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Rivista Undici, Francesco Paolo Giordano. Flavia Pennetta e oltre: lunga rincorsa, tra delusioni e l’incessante ricerca di un equilibrio

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(v.zagn.) Francesco Paolo Giordano, classe ’89, pugliese, è un grande narratore. Ha debuttato due anni e mezzo fa a Libero, con uno stage. Ha talento, valorizzato da Fabrizio Biasin su Libero e da Giuseppe De Bellis sulle cronache italiane de Il Giornale e su Rivista Undici. Entrambi sono pugliesi e amano la bella scrittura.

Di Francesco Paolo Giordano

http://www.rivistaundici.com/2015/09/10/flavia-pennetta-e-oltre/

La vita di Flavia Pennetta è tutta in quella fuga negli spogliatoi dopo il primo set, perso 6-3 contro Maria Sharapova. «Sentivo tanto le aspettative e mi sono fatta sopraffare. Sono dovuta uscire dal campo, mi sono sfogata e ho ripreso il controllo di me stessa». Era il 18 marzo, ottavi di Indian Wells. Semplificando: c’è una vecchia e una nuova Pennetta. In quell’attimo, la vecchia Flavia era ritornata, in qualche modo: la ragazzina che urta i suoi obiettivi e li fa rompere in mille pezzi. Toccava all’altra, la nuova, decidere cosa fare di quel passato che ritornava di colpo. A 33 anni, si può, si deve. Quando la Pennetta si ripresenta contro Sharapova, non è più quella del primo set: non ha più paura, eleva il livello del suo gioco e non fallisce gli appuntamenti cruciali del match. Domina l’avversaria, la scoraggia punto dopo punto. Chiude la partita. Vince.

Spesso si è parlato di “rinascita” di Flavia Pennetta, se ne parlerà ancora ora che la brindisina è in semifinale agli Us Open, traguardo raggiunto anche nel 2013. Ha già compiuto un percorso notevole, buttando fuori Sam Stosur, che sul cemento americano si impose nel 2011, e Petra Kvitova, due volte campionessa di Wimbledon. Adesso insegue la prima finale Slam in singolare della sua carriera, e a 33 anni non è una questione scontata, quando le tue avversarie hanno dieci, persino quindici, anni meno di te. «We are old, I know – I mean, old for tennis», vecchia per il tennis,ammette Flavia. «But for life we are young». Giovane per la vita, perché in tutta la parabola di Pennetta il percorso sportivo e quello personale procedono di pari passo, molto di più rispetto alla media dei colleghi. Così la second life tennistica di Flavia si interpreta come un prolungamento di una second life privata. In mezzo alla vecchia e alla nuova Pennetta c’è una linea di confine: una corsa metaforica verso lo spogliatoio della sua vita, a rimuginare sulle paure e sulle delusioni. Prima di tornare in campo.

La vittoria nei quarti di Flushing Meadows contro Petra Kvitova.

Nel 2012, la sua carriera rischia di arenarsi, forse di concludersi, schiacciata sotto il peso di troppi punti interrogativi. Per tutto l’anno, Flavia era stata tormentata da dolori al polso destro, tanto che ad agosto fu costretta a sottoporsi a un intervento. Lontano dal campo per settimane, mesi, una lunga discesa che la trascina nelle profondità del ranking. Un numero che vale per tutti: 166. «Se non torno subito tra le prime cento, smetto», prometteva Flavia, e tutto faceva intendere che dicesse sul serio.

Dietro quell’accenno di resa, c’era molto di più del semplice timore di non competere più ad alti livelli. A un certo punto, le delusioni le piombavano addosso una dietro l’altra. Come se a lanciarle fosse una macchina spara-palline, il “drago”, come lo chiama Agassi. Nel 2007, la brindisina si reca a Bastad, per fare una sorpresa al suo fidanzato Carlos Moyá, anche lui tennista. Lo scopre con un’altra, e tanto basta per farla precipitare in uno stato catalettico. «Il pensiero mi consumava come un’erbaccia. La gente provava pietà per me e io non riuscivo a difendermi neanche da questo. Era come se avessi perso il “gusto” delle cose. Cercavo di anestetizzarmi nei confronti della vita, per non avvertire dolore. Non sentivo neanche quello fisico. Un esempio stupido: persino quando facevo la ceretta, non sentivo niente». Flavia ci rimase talmente male da perdere dieci chili. Pochi mesi dopo, nel 2008, la morte dell’amico Federico Luzzi fu un altro colpo terribile: «Era il mio fratello maggiore». Fino al 2012, l’anno dei tormenti al polso, con un altro amaro di contorno, il ritiro dal circuito della grande amica Gisela Dulko, con cui l’anno prima aveva vinto il primo Slam della sua carriera, il doppio agli Australian Open.

«CERCAVO DI ANESTETIZZARMI NEI CONFRONTI DELLA VITA, PER NON AVVERTIRE DOLORE»

A questo punto Flavia scappa. Scappa da qualcosa che la insegue, e non la gratifica. «Per Carlos mi sono allontanata dall’Italia, dalla mia famiglia, dai miei amici. La mia passione è stata lui, mi sono data totalmente, e ho perso l’equilibrio. Devo ritrovarlo. Devo ripartire da lì. Sono senza fidanzato, senza casa, senza sogni, senza progetti». Va a New York. Gli States. «Vado in America a riprendermi la mia vita». Sarà davvero il territorio della sua “rinascita”: le semifinali degli Us Open, ma anche il torneo di Indian Wells vinto nel 2014, il più importante della sua carriera. «It’s up to you, New York». In un anno Flavia passa dalle retrovie del ranking fino al numero 31. È tornata diversa: «Da giovane, vivevo le partite con troppa ansia. Adesso voglio godermi la vita e divertirmi, anche in campo». E si vede: Flavia non stecca più nei momenti decisivi. Fino a due anni prima diceva: «In campo mi sento una meteora, mentalmente reggo fino a un certo punto». Ora è proprio la forza mentale, unita al talento, a fare la differenza con le avversarie. Ha una tranquillità che prima non era in grado di abbracciare: è coinvolta, non condizionata dal gioco. Dice: «Guardo le cose da un’altra prospettiva».

2015 U.S. Open - Day 8

Oggi ha un nuovo amore, Fabio Fognini, e un nuovo coach, lo spagnolo Salva Navarro. «Dirò la verità, non avrei mai pensato di tornare ad alti livelli». Di colpo, tutto si è alleggerito, anche certi pensieri che gravitano stabilmente nelle teste degli atleti: «Ho pensato di ritirarmi tante volte durante la carriera. Arriverà un momento in cui mi fermerò, ma non so dire quando».

Rivista Undici, il menu: Marco Verratti con Daniele Manusia, poi Diego Milito e Giovanni Soldini. Pizzigoni, Pardo, Ferri e De Bellis

Rivista Undici, Verratti in copertina
Rivista Undici, Verratti in copertina

http://www.rivistaundici.com/2015/09/14/il-numero-6-di-undici/

Due numeri fa, in primavera, dedicammo la copertina ad Andrea Pirlo. Il titolo “Il calcio elegante” celebrò la carriera del regista poi finito a New York. Il suo modo di stare in campo, di rappresentare un certo tipo di gioco. Oggi, con il numero 6 diUndici, abbiamo voluto in qualche modo incoronare il suo quasi-erede , quello che è forse l’unico calciatore italiano in grado di provare almeno a replicare la parabola di Pirlo: Marco Verratti. L’intervista di Daniele Manusia che apre questo nuovo numero, corredata dai ritratti fotografici di Jonathan Frantini, è un po’ l’ideale continuazione del percorso iniziato proprio con Pirlo: i racconti delle partite e della vita che ruota intorno al calcio, ma anche la “spiegazione” di un modo di giocare che è un modo di essere e di non rinnegare sé stessi. Verratti, nell’intervista, afferma di aver voluto continuare a giocare come se indossasse ancora la maglia del Pescara in Lega Pro anche se oggi fa la Champions accanto a Ibrahimovic. Un modo diverso da tutti, rivoluzionario per il nostro calcio e sulla stessa frequenza tecnica dei grandi centrocampisti europei. Da qui il titolo “Europa. Italia.” che è insieme speranza e fiducia. Verso Verratti, ovviamente, ma anche verso una nuova generazione di (aspiranti) campioni. Nel dossier realizzato in collaborazione con Wyscout ne abbiamo selezionati trenta, tutti nati dal 1993 in giù. Ne abbiamo tracciato i ritratti, abbiamo snocciolato cifre e dati: dagli italiani Romagnoli, Rugani, Bernardeschi, Cataldi, Sportiello e Berardi, fino a Pione Sisto, Halilovic, Laporte, El Haddadi, Tielemans e molti altri. Prima di Verratti e i suoi fratelli, ovviamente, gli editoriali di Federico Ferri e Pierluigi Pardo. Uno tratta del Toro, l’altro della Champions che sta iniziando.

Dopo questo primo tempo, la sezione dei “Corti”. Un viaggio nella prima serie messicana, i nuovi kit della Fiorentina, del Napoli, del Torino e del Manchester United. Poi la spiegazione, a firma di Emanuele Corazzi, di come gli sponsor ti aiutino a rimpiazzare la maglia del tuo idolo se il tuo idolo cambia squadra. Come se non bastasse, due mappe: una geografica sul tifo calcistico a Londra, l’altra astrale sugli stemmi delle squadre italiane, divisi per animali, scudi, lettere o mitologia. Sui crest, da segnalare anche un focus su quelli di Arsenal, Roma e Bari, con un contributo di Michele Galluzzo. Infine, l’approfondimento tattico: Emiliano Battazzi ha scritto della nuova Fiorentina e degli equilibri di Paulo Sousa, allenatore giramondo che sta provando (bene) a rivoluzionare la viola dopo il triennio firmato Montella.

Dopo i Corti, il Secondo Tempo. L’apertura è di Federico Buffa e Carlo Pizzigoni, che raccontano il River Plate di Marcelo Gallardo. Quello che domenica notte ha perso el Clasìco con il Boca ma che ha vinto l’ultima Libertadores a soli quattro anni dalla prima, drammatica retrocessione in Segunda. Poi, due ospiti graditi: il primo è Diego Milito, intervistato da Markus Kaufmann sulla sua carriera, le sue vittorie e il trionfale ritorno a casa, nel “suo” Racing Avellaneda. Il secondo è Aldo Grasso, editorialista e critico televisivo del Corriere della Sera, che insieme al direttore Giuseppe De Bellis racconta storia, evoluzione, situazione e prospettive del calcio televisivo e della sua espressione più amata, la telecronaca. In mezzo, Davide Coppo e il suo “Senso di una fine”, sull’esaurirsi dei grandi cicli calcistici e sulla difficoltà, di piccoli e grandi club, a iniziarne di nuovi. Subito dopo, ecco Mazzarri, Klopp, Montella, Prandelli, Ancelotti, Donadoni, Di Matteo e Spalletti: i grandi allenatori disoccupati, tutti in un dossier a cura di Francesco Paolo Giordano. Il capitolo calcio si chiude con la storia mai chiarita della Coppa Rimet rubata, o forse no, dai locali della Federcalcio brasiliana, e con una gallery che ritrae il lato più oscuro e violento del calcio russo, quello dei gruppi organizzati. Le firme sono, rispettivamente, di Simon Kuper e Pavel Volkov.

In questo numero, il posto di “altro sport” è occupato dalla vela. Antonio Vettese, in apertura, sottolinea quanto le regate siano difficili per le masse ma meravigliose per chi le pratica. Soprattutto perché, di base, la cosa fondamentale è saper riconoscere e interpretare l’elemento naturale. Una delle cose che riescono meglio a Giovanni Soldini, strano esemplare di “uomo di mare milanese” intervistato da Vincenzo Latronico e fotografato da Andy Massaccesi. Nei suoi racconti, il salvataggio di Isabelle Autissier e i seicento giorni in una vita passati senza vedere altre persone. In mare, da solo con la barca. Andando veloce, ovviamente. Soprattutto oggi, perché è da poco che è importante arrivare primi. Tempo fa, bastava arrivare: ce lo spiega Maurizio Bertera, che chiude il suo pezzo con la storia di Dona Bertarelli, sorella di Ernesto e aspirante prima velista donna decorata della Rolex Fastnet Race. Undici si chiude con gli articoli di Andrea Falcon e Matteo Zaccagnino. Il primo è un ritratto di Sir Ben Ainslie, il velista più vincente della storia (quattro ori consecutivi alle Olimpiadi) che ora prova a riportare la Coppa America in Inghilterra dopo 166 anni. Il secondo racconta invece del “cigno”, dello Swan: a cinquant’anni dal varo del capostipite, anche le versioni di oggi non cambiano il teak sul ponte e il fascino senza tempo che ancora rapisce gli appassionati.

Tutto questo sarà nelle edicole e nelle librerie milanesi a partire da martedì 15 settembre. Dal giorno dopo, anche nel resto d’Italia. Ci vediamo lì, e buona lettura.

Rivista Undici, Michele Chicco. Il calcio associativo, ritratto di Luis Enrique, che torna a Roma da avversario: il flop in giallorosso, il ritorno in Spagna e il triplete con il Barça.

Luis Enrique e Tassotti, al mondiale 94
Luis Enrique e Tassotti, al mondiale 94

Di Michele Chicco, da Rivista Undici

http://www.rivistaundici.com/2015/09/16/il-calcio-associativo/

Ha alzato la Coppa dei Campioni davanti alla miglior squadra italiana e questa per Luis Enrique deve essere stata la più bella delle vendette possibili. Lucho era arrivato a Roma con belle speranze, ma a fine stagione di quel projecto che portava con sé era rimasta solo una triste parodia. «Questo è un bel posto, ma ha bisogno di aiuto», ha detto il giorno in cui ha lasciato l’Olimpico. «Mi piacerebbe che il prossimo allenatore non debba soffrire quello che ho sofferto io: vado via perché sono stanco». Porta chiusa dopo una sola stagione, con un bottino misero: settimo posto e due derby su due persi. Molto male per Roma.

Luis Enrique è un intellettuale del pallone. La squadra deve essere corta e deve giocare nella metà campo degli altri. Le idee contano più delle persone e se gli interpreti non sanno creare geometrie perfette in mezzo al campo poco male: la palla deve girare così. Da Roma a Barcellona, Enrique ha costruito le sue squadre con le terne in testa, tre giocatori che azione dopo azione creano triangoli perfetti sul terreno per avere così sempre un’alternativa possibile. Non è il palleggio snervante di Pep Guardiola e sono ammesse le verticalizzazioni sul vertice alto del triangolo, ma i passaggi sono continui e si va avanti sempre a piccoli e veloci passi: «Il mio calcio è associativo», spiegò ai romanisti qualche ora dopo il suo arrivo.

È un modo di giocare al football che impegna fisicamente i calciatori per tutti i novanta minuti e forse a Roma ha pagato anche la scarsa preparazione atletica dell’undici che a metà stagione, già affranto dalle sconfitte, era sfiancato. A Barcellona quando ha visto calare i suoi, ha fatto qualcosa di diverso: il quattro gennaio 2015, dopo dodici vittorie, due pareggi e due sconfitte in Liga, Luis Enrique si presenta in casa della Real Sociedad con Piqué, Rakitic, Messi, Neymar e Dani Alves in panchina. Perde uno a zero; ma da lì parte la corsa che lo porterà a vincere la Liga, la Copa del Rey e la Champions League – a Berlino per 3 a 1 contro la Juventus.

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Luis Enrique e la squadra stringono subito dopo la trasferta di San Sebastián la pax blaugrana. Il tecnico ascolta lo spogliatoio che a sua volta si trincera attorno all’allenatore, mettendo da parte i malumori. Le cronache raccontano di uno Xavi tessitore di trame fuori dal campo, esperto politico in grado di ricucire una rottura che avrebbe fatto saltar all’aria un altro mister e un’altra stagione. Luis Enrique, che nelle prime 28 gare stagionali aveva cambiato formazione 28 volte, vira e da lì in poi Messi è sempre titolare in Liga, spesso con Neymar e Suárez. Arrivano le ultime due vittorie nel girone di andata, poi sedici al ritorno, con due pareggi e una sola sconfitta con il Malaga.

Enrique continua a credere fino all’esasperazione nella propria idea di calcio, ma la durezza e l’ostinazione, che a Roma lo avevano fatto implodere, vengono ammorbidite dal dialogo nello spogliatoio del Camp Nou. Arriva sul tetto d’Europa in Catalogna e segna così il suo nome tra i grandi dello sport, vincitore del triplete come Alex Ferguson, José Mourinho e Guardiola.

L’integrità morale e il rispetto per la sua libertà gli fecero lasciare Roma con un anno d’anticipo; ma è a Barcellona che Luis Enrique capisce che da Trigoria ha avuto in dote un carico di esperienza e non solo fischi. «Il prossimo anno non allenerò di sicuro – disse salutando l’Italia – non so se avrei avuto qualche offerta, questo non mi preoccupa. Sono una persona molto passionale, è stata un’avventura bellissima e difficile. Ho speso tutta la mia energia e io non sarò mai attaccato alla poltrona».

Tra il 2012 e il 2013 Lucho non ha allenato; una pausa trascorsa con il dubbio di doversi fermare per sempre, perché essere stato capitano del Barcellona non fa di te per forza un ottimo allenatore. Per ripartire a mente fredda sceglie il Celta Vigo, l’anno del novantesimo compleanno dei Los Celestes. Il peso del fallimento romanista è scrollato di dosso, cancellato dai chilometri percorsi in bicicletta e dalle passeggiate sulle montagne delle Asturie durante l’anno sabbatico. Chiude al nono posto, con 14 vittorie e 17 sconfitte, ma la sua missione era la salvezza tranquilla raggiunta.

Eppure, a inizio stagione le cose non si erano messe bene. Il Celta racimola sei punti in nove giornate di campionato e già a ottobre i quotidiani spagnoli parlavano apertamente di «ultima spiaggia» per il tecnico delle Asturie, inchiodato negli ultimi posti della classifica. Con la fiducia del club e le belle parole del presidente Carlos Mouriño, Luis Enrique vola a Malaga e vince 5 a 0 dopo quattro sconfitte di fila. Ricomincia a mettere ordine nell’ambiente e nella sua testa. «Con lui – scrisse a gennaio il quotidiano sportivo As – tutto è possibile, dentro e fuori dal campo. Parla chiaro e in faccia ai giocatori, tutti sanno cosa il tecnico asturiano vuole e cosa detesta». Quando il suo 4-3-3 di ispirazione catalana incomincia a ingranare, la squadra esce dalla melma e inizia a far capolino nel centro della classifica; anche grazie ai cinque risultati utili tra gennaio e febbraio, il Celta si salva.

Luis Enrique è tornato in Spagna, ma non ancora a casa sua. Il Barcellona quello stesso anno vive una della stagioni meno vincenti della sua recente storia. Tata Martino lascia la panchina blaugrana dopo un secondo posto in campionato che sa di fallimento e un’eliminazione dalla Champions League ai quarti di finale contro l’Atlético Madrid. Per andare dal Balaídos di Vigo al Camp Nou bisogna spaccare in due la Spagna: Lucho prende un aereo e realizza il suo sogno. Sembra che nessuno, dopo Guardiola e Tito Villanova, possa far tornare a vincere la squadra che aveva incantato il mondo giocando al pallone e Luis Enrique è il giusto mezzo tra il ritorno all’origine e l’insana scommessa. Osservava Guardiola dallo spioncino quando allenava la squadra B e condivideva con lui il cerchio di centrocampo quando ancora entrambi giocavano; con Mourinho, secondo in panchina di Luis Van Gaal, a incitare i due campioni.

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«Da oggi cominceremo a costruire un nuovo Barcellona», dice da neo-allenatore blaugrana: «È un giorno speciale per me e ho voglia di costruire una nuova era capace di emozionare». Le idee, come detto, sono più importanti degli uomini e quei calciatori che avevano scritto la storia del calcio sono costretti a dimenticare il tiqui-taka e ad applicare le terne: «Sono fedele ai miei principi. Il mio stile di gioco è offensivo ed è lo stesso della filosofia Barça». Uno, due e tre: la squadra parte bene in campionato, un po’ meno in Champions, ma passa il turno prima nel girone lasciandosi alle spalle la corazzata del Paris Saint Germain.

A ottobre, dopo sette vittorie e un pareggio, arriva la prima sconfitta in Liga. Davanti agli 85mila spettatori del Santiago Bernabeu, il Real Madrid vince 3 a 1. Ad andare in vantaggio sono i blaugrana dopo tre minuti con Neymar. La squadra di Luis Enrique resiste all’assedio del Real che nei soli primi dieci minuti crea cinque palle-gol e prende una traversa; ma dieci minuti prima della pausa Cristiano Ronaldo non sbaglia il calcio di rigore e pareggia. Al 50esimo, da calcio d’angolo, Pepe svetta fra tutti e ribalta il risultato, chiuso definitivamente da Benzema dopo un’azione veloce e muscolare.

La settimana dopo il Clásico il Barcellona perde di nuovo contro il Celta Vigo, ma intanto sta cambiando pelle. In estate Carles Puyol aveva lasciato la squadra ed Enrique aveva scelto di far arretrare di dieci metri Javier Mascherano che da possibile esubero era diventato perno della squadra. L’argentino è uno che palleggia, un difensore atipico con una visione di gioco da centrocampista. Lì in mezzo, al trio da filastrocca Iniesta-Busquets-Xavi si era aggiunto Ivan Rakitic che è più dinamico degli altri e garantisce quei maledetti triangoli disegnati sul campo che a Roma Luis Enrique sognava. Davanti sono spesso insieme tre calciatori come Messi, Neymar e Suárez.

A fine Liga i punti in totale sono 94; tanti ma non molti di più rispetto agli eterni rivali del Real Madrid che chiudono appena due passi indietro. In Champions Luis Enrique perde una manciata di volte, l’ultima è una sconfitta da sogno: all’Allianz Arena il Bayern Monaco di Guardiola vince 3 a 2. La partita è splendida, ma non come quella dell’andata: una settimana prima il Barcellona aveva battuto i bavaresi tre a zero con un gol favoloso di Messi.

I blaugrana travolgono 3-0 il Bayern, finale prenotata.

In una sola stagione in Catalogna Luis Enrique diventa immortale e cancella i brutti ricordi. Ad agosto, dopo aver centrato la Supercoppa europea, manca l’occasione di fare cinque su cinque contro l’Athletic Bilbao e lascia in terra basca la Supercoppa spagnola, persa per colpa di un’amnesica gara d’andata vinta quattro a zero dagli altri. Non è la prima volta per Lucho: da allenatore della Roma, a Cagliari, Bergamo, Torino e Lecce subì lo stesso numero di gol e queste partite contribuirono a fomentare nella galassia romanista la sua fama da Errichetto, il tecnico brocco.

Al Via del Mare di Lecce, il sette aprile 2012, la Roma mette in scena il peggio del suo repertorio stagionale. È il sabato prima di Pasqua e la sorpresa alla Serie A la fanno Muriel, funambolo degli altri giallorossi, e Di Michele, segnando entrambi una doppietta. In un solo pomeriggio la Roma riesce a prendere quattro gol da una squadra che a fine campionato sarebbe retrocessa e quel match è un po’ la fotografia di una stagione nata e finita male. Al 90esimo Lamela segna su punizione da puro campione e ricorda a tutti che quella Roma è tanto bella da vedere, quanto inconcludente e disordinata.

Contro l’Atalanta, invece, la partita finisce ancor prima di incominciare: al momento di scegliere gli undici da mandare in campo, l’allenatore giallorosso spedisce Daniele De Rossi in tribuna per punirlo di un ritardo alla riunione tecnica. In uno spogliatoio già diviso e sofferente, tenere fuori il 16 è una scelta che non può educare nessuno. La partita inizia, ma la Roma non è mai in campo: segnano Marilungo e Denis e se si chiude quattro a uno è solo grazie ad un colpo fortunoso di Fabio Borini.

Una delle peggiori sconfitte della Roma di Lucho: 0-4 allo Juventus Stadium.

Quella tribuna di De Rossi non riesce a rovinare il rapporto tra i due. Alcune settimane dopo, Capitan Futuro – al termine di un’altra sconfitta, in casa con la Fiorentina – spiega di continuare «a sostenere che Luis Enrique sia uno dei tecnici più bravi al mondo. E non lo dico perché sono stato allenato da pizza e fichi, ma da gente come Spalletti, Lippi, Capello. Luis Enrique lo è: ma purtroppo è stato anche molto sfortunato».

Per uno che pratica calcio «associativo», il rapporto con i campioni non è sempre facile. Il debutto con la Roma coincise con una roboante bocciatura di Francesco Totti nel preliminare di Europa League perso contro lo Slovan Bratislava; a Barcellona ha discusso più volte con Messi, talento tra i talenti, prima di sancire la felice pax grazie al lavoro talentuoso di Xavi. Luis Enrique, da uomo forte, non è uno che mette in campo chi è considerato il migliore sulla carta perché ama far giocare chi ha sudato in settimana: uno vale uno, insomma. Il calcio per lui è dedizione ed educazione fin da quando, da centrocampista, ha dovuto lavorare per diventare quello che è stato: uno dei tre spagnoli inseriti nella lista dei cento migliori calciatori della storia. Ha collezionato quattrocento presenze da professionista, militando prima nel Real Madrid e poi nel Barça, e uno come Totti in tempi non sospetti disse di essere sicuro che il tecnico sarebbe diventato un «vincente». Un giorno, lontano da Roma.

AS Roma v Juventus FC - Serie A

Per anni Luis Enrique ha portato dentro di sé e in segreto le parole dei dirigenti catalani: quando lasciò il Barcellona B, gli promisero che sarebbe tornato, seduto in panchina ad ascoltare l’inno del suo club. Come ha scritto Luca Valdiserri sul Corriere della Sera, per i blaugrana Luis è «un convertito, non un battezzato» perché prova un amore sincero nato da una scelta personale, un amore razionale e disciplinato.

La telefonata dell’allora direttore sportivo catalano, Andoni Zubizarreta, durò pochi minuti perché l’accordo era tutto nella storia di Luis Enrique, ormai consapevole di aver imparato tanto negli anni passati a lavorare prima a Roma e poi a Vigo. A Barcellona l’asturiano ha mostrato la sua intelligenza, riuscendo a gestire uno spogliatoio strabordante di campioni senza rinunciare alla sua idea di calcio «associativo». A Roma, ostaggio dell’ambiente incandescente e della vivacità di calciatori come Daniel Osvaldo, più che abile fu incompreso e si schiantò sul muro del fallimento. Questa eredità gli ha forse rovinato l’arrivo in Catalogna, quando furono in molti a pensare all’insana scommessa del club; ma Lucho, da uomo normale, ha saputo godersi il sogno coltivato da adulto. Ha aspettato un anno prima di servire la sua bella vendetta a chi non aveva creduto in lui il giorno della firma: «Vorrei assomigliare a Pep e a Simeone – disse –, ma dovrò accontentarmi di essere Luis Enrique».

 

Rivista Undici. Gestire lo stadio migliore d’Italia, lo Juventus stadium. Un lavoro complesso, per portare il nostro calcio nel futuro. Dal numero 2 di Undici.

http://www.rivistaundici.com/2015/09/08/gestire-lo-stadio-migliore-ditalia-2/

Otto settembre 2011, periferia nord di Torino, sera. Giampiero Boniperti e Alessandro Del Piero chiacchierano al centro di quello che era all’epoca l’ultimo rettangolo verde calpestato da una Juve vincente. La cosa che salta all’occhio, allargando le telecamere strette sui due capitani, è la cornice; non più macchie di tifosi sparse nelle gelide e lontane tribune dell’astronave costruita per le notti magiche di Italia ’90, ma quarantunomila tifosi compatti e raccolti a pochi metri dai due, senza barriere né piste d’atletica.

È la sera dell’inaugurazione dello Juventus Stadium, il primo stadio in Italia interamente di proprietà di un club. “Welcome Home” lo slogan scritto ovunque e ribadito dal campo dal presidente Andrea Agnelli. I presenti confermeranno: la sensazione è quella di riappropriarsi di colpo della propria storia, di sentirsene integralmente parte. Il ritorno a casa, appunto. Della Juve certo, ma anche del calcio italiano. Quella sera, a margine dei fuochi d’artificio, della parata di stelle, della presentazione della nuova squadra, si gioca non più di un’amichevole. Ci sono le luci, manca l’agonismo. «E infatti abbiamo capito veramente cosa avrebbe prodotto questo stadio solo al primo gol in casa col Parma, la domenica successiva, quando ha segnato Lichtsteiner proprio sotto la tribuna Sud. Ero a bordo campo, ed è ancora molto vivo il ricordo dell’emozione del boato. Li abbiamo realizzato che era cambiato tutto».

FC Juventus v Notts County - Pre Season Friendly

Chi parla è Francesco Gianello, venue director dello Juventus Stadium. In Juventus dal 1998, dove ha ricoperto per anni il ruolo di segretario generale, Gianello è il responsabile dello stadio fin dalla sua nascita, ed è lì che lo incontriamo, in un lunedì in cui non c’è partita. Un tipico non match day, in cui lo stadio è però aperto e non si ferma, anzi: sono circa cinquanta le persone che lavorano qui tutti i giorni, partita o non partita. Un aspetto fondamentale, ci spiega Gianello: «Come accade per la maggior parte dei club italiani, nelle nostre esperienze precedenti lo stadio veniva vissuto al massimo un paio di giorni alla settimana. Io mi occupavo di interazione con le squadre avversarie, con la Lega, con la Uefa; i colleghi del commerciale della parte riguardante i biglietti e di quel poco che si riusciva a offrire come ospitality, ma le gestione dello stadio spettava ai proprietari, alla città».

«COME ACCADE PER LA MAGGIOR PARTE DEI CLUB ITALIANI, NELLE NOSTRE ESPERIENZE PRECEDENTI LO STADIO VENIVA VISSUTO AL MASSIMO UN PAIO DI GIORNI ALLA SETTIMANA»

«Quando siamo arrivati allo Stadium abbiamo avuto bisogno di arruolare nuove figure professionali e di amalgamarle il più velocemente possibile. Abbiamo iniziato a lavorarci a settembre del 2010 e, nell’anno che è intercorso fino all’inaugurazione, abbiamo cominciato a venire qua e a costituire l’area legata alla faciliti, al funzionamento della struttura, per preparare al meglio il passaggio fra chi ha costruito lo stadio e chi lo avrebbe gestito. Subito dopo abbiamo iniziato a lavorare sul personale demandato alla sicurezza, gli steward, e a integrare anche il lavoro del marketing, per iniziare a strutturare le attività che avremmo offerto ai tifosi nella loro nuova casa. Soprattutto per quanto riguarda il match day, il giorno della partita, ma anche per iniziare a immaginare tutte le attività legate al non match day, il resto della settimana». Non ci voleva molto a intuirlo, ma queste parole di Gianello lo confermano: lo stadio di proprietà è una macchina molto complessa, e se vuoi quel boato quando segna Lichtsteiner, se vuoi continuare ad attrarre i prossimi Lichsteiner, tocca lavorare sodo e mettere mano costantemente alla struttura del club. E farlo con la testa.

FC Juventus v Notts County - Pre Season Friendly

Per dare un’idea della profondità della struttura, sono cinque le aree che controlla Gianello e che lavorano a tempo pieno sullo stadio: Facility (struttura e manutenzione), Eventi (creazione dell’esperienza per i tifosi, produzione televisiva in proprio delle partite), Marketing and Sales (interazione col pubblico, gestione degli abbonamenti, fissi da tre anni alla quota massima stabilita di 28.000; ma anche del rapporto coi club dei tifosi e con gli ospiti premium, circa 4000), Operations, e Juventus Museum (che a fine agosto era a quota 372.000 visitatori, il quarantasettesimo museo italiano più visitato in assoluto). A sua volta, la direzione dello stadio riporta al CRO (Chief Revenue Officer) della società, Francesco Calvo, a capo di una nuova struttura che sviluppa tutte le fonti di ricavo del club, il quale poi riporta direttamente al presidente Andrea Agnelli. Una macchina che, per restare allo stadio, deve far fronte a diverse esigenze e tenere insieme un fronte molto largo, “per questo le cinque aree devono lavorare come un unico ingranaggio”, dal direttore all’ultimo degli steward, che alla fine sono insieme coloro che accolgono e offrono ospitalità ma anche coloro i quali garantiscono la sicurezza.

A proposito, parentesi sulla sicurezza: allo Juventus Stadium le forze dell’ordine non si vedono ma ovviamente ci sono, «abbiamo anzi progettato con loro i sistemi di sicurezza dell’impianto, la sala di controllo affaccia direttamente sullo stadio, cosa rarissima in Italia e comunissima in Germania e in Inghilterra, monitoriamo tutto quello che succede in tempo reale con un sistema di 86 telecamere a circuito chiuso» racconta Giannello, e questo è parte di un modello che vuole sfruttare l’effetto deterrenza, ci spiega, l’idea che se entri in un posto nuovo, comodo, raccolto, senza barriere e non militarizzato, ti senti più responsabilizzato e, semplificando, hai un po’ meno voglia di fare danni (funziona, i dati lo dimostrano). Anche il settore ospiti, aggiunge il direttore, è stato progettato con questo intento: a ogni passaggio di una tifoseria vengono effettuati lavori di manutenzione che rimettono tutto a nuovo, «e notiamo che scritte e atti di vandalismo diminuiscono progressivamente».

SE ENTRI IN UN POSTO NUOVO, COMODO, RACCOLTO, SENZA BARRIERE E NON MILITARIZZATO, TI SENTI PIÙ RESPONSABILIZZATO E, SEMPLIFICANDO, HAI UN PO’ MENO VOGLIA DI FARE DANNI.

Torniamo agli steward, e alla loro gestione, emblematica del progetto Juventus Stadium: «Nei primi tre anni ci siamo appoggiati a un partner, ManPower, con il quale abbiamo messo in piedi un’attività di instradamento del pubblico, di accoglienza, di sorveglianza. Teniamo conto che si tratta di lavoro a chiamata, quindi di personale non dipendente e con tipologie molto diverse fra loro. Da quest’anno abbiamo deciso di occuparci noi di loro: avranno un rapporto di lavoro diretto con la società tramite l’area Operations, avranno lo stemma della Juve sulla pettorina, saranno parte integrante del progetto. La finalità è quella di creare un nostro modello di accoglienza, che possa fare la differenza». Quello del modello proprio è un concetto caro a Juventus, dopo un inizio ovviamente ispirato dall’estero: «Siamo in una fase, dopo il primo triennio, dove abbiamo cominciato a fare delle valutazioni di quella che è stata la start up prima e poi il consolidamento di determinate procedure e attività, ma anche di quella che è stata la risposta del pubblico, per porre le basi per un nuovo salto in avanti. Abbiamo qualche anno di vantaggio che, anche quando nasceranno altri stadi in Italia, vogliamo mantenere».

Juventus Real Madrid

Due considerazioni finali. La prima: di qualsiasi squadra siate tifosi, fate un salto allo Juventus Stadium, se vi capita l’occasione; la rinascita del nostro calcio passa molto più da qui, dal lavoro sul campo di una società intera, nessuno escluso, che da mille riunioni a porte chiuse in qualche hotel romano o milanese. La seconda, per quelli che sostengono che il modello stadio di proprietà sia “tutto marketing e clientela e alla fine ci rimettono i tifosi”, a cui risponde indirettamente lo stesso Gianello: «Il valore aggiunto di questo stadio è la creazione di un ambiente che dà la massima risposta alle aspettative del tifoso. Qui chi fa l’abbonamento sa che nessuno si siederà sul suo seggiolino fino alla prossima partita. È davvero la sua casa. Al di là degli aspetti commerciali, lo stadio di proprietà rappresenta un asset per i tifosi: nel vecchio delle Alpi la prima fila accettabile come visibilità era la fila 13 del primo anello, a circa 40 metri dalla linea di bordocampo, mentre qui la fila più lontana di tutto lo stadio è a 39 metri. Il posto più lontano di questo stadio è alla stessa distanza del più vicino al campo di quello vecchio». Non male, no?

Rivista Undici. Benvenuta Islanda. Come ha fatto un Paese con tanti abitanti quanti la provincia di Lecco a qualificarsi per la prima volta ad una manifestazione importante come Euro 2016.

http://www.rivistaundici.com/2015/09/08/benvenuta-islanda/

Impossible is nothing, recitava qualche anno fa una nota campagna pubblicitaria dell’Adidas. Uno slogan che potrebbe essere adottato dall’Islanda: oggi nulla sembra più impossibile nella terra dei ghiacci. Non è impossibile mangiare carne di squalo lasciata decomporre in una fossa di sabbia ciottolosa dalla 6 alle 12 settimane (per espellere i veleni della bestia), quindi essiccata e servita in cubetti infilati sugli stuzzicadenti. Si chiama hákarl, e si consiglia vivamente di assaggiarla dopo essersi tappati il naso per non svenire a causa del nauseabondo odore di ammoniaca emanato da questa prelibatezza enogastronomica della cucina islandese. Non è impossibile far ripartire un’economia di un Paese in bancarotta, portato nel 2008 alla rovina dalla bolla Icesave (un conto corrente online che assicurava agli investitori tassi d’interesse ancora più alti di quelli già altissimi garantiti dalle banche) e che oggi fa registrare un Pil superiore a quello degli anni pre-fallimento, senza neppure aver fatto ricorso alle politiche di austerità. Non è impossibile, per chi è interessato, visitare un museo interamente dedicato all’organo genitale maschile, il Hið Íslenzka Reðasafn(Museo Fallologico Islandese) di Reykjavik.

Netherlands v Iceland, UEFA Euro 2016 qualifier football match at Amsterdam Arena, The Netherlands - 03 Sep 2015

Non è infine impossibile che un paese di 330mila abitanti, equivalente più o meno al numero di residenti in provincia di Lecco, si qualifichi alla fase finale di un campionato Europeo, dopo aver sfiorato due anni prima l’accesso a quella del Mondiale. La formula “cani e porci” voluta da Platini con l’allargamento a 24 squadre del torneo continentale, conta fino a un certo punto, perché l’Islanda il proprio girone lo sta dominando e con tutta probabilità sarebbe volata in Francia anche con la vecchia formula. Una nazionale che, a differenza di altre minnows quali il Galles, non può nemmeno contare sul Gareth Bale di turno, ovvero sul fuoriclasse un paio di spanne sopra tutti i compagni in grado di risolvere una partita anche da solo. Uno così l’Islanda non l’ha mai avuto, e anche se nella selezione continua a bazzicare il loro miglior giocatore di sempre, quell’Eiður Guðjohnsen che debuttò quasi 20 anni fa (il 24 aprile 1996 per la precisione) subentrando al padre Arnór nel corso di una trasferta in Estonia, l’ex Chelsea e Barcellona non è masi stato quel tipo di giocatore. Le altre stelle appartengono tutte a un firmamento minore, visto che capitan Aron Gunnarsson – la fascia l’ha indossata per la prima volta a 23 anni – sbarca in lunario nella B inglese (Cardiff City), Gylfi Sigurðsson (Swansea) è un ottimo “tuttocampista” reduce però da un flop quando ha provato a salire di livello (Tottenham), Kolbeinn Sigþórsson (Nantes) è stato salutato dall’Ajax senza rimpianti, l’estremo Hannes Þór Halldórsson – solo 3 reti subite e 6 clean sheets nella fase a gironi – è professionista da soli tre anni (attualmente gioca in Olanda nel Nec) e Birkir Bjarnason (Basilea) non è che abbia combinato granché in Italia.

La vittoria dell’Islanda in Olanda, con rigore decisivo di Sigdursson.

Naturale pertanto chiedersi come abbia fatto questa nazionale ad esplodere come un geyser, e se dietro tutto ciò non si celi soltanto una favorevole congiuntura astrale, come se ci si trovasse all’interno di una saga di Thor Vilhjalmsson. Ecco, quest’ultima tesi provocherebbe non poco risentimento tra le fila degli islandesi, che riguardo alla propria nazionale non amano né i toni epici né l’utilizzo dell’abusato cliché del miracolo, perché esso comporterebbe ammettere un qualsivoglia intervento divino, o del caso, che non renderebbe giustizia alla politica di programmazione e di investimenti portata avanti dalla Federcalcio locale negli ultimi 15 anni. Da qui all’Europeo vi parleranno tutti del boom del calcio islandese generato dalla costruzione di una serie di infrastrutture indoor che hanno permesso ai giocatori di giocare ed allenarsi tutto l’anno e non solo i canonici quattro-cinque mesi permessi dal rigido clima nordico, accontentandosi nel restante periodo di mantenersi in forma andando in palestra e praticando sport al chiuso quali basket e pallamano, con tanti saluti allo sviluppo tecnico del singolo atleta. Tutto vero: dal 2000 a oggi sono stati inaugurati 9 campi indoor regolamentari, 25 campi con erba sintetica e 150 campetti. Fermarsi tuttavia a questo livello di lettura sarebbe come affermare che Björk è un’artista pop, ovvero limitarsi a navigare in superficie, tralasciando tutte le ramificazioni (dal folk all’elettronica, dal vaudeville al drum ‘n bass, dal musical alla sperimentazione più pura) nelle quali si è sviluppata la carriera della più famosa musicista uscita da Reykjavik e dintorni. I campi indoor rappresentano, appunto, la superficie. Ma l’infrastruttura, da sola, non può formare nessuno. La casa va riempita, e la KSÍ (la Federcalcio islandese) ha scelto di farlo con una politica che ha bandito qualsiasi forma di dilettantismo. Una regola semplice: indipendentemente dall’età dei ragazzi allenati, il tecnico sarà un professionista in possesso di regolare patentino UEFA, A o B. Arnar Bill Gunnarsson, responsabile del calcio giovanile della Federazione, parla di momento chiave nel sistema formativo del proprio paese. «Rispetto agli altri paesi scandinavi, dove normalmente fino all’età di 12 anni i ragazzi sono allenati da qualche genitore su base volontaria, da noi anche i bambini di 4-5 anni possono contare su tecnici preparati e stipendiati. Persone dotate delle giuste competenze per introdurre il ragazzo nel mondo del calcio nel modo più corretto, senza trascurare la fase ludica, che rimane fondamentale soprattutto durante il primo approccio a questo sport. Se il bambino si diverte, stimolato da un allenatore professionista, impara ad amare il gioco, a voler fare sempre meglio, a giocare anche al di fuori delle sessioni di allenamento programmate. Questa è la nostra filosofia».

Squadra in festa per la conquista della qualificazione a Euro 2016.

Infrastrutture, know how tecnico, ma anche la giusta mentalità, ovvero piedi ben piantati per terra da parte di tutti, dai vertici fino ai giocatori. «Ci piacerebbe giocare come il Barcellona», prosegue Gunnarsson, «ma siamo in Islanda e qui al posto del sole ci sono gelo e vento. Dobbiamo quindi fare a modo nostro, senza copiare nessuno. La preparazione della nazionale, ad esempio: per noi è costoso organizzare amichevoli all’estero, soprattutto nei mesi più freddi, e compensiamo questa criticità con sessioni di allenamento extra. Il luogo dove viviamo definisce le nostre azioni. In Islanda il 95% della formazione avviene all’interno dei club, e solo il restante 5% nelle varie selezioni nazionali. Ciò avviene perché da noi non esistono club professionistici, la cultura qui è differente. Pochissimi giocatori cambiano squadra, tutti nascono e crescono nella società di riferimento del proprio quartiere e della propria città, ottenendo tutti le stesse possibilità e maturando un forte spirito di gruppo. Poi i più bravi vanno all’estero, ma una volta tornati in nazionale quello spirito ritorna, perché ce l’hanno dentro».

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Anche la mentalità del calciatore islandese medio è improntata a un sano pragmatismo, che lo rende un prodotto di esportazione particolarmente appetibile. «Non nascono fenomeni da queste parti», afferma l’agente Magnus Magnusson, «però l’islandese ha una grande capacità di adattamento, in quanto storicamente abituato a viaggiare all’estero per motivi di lavoro – penso ai flussi migratori verso Copenaghen -, parla fluentemente l’inglese e sa lavorare in gruppo. Non è un caso che il 75% dei nostri giocatori professionisti oggi sia all’estero». Trasferimenti che avvengono in età giovanissima ma, il più delle volte, attentamente ponderati, per non rischiare di bruciarsi. Per un Sigdursson che si trasferisce direttamente in Inghilterra ci sono decine di Finnbogason (ad oggi l’attaccante islandese che ha segnato più gol in assoluto – 29 nel 2014 con l’Heerenveen – in una singola stagione in un campionato europeo di prima divisione) che partono prima dalla Svezia o dalla Norvegia, per poi costruirsi la carriera passo dopo passo. Nessuno vuole diventare un eroe in Scandinavia o nella Jupiler Pro