietaria di 17 squadre, in tre leghe. Carlotta, 19 anni, ha il diploma di liceo classico-linguistico e ora si muoverà tra Germania e Inghilterra. Infine Camilla, 11 anni”.

Come ha conosciuto la moglie?

“In un villaggio turistico costiero, a Jesolo, nell’84. Suo padre Mario, oggi 76enne, aveva lì un negozio di genere alimentari con soci, io per 4 mesi feci l’animatore turistico, appena terminata la naja. Dovevo andare in Sardegna, con la Tirrenia, per fare colloqui da giornalista, ma era il tempo in cui i traghetti facevano continuamente sciopero e allora rimasi in Veneto. Avevo fatto l’Isef, a 25 anni potevo insegnare educazione fisica, ma intanto nel villaggio avevo la possibilità di valorizzare il mio tedesco”.

La famiglia Titton è ancora a Pordenone?

“Sì, anche mamma Franca, 73 anni, e il fratello di Gabriella, Mauro, 49enne, factotum in un’azienda di articoli sanitari. Così ogni Natale e Pasqua torniamo in città, in genere 5-6 volte l’anno, dai parenti, nel quartiere Torre. Fra l’altro Davide è nato a Pordenone, all’epoca non eravamo sposati e abitammo anche lì. Dipendeva dai miei spostamenti di lavoro”.

Bragagna, in carriera ha raccontato molti friulani, compreso l’oro olimpico di Daniele Molmenti…

“Già, ne ho commentato le due gare di Londra, altrettante a Pechino e poi un altro paio. E andai a casa sua, per la Rai, per la festa della vittoria, sempre a Torre”.

A Rio, Gianni De Gennaro è finito 7°. Molmenti non meritava di difendere il titolo?

“Nella canoa abbiamo un posto per nazione, nell’ultimo periodo è andato regolarmente meglio di Daniele, era inevitabile la scelta del ct Mauro Baron, pordenonese e suo scopritore”.

E anche alle Olimpiadi invernali ha accompagnato tanti ori friulani…

“Gabriella Paruzzi, di Tarvisio, vinse a Salt Lake City nel 2002, due anni più tardi si ripetè in coppa del mondo, con finale a Pragelato, dove poi si disputò l’olimpiade. E poi le medaglie dei Di Centa, della Carnia: Giorgio è stato oro a Torino nella 50 km, con la premiazione all’interno della cerimonia di chiusura. Raccolsi l’eredità di Giacomo Santini, al microfono del fondo, quando Manuela era in fase calante”.

All’alba di domenica non è arrivata la medaglia sognata, da Alessia Trost e pure da Desireè Rossit.

“E’ stata una gara particolare, condizionata dall’avvio assurdo, a misura altissima, di 1,88, e poi la pedana era bagnata e in teoria doveva favorire Alessia, meno veloce di Desirèe. La spagnola Beitia si è imposta con 1,97, la peggior misura per l’oro dal 1980, dunque il podio era a portata”.

Che immagine ci dà, delle due saltatrici, fuori dalla pedana?

“Alessia mi piace molto come persona, Desirèe è un anno più giovane ma assai meno esperta e ancora non ha la stabilità emotiva, può fare tutto o niente. Si esalta e magari deprime come la ragazzine di adesso, Alessia è molto matura. La famiglia è di Cordenons, ha abitato a Torre, Rossit è di Udine”.

Da appassionato di atletica, le ha studiate anche fuori gara?

“Ho visto crescere Alessia, perchè mio figlio Andrea era spesso al campo sportivo con lei. E’ suo coetaneo e  primeggiava sui 100 ostacoli, per cui ne conosco benissimo i genitori, Rudi e Susanna. La prima volta che vidi in gara Desirèe mi colpì perchè è magra e alta, vinse un titolo cadette, ero certo che sarebbe arrivata lontana. Fra alti e bassi, emotivi e di salute atletica, è esplosa e ha ulteriori margini di miglioramento”.

Sono amiche, fra loro?

“Ni. Sono compagne di allenamento, ma a Rieti Alessia ha dichiarato che non andranno mai a cena assieme. Nella finale, peraltro, ho visto begli sguardi di complicità. Hanno lo stesso tecnico, Gianfranco Chessa, che si sta rimettendo da problemi di salute, scherzando Trost accetterebbe la cena con Desirèe a patto di costringere l’allenatore a mangiare il sushi, di cui entrambe sono appassionate, al contrario dell’allenatore”.

Ma Alessia vale Sara Simeoni, considerati i 23 anni?

“Ha potenzialità fisiche superiori, però minore flessibilità tecnica”.

E’ stato allo stadio Bottecchia?

“Sì, perchè è adiacente al campo di atletica Mario Agosti. Il velodromo aveva ospitato alcune mini tre giorni, su pista. Mi sono appassionato al Pordenone l’anno scorso, con quella rimonta nel girone di ritorno. L’avevo seguito due stagioni fa nella trasferta a Bolzano, con l’Alto Adige, e a Mantova”.

Qual è il suo posto del cuore, a Pordenone?

“La gelateria Scian, di Cordenons, parte di una piccola catena”.

Ha la qualifica di inviato radiotelecronista. Da dove si muove?

“Dalla sede Rai di Bolzano, ma in realtà faccio capo a Roma, a Raisport. Sono sempre rimasto fra Bolzano e Trento, senza dimenticare l’esperienza a TelePadova; era l’85-86 e seguivo l’hockey su ghiaccio di Asiago. All’epoca Gildo Fattori, cui è dedicata la tribuna dello stadio Euganeo, si occupava di calcio e io degli altri sport. Per due stagioni fu una bella esperienza”.

Da Barcellona ’92, commentata per Radio Rai, ha saltato una sola grande manifestazione, di atletica: Daegu 2011, in Corea.

“E alle olimpiadi racconto anche il kajak. E poi le cerimonie, anche di chiusura, dal ’96, escluse le due di Londra. Inoltre gli sport invernali: fondo, combinata nordica, ma anche sci”.

Quante lingue parla?

“L’italiano male… Il tedesco, l’inglese, mi arrabbatto con lo spagnolo, in questi giorni anche con il portoghese. Nei primi giorni eravamo a Barra, adesso l’appartamento è a Copacabana”.

Qual emozione più grande ha provato, in diretta?

“Stefano Baldini vincitore della maratona olimpica ad Atene 2004, ma pure il mondiale di Fabrizio Mori nei 400 ostacoli, nel ’99 a Siviglia. La tristezza maggiore, invece, è stata la positività di Schwazer, 4 anni fa”.

Come si diventa Bragagna?

“Ero malato di sport, fin da bambino, ciascuno vorrebbe fare quel che sogna, io avrei davvero voluto fare il Bragagna. Commento proprio i miei sport preferiti, anche invernali, nonostante non li abbia scelti”.

Che miti ha?

“Mi piaceva Sandro Vidrih, di Capodistria, pure commentatore dell’atletica”.

Ha 57 anni. Era all’ultima olimpiade?

“Possibile, per il discorso anagrafico e pensionistico, ma pure per i diritti. Tokyo 2020 è stata aggiudicata da Discovery Channel”.

A cura di Valmore Fornaroli

Il Gazzettino, Padova. Le Olimpiadi di Bragagna, dal ’92 a oggi. “Fra i commentatori c’è Silvio Martinello nel ciclismo, di Tencarola di Selvazzano”

Una parte non pubblicata, sulla pagina padovana de Il Gazzettino

(v.zagn.) Bragagna, perché a Rio non si è portato il padovano Dino Ponchio, come commentatore?

“La Rai ha un limite di budget. Ci sono già Giorgio Rondelli, firma del Corriere della Sera, e l’ex azzurro Stefano Tilli, sarebbe eventualmente dovuto essere ospitato dalla federazione. E’ stato in postazione agli Europei di Amsterdam, ai mondiali di Mosca, tre anni fa, e pure di Pechino”.

Nella squadra Rai ci sono altri padovani?

Silvio Martinello, di Tencarola di Selvazzano. Racconta il ciclismo, anche su pista e la bmx, assieme a Francesco Pancani”.

Lei da Barcellona ’92, commentata per Radio Rai, ha saltato una sola grande manifestazione, di atletica, Daegu 2011, in Corea.

“Sì. E alle olimpiadi racconto anche il kajak. E poi le cerimonie, anche di chiusura, dal ’96, escluse le due di Londra. E poi gli sport invernali: fondo, combinata nordica, ma anche sci”.

Quante lingue parla?

“L’italiano male… Il tedesco, l’inglese, mi arrabbatto con lo spagnolo, in questi giorni anche con il portoghese. Nei primi giorni eravamo a Barra, adesso l’appartamento è a Copacabana”.

L’emozione più grande raccontata?

Stefano Baldini vincitore della maratona olimpica ad Atene 2004, ma pure il mondiale di Fabrizio Mori nei 400 ostacoli, nel ’99 a Siviglia. La tristezza maggiore, invece, è stata la positività di Schwazer, 4 anni fa”.

Come si diventa Bragagna?

“Ero malato di sport, fin da bambino, ciascuno vorrebbe fare quel che sogna, io avrei davvero voluto fare il Bragagna. Commento proprio i miei sport preferiti, anche invernali, nonostante non li abbia scelti. Miti? Mi piaceva Sandro Vidrih, di Capodistria, pure commentatore dell’atletica”.

Ha 57 anni. E’ all’ultima olimpiade?

“Possibile, per il discorso anagrafico, ma pure di diritti. Le prossime sono di Discovery Channel”.

Il Giornale, lotta libera. Chamizo era da oro, favorito nella categoria 65 chili. “A Cuba mi avevano squalificato due anni perchè ero oltre il limite di peso per un etto”. Finirà terzo

Vanni Zagnoli

Serve giusto un oro esotico, per chiudere un’olimpiade azzurra da 7,5. Perchè Frank Chamizo è cubano, italiano solo di matrimonio, quasi combinato, per fargli avere la cittadinanza e lottare liberamente. Nella categoria sino a 65 chili è il favorito, in virtù del mondiale vinto l’anno scorso a Las Vegas e dell’Europeo di marzo, a Riga. Per questo la Snai lo paga a 2,50, davanti all’uzbeko Navruzov,

offerto a 4,50; terzo è stimato l’iraniano Mohammadi (6,50).

Il titolo di Frank Chamizo Marquez sarebbe paragonabile al primo posto di Carlo Molfetta, 4 anni fa, nel taekwondo, ma le attese sono infinitamente superiori.

Questo ragazzone di colore cresce povero, con la nonna, perchè la mamma vive in Spagna e torna ogni 5 mesi, mentre il padre si risposa negli Usa e il fratello se ne va in Germania.

“Ho vissuto momenti forti – raccontava -, partendo dalla squalifica da novado dell’anno, ovvero il più promettente di Cuba. A 18 anni, nel 2010, sono bronzo mondiale a Mosca. Perdo 10 chili, per rientrare nella categoria dei 55, senonchè una volta peso un etto in più e questo basta per sbattermi fuori dalla nazionale”.

 

Vendetta per una medaglia mancata. “Nel 2011, ai Giochi Panamericani. Diventa una questione politica e allora neanche ricontrollano il peso. Mi trovo senza stipendio, a vendere di tutto per la strada, cercando i soldi per mangiare”.

Anche troppo, per la verità, al punto che Frank mette su la pancia e non lotta più. Finchè l’amore per Dalma Caneva lo riporta sulla materassina. “Ci conosciamo al centro di olimpico di Ostia, dove si prepara la nazionale. La sposo giovanissima: 18 anni lei, 20 io. Siamo troppo di corsa e impegnati e così matura la separazione, ancorchè in ottimi rapporti”.

Chamizo gareggia per l’esercito, ama il cinema e balla la salsa, oggi cercherà di far prendere la balla agli avversari, con le sue prese forti. Per imitare il podio di Juantorena, finalista nel volley, e del francese Bodegas, nella pallanuoto. Senza dimenticare i due argenti nel salto in lungo di Fiona May, nata in Inghilterra da giamaicani. Gente di colore, che dà colore alle medaglie.

 

 

Olimpiadi, gli inviati. I tre del Messaggero e de Il Giornale, il due più due di Avvenire. I freelance e le sinergie

di Biagio Bianculli

Fra gli inviati alle Olimpiadi di Rio edizione 2016 scegliamo i giornalisti dei quotidiani che pubblicano pezzi di Vanni Zagnoli, riproposti sul sito dopo gli inserimenti degli articoli sul cartaceo e magari online.

Partiamo da Carlo Santi (nella foto, a sinistra, con Zagnoli), icona degli sport vari a Il Messaggero, si occupa di basket da oltre trent’anni. Lo accompagnavano Emiliano Bernardini, classe 1982, il più giovane della redazione sportiva: ha lavorato per il Fatto Quotidiano, per Radio Capital e l’agenzia Area. Il trio del quotidiano romano era chiuso da Gianluca Cordella,  vicecaposervizio, al desk.

Prima di diventare giornalista professionista raccontava le gesta del Foggia dei miracoli e di Zemanlandia nella piccola emittente pugliese Radio Taxi.

Per Avvenire, Alberto Caprotti, fresco del libro Giochi d’amore, in cui ha raccolto 20 anni di emozioni, da Atlanta ’96. Si occupava dei grandi temi, anche sociopolitici, mentre il capo della redazione sportiva, Massimiliano Castellani, era più sport e costume.

A completare lo staff del quotidiano cattolico c’erano Pierfranco Redaelli, fedelissimo a 5 cerchi, e Marco Nicoliello, a Rio come freelance, anche per Il Messaggero.

Alfredo Spalla si è invece trasferito in Brasile per i mondiali del 2014 e scrive di politica e sport per testate italiane e brasiliane, in particolare per Il Messaggero.

Marco Lombardo, docente all’università Cattolica di Milano, Benny Casadei Lucchi e Vittorio Macioce erano gli anfitrioni de Il Giornale contributori anche di Rivista Undici, il magazine diretto da Giuseppe Debellis (vicedirettore de Il Giornale), in cui racconta calcio e cultura.

Piero Guerrini si occupa di basket e sport per Tuttosport, era l’unico inviato a Rio per il quotidiano torinese.

Mauro Casaccia è stata la firma olimpica de Il Secolo XIX, in serie A segue soprattutto il Genoa. Era in sinergia con La Stampa, rappresentata da Paolo Brusorio, capo dello sport, dalla compagna Giulia Zonca e da Roberto Condio, firma del volley e del calcio. In più c’era l’editorialista Gianni Riotta, che vive prevalentemente negli Stati Uniti.

Il nostro giro termina con Francesco De Luca, caporedattore dello sport per Il Mattino di Napoli ma pure grande esperto di olimpismo. Le sue corrispondenze sono state valorizzate anche da Il Messaggero e da Il Gazzettino, a completare la sinergia.

 

 

Tiro a volo, l’argento di Pellielo. Su Avvenire, nel novembre 2014, l’intervista: “Sparo e prego. Perché ci credo”. Il racconto della chiesa in casa, a Vercelli. “Vengono preti a celebrare messa, anche dal convento di Assisi”

Su Avvenire, il 19 novembre 2014 l’intervista molto intima a Giovanni Pellielo.

http://www.avvenire.it/Sport/Pagine/pelliello-sparo-e-prego.aspx

di Vanni Zagnoli

Spara. E il piattello si infrange. Medaglia di bronzo a Sydney 2000, argento ad Atene 2004 e a Pechino 2008: quando Giovanni Pellielo gareggia, non è la scena di uno spaghetti western, non c’è tempo per romanzare, né lui veste da cowboy. Quando Johnny prende la mira sbriciola con regolarità quel bersaglio mobile, neanche fosse il titolo di un film.

Lei si è già qualificato per la sua settima Olimpiade, ma che momento attraversa il vostro sport?
Positivo. Abbiamo 800mila praticanti, di cui 30mila agonisti, con 556 società. Le regioni leader sono Lombardia, Toscana ed Emilia Romagna. E i poligoni più importanti sono a Lonato (Brescia), a Ponso (Padova) e a Montecatini Terme.

Lei debuttò a Barcellona ’92. Le manca solo il titolo olimpico…
Vedremo come andrà a Rio de Janeiro tra due anni. Teoricamente potrei reggere fino a Tokyo 2020: allora avrò 50 anni, non mi pongo limiti. Valuterò assieme al ct Albano Pera.

Il fucile pesa 3 chili e 700 grammi. Per iniziare serve il porto d’armi?
No, pensano a tutto i centri di avviamento allo sport, mettendo a disposizione armi e istruttori. Bastano 50 euro l’anno per tessera e assicurazione. E per ogni serie di 25 piattelli si pagano 5 euro, altrettanto per le cartucce.

Qual è il bello del tiro a volo?
Può essere praticato da chiunque, non ha veramente età e questo è il massimo: in gara esistono anche 80enni agguerriti. Si può sparare in giacca, cravatta e camicia, e la campagna è il posto migliore. Rappresenta un bello stacco rispetto al lavoro, alla routine quotidiana. Sono sufficienti cuffie per attutire il rumore e magari il giubbino per le competizioni.

Esiste il rischio di fare un uso sbagliato delle armi?
Una volta avviato il percorso tecnico, si richiede il porto d’armi per uso sportivo: è una sorta di carta di credito, forma di rispetto verso chi incontri per strada. Occorre essere incensurati, le visite mediche sono accurate, per cui il nostro mondo è popolato solo da persone perbene, tant’è che siamo all’ultimo posto nelle classifiche degli incidenti.

A quando risale il suo primo sparo?
Iniziai tardi, appena maggiorenne. Da bambino ballavo, a 8 anni ero campione d’Italia di categoria e continuai sino a 17.

Pensi che a 19 anni Jessica Rossi aveva già vinto l’oro europeo e mondiale…
Sempre nella fossa olimpica. Già, potrebbe essere mia figlia, visto che ho 43 anni e lei 22. Siamo amici, come con gli altri compagni di squadra. Non ha avuto una grande stagione, è rimasta fuori da tutte le finali, eppure mette sempre grande impegno.

Quanti colpi ha sparato in carriera?
La media è di 50mila l’anno, dunque oltre un milione, considerato che gareggio dal ’90. Forse è anche per questo che amo il silenzio.

In questo sport esiste il doping?
Per me il doping sono le bistecche di mamma Santina. All’Acquacetosa ho fatto gli esami, sono risultato grasso, del resto peso 90 chili, per uno e 76 di altezza. Se facessi uso del Gh, ovvero dell’ormone della crescita, sarei più magro… Nel nostro sport le sostanze proibite non servono.

Dov’è più popolare la vostra disciplina?
Nei paesi arabi, in Kuwait e a Dubai sarei straricco. Il pubblico massimo a una mia gara sono stati i 5mila spettatori di Atene, 10 anni fa.

Quanto ha guadagnato in tutto?
Ho sempre vissuto bene, mi sono comprato la casa. Ho due auto, una Polo e il Suzuki Vitara.

Che differenza rispetto al calcio e alle sue degenerazioni…
Ecco, ritengo che i fucili vadano usati solo in gara. Penso alla morte del tifoso napoletano Ciro Esposito, a Roma. Mostrare le immagini di armi negli stadi per i giovani diventa motivo di imitazione, ha un effetto negativo autogeno. Guardando quanto male si fa, si generano mentalità aggressive, con effetti devastanti.

Lei poi è noto per essere l’azzurro più credente…
Al punto che dopo un pellegrinaggio a Lourdes mi sono fatto costruire una cappella in casa. Bisogna crearsi i propri spazi, perché Gesù venga a visitarli. Viviamo in questo frastuono che consuma tutto così velocemente e allora occorre scavare a fondo per cercare la fede. Dentro di noi.

Ma a casa Pellielo a Vercelli si celebra Messa?
Certo. Vengono preti da ogni luogo, a partire dal custode del sacro convento di Assisi.

Lei viene da una famiglia di grande fede?
Non eccessivamente. O almeno non la esternano, in casa nostra non c’è mai stato bigottismo. Io pure credo, ma con i piedi per terra, non sono fra le persone che recitano 800 rosari. Cerco di avvicinare le opere alle parole, la preghiera dal cuore al fare.

Fa beneficenza, dunque?
Aiuto il prossimo. Tutti faticano, anche chi è vicino ha bisogno di essere consolato. In fondo lo diceva pure padre Pio, quando Cleonice Morcaldi, sua figlia spirituale, gli asciugava la fronte: persino il frate cappuccino diventato poi santo aveva piacere ad essere consolato. C’è una solitudine forsennata, fuori e dentro di noi.

Tanto più che un anno fa lei ha perso papà Ugo…
È cambiato ancora qualcosa. Avevo visto tanti soffrire per un lutto, in realtà io non li capivo veramente, adesso sì. Sono single, mi restano due fratelli: Mario, 50 anni, e Angelo, 56.

Le capita di essere irriso per la sua fede?
Non è un problema mio. Quello è un atteggiamento che si ritorce contro chi lo ostenta.

Che differenza, la sua pacatezza rispetto all’esuberenza di Mario Balotelli e Valentino Rossi…
Onestamente mi sono simpatici. Nella vita hanno sofferto molto, eppure portano questa bella maschera. Devono sembrare quel che non sono, non dev’essere tanto piacevole.

Che messaggio si sente di dare al premier Renzi e ai politici?
Li inviterei a calarsi maggiormente nella realtà quotidiana, a non vivere su un piedistallo lontano. A compiere uno sforzo, magari dimezzandosi lo stipendio. Con quella cifra risparmiata, si potrebbero fare assumere tanti italiani in più nelle nostre aziende.

Di questo Papa che opinione ha?
Mi affascina per quanto dice, peraltro il suo credo è molto difficile da attuare, soprattutto l’invito ad essere Chiesa povera per i poveri. Io sono fiero di essere cattolico, ma dovremmo tutti vivere di più la fede.

Ha mai pregato per vincere?
Non direttamente. Si vince per aspirare a migliorare se stessi, non per distruggere gli avversari.

Ha conosciuto gli altri sportivi così religiosi?
L’ex calciatore Nicola Legrottaglie, ma prima che manifestasse la sua conversione. E ho letto del pallanotista Alex Giorgetti. Quando mi invitano per raccontare la mia storia, vado sempre volentieri, neanche chiedo i rimborsi spese.

Quando è sbocciata la sua fede?
Nel 2000 venni premiato con il Discobolo d’oro in Vaticano, dal cardinale Camillo Ruini. C’era anche Giovanni Paolo II, mi prese le mani, guardò diritto i miei occhi e per due volte disse: «Vai avanti». Si rivolse solo a me, ricorderò sempre quell’istante. Mi ha cambiato per sempre.

Da Libero, Fabrizio Biasin. “Ode smisurata a Franco Bragagna, il re del “racconto” (pure a Rio)

(v.zagn.) Il pezzo di Fabrizio Biasin sull’idolo Franco Bragagna. A sorpresa perchè lui stesso mi raccontava: “Impossibile che Libero parli bene della Rai…”. Invece, è accaduto ed è strameritato.

http://www.liberoquotidiano.it/news/rullo/11941965/ode-smisurata-a-franco-bragagna–il-re-del–racconto—pure-a-rio-.html

di Fabrizio Biasin

Questo è un pezzo con davvero poco costrutto, nessun dato certificato, zero ricerca. Questo è un pezzo da vergognarsi, perché scritto senza lucidità e in maniera del tutto soggettiva. Questa è un’ode sperticata rivolta a Franco Bragagna, telecronista Rai.

Franco Bragagna sa tutto. Tutto. Forse si serve di suggeritori esperti, forse può disporre di succulenti «Bignami» dai quali attinge, ma quando parla sembra la Treccani. Lo abbiamo notato nella notte tra venerdì e sabato, durante l’inaugurazione dei Giochi, ma lo sapevamo già: Franco Bragagna è un fenomeno del racconto sportivo in presa diretta.

I «Bignami», per dire, se anche esistono non gli servono a una mazza quando si tratta di discutere di atletica. Se tu, «tizio», hai partecipato anche solo a un’edizione dei Giochi della Gioventù, Franco Bragagna lo sa e te lo racconta: «Quella volta a 12 anni andasti maluccio nel triplo. Se non erro fu colpa del “jump”». E tu: «Scusi Bragagna, io non me lo ricordo». E lui: «Fidati, ma ora vattene che devo recitare a memoria la composizione della staffetta 4×100 del Laos».

Franco Bragagna è la Bibbia dell’atletica, ma soprattutto è maestro del racconto. Quando parla non usa enfasi «a caso», se si gasa c’è un motivo, un perché. Altrimenti, semplicemente, ti dice quello che vede. Franco Bragagna, a volte, rischia la figura da «saputello», ci tiene a far vedere che ne sa più di chi gli sta attorno e il dato di fatto è che sì, 99 volte su 100 ne sa più di chi gli sta attorno.

Franco Bragagna non lo dice perché non è pirla, ma se Mamma Rai glielo chiedesse, lavorerebbe anche gratis. Lo farebbe per l’azienda e per l’amore bestiale che prova nei confronti di pentatleti, centometristi, astisti, lanciatori del peso e per Attilio Monetti, storica ex seconda voce. Capisci dal tono di voce che per lui «il racconto dell’atletica» è una missione, lo intuisci da quello che dice e da come lo dice. Franco Bragagna ti fa venire voglia di sport perché trasmette la sua, di voglia. A volte eccede, non si trattiene, dice la sua su faccende scomode, fa capire che su Schwazer ha la sua bella opinione e se ne frega se qualcuno gli fa notare «non si fa».

Franco Bragagna, come tutti, non è perfetto, ma l’altra sera ha raccontato la storia del portabandiera di San Kitts e Nevis come fosse figlio suo e, scusatemi, io mi sono emozionato.

 

Da Atleticalive.it, Andrea Benatti. Su Libero l’ode smisurata a Franco Bragagna, re del “racconto”. “Ma le digressioni non devono diventare il focus”

(v.zagn.) L’interpretazione del pezzo su Libero, di Fabrizio Biasin, da parte di Andrea Benatti, di atleticalive.it

http://www.atleticalive.it/31340/lode-smisurata-a-franco-bragagna-re-del-racconto-su-libero-e-la-nostra-risposta/

Fabrizio Biasin, sull’edizione odierna di Libero, si lancia a quella che lui stesso definisce una “ode smisurata” a Franco Bragagna, The Voice per quanto riguarda l’atletica leggera, come noto. Ma non solo, se seguite gli sport invernali. L’articolo mette a nudo le indubbie capacità di Bragagna, e ci siamo permessi, in fondo, di dire la nostra. L’esordio dell’articolo è peraltro pirotecnico:

“Franco Bragagna sa tutto. Tutto. Forse si serve di suggeritori esperti, forse può disporre di succulenti «Bignami» dai quali attinge, ma quando parla sembra la Treccani”.

Biasin rivela che la folgorazione gli sarebbe arrivata durante la cerimonia di inaugurazione della Olimpiadi.

“Franco Bragagna è un fenomeno del racconto sportivo in presa diretta. I «Bignami», per dire, se anche esistono non gli servono a una mazza quando si tratta di discutere di atletica”.

L’articolo, dopo aver raccontato un dialogo chissà se aneddotico o inventato, continua con gli elogi:

“Franco Bragagna è la Bibbia dell’atletica, ma soprattutto è maestro del racconto. Quando parla non usa enfasi «a caso», se si gasa c’è un motivo, un perché. Altrimenti, semplicemente, ti dice quello che vede. Franco Bragagna, a volte, rischia la figura da «saputello», ci tiene a far vedere che ne sa più di chi gli sta attorno e il dato di fatto è che sì, 99 volte su 100 ne sa più di chi gli sta attorno”. 

Secondo il giornalista di Libero, Bragagna lavorerebbe pure gratis per la Rai, ma chiaramente non lo dice perchè “non è un pirla”. E lavorerebbe gratis:

“…per l’azienda e per l’amore bestiale che prova nei confronti di pentatleti, centometristi, astisti, lanciatori del peso e per Attilio Monetti, storica ex seconda voce”.

Il pezzo si conclude così:

“Capisci dal tono di voce che per lui «il racconto dell’atletica» è una missione, lo intuisci da quello che dice e da come lo dice. Franco Bragagna ti fa venire voglia di sport perché trasmette la sua, di voglia. A volte eccede, non si trattiene, dice la sua su faccende scomode, fa capire che su Schwazer ha la sua bella opinione e se ne frega se qualcuno gli fa notare «non si fa». Franco Bragagna, come tutti, non è perfetto, ma l’altra sera ha raccontato la storia del portabandiera di San Kitts e Nevis come fosse figlio suo e, scusatemi, io mi sono emozionato”.

Biasin, a mio parere, ha centrato l’obiettivo. Bragagna è il re del racconto televisivo. Negli anni lo ha sempre più affinato sino a trovare una teatrale impostazione del narrato, un timbro di voce ricercato, potente, ipnotico. E non poteva che fare centro in una manifestazione come l’inaugurazione dei Giochi Olimpici. I tempi necessariamente rallentati della rappresentazione hanno indubbiamente ingigantito le sue capacità. Aggiungiamo che il bagaglio culturale del giornalista Rai è di proporzioni abnormi: del resto come sarebbe possibile mettersi davanti ad un microfono (come fanno diversi suoi colleghi) senza conoscere il linguaggio di uno sport, senza conoscerne il passato e il presente di quello stesso sport, senza conoscerne i retroscena e gli aneddoti? Incredibile ma vero, molti lo fanno, svilendo lo sport che raccontano, mancando di rispetto ai suoi attori.

Detto questo, però, una critica la voglio fare. E’ proprio il punto di forza sottolineato da Biasin, il narrato di Bragagna, che non collima più con il racconto in presa diretta dell’atletica. Le invasioni spaziali del racconto invadono sempre di più la stretta attualità, la diretta, l’entusiasmo crescente dell’evolversi delle gare. Il narrato ruba spazio a fette alla creazione della suspense che dovrebbe portare il telespettatore ad essere coinvolto sempre più nella gara, sino all’apoteosi dell’ultimo rettilineo o dell’ultimo salto. La caratterizzazione dei personaggi è fondamentale, ma lo spettatore paga il biglietto per guardare una rappresentazione, non per conoscere quello che è successo dietro le quinte prima di salire sul palcoscenico. Per quello, i tempi televisivi, danno modo di farlo.

Il racconto, durante le dirette, dovrebbe (secondo me) essere quello dell’evento stesso, portando nei tempi morti alle digressioni e agli approfondimenti. Ma se le digressioni divengono il focus, trasformano inevitabilmente le immagini in qualcosa di poco comprensibile: una sorta di “dislessia” tra immagini e parole. Tra l’altro poco aiuta Bragagna la scelta delle telespalle, che inevitabilmente sembrano essere relegate a comparse (oltre agli interventi di personaggi singolari che si esibiscono in veri e propri sproloqui di saccenza che costringono lo zapping ad un migliaio di telespettatori al minuto di esibizione, o al tasto “muto”). Ecco, lo spettatore dello sport del XXI secolo vuole “velocità”, “attaccamento all’immagine”, trascinamento, esaltazione. Il racconto deve aiutare a creare l’attaccamento all’immagine, non la sostituzione tout court. Vuole notizie durante la gara della gara, non del prima e del dopo: per quello c’è tempo.

Ecco, secondo me Bragagna ha raggiunto un livello di evoluzione che dovrebbe portarlo a trovare un ruolo come quello di su Sky. Un giornalista che racconta storie, che porta i telespettatori ad innamorarsi delle gesta di sportivi di cui non conosceva i reconditi retroscena. L’altro giorno sono riuscito ad impressionarmi di un servizio di Buffa sul telecronista televisivo uruguaiano Victor Hugo Morales che lavora per la TV argentina, e che raccontò con la maggior enfasi mai sentita in tv il gol di Maradona ai mondiali di Mexico ’86. Poesia, giornalisticamente parlando, benchè l’argomento sia del tutto inusuale e probabilmente poco attrattivo. Ecco, Bragagna forse è ad un livello in cui la cronaca diretta degli eventi gli è diventata troppo stretta (del resto ha vissuto tutto quello che è successo nell’atletica negli ultimi 30 anni…  dal vivo) e che probabilmente dovrebbe trovare un suo posto come narratore della storia dello sport.

Olimpiadi, le medaglie possibili che non vedremo. Gli infortunati Malori nel ciclismo, Tamberi e Fassinotti nell’alto; gli squalificati Mornati e Abbagnale (canottaggio)

(Vanni Zagnoli) Alcune medaglie probabili sfumano per infortuni e squalifiche. Nella foto vediamo come saranno

Nel ciclismo manca Adriano Malori, vicecampione del mondo a cronometro, era in coma farmacologico, a fine anno, sta bene si è sposato ma non può gareggiare.

Tamberi e Fassinotti assenti nella gare dell’alto, Marco era già reduce da infortunio nel riscaldamento di due qualificazioni internazionali.

Nel canottaggio i positivi Niccolò Mornati e Vincenzo Abbagnale, il figlio del presidente federale solo per ritardo nella presentazione al test.

A cura di Francesco Delendati

Olimpiadi, i portabandiera prima di Federica: Vezzali, Rossi, Chechi, Myers, soprattutto gli antichi Dibiasi, Pamich e Miranda Ciccognani. Le discipline che entreranno nel 2020: surf, karate, skateboard, arrampicata e baseball. Gli sport mai da olimpiadi e gli improbabili delle prime edizioni

(Vanni Zagnoli) I portabandiera azzurri prima di Federica Pellegrini, a ritroso, Valentina Vezzali, Antonio Rossi, Yuri Chechi, Carlton Myers, Trillini, Abbagnale, Simeoni, Dibiasi, Pamich psicologo, Miranda Ciccognani che fu portabandiera nel 52, a 15 anni, addirittura. è vivente.

Magari Antonio Rossi, potrebbe fare le carte all’olimpiade.

Il tabellone delle medaglie dell’Italia nelle olimpiadi più recenti e il
piazzamento nel medagliere.

Surf, skateboard, karate, arrampicata sportiva e baseball/softball si
accingono a entrare. le prime 4 sono discipline per giovani.

I grandi sport che mancheranno sempre: formula 1 e automobilismo, il rugby è a 7, sarebbe bello un minitorneo a 15. Gli sport già visti nel passato improbabili: 12 ore di bicicletta, cricket, canottaggio 16 con, 200 metri stile libero con ostacoli, 2000 metri sprint di tandem, il lancio del giavellotto con entrambe le mani, il duello con la pistola, la campestre e il tiro alla fune.

Bebeto ex ct dell’Italia del volley può raccontare il Brasile come fatto di costume.

L’album di figurine degli atleti olimpici, di oggi e di ieri. c’era per
esempio una curiosa Sara Simeoni, nel ’72.

A cura di Francesco Delendati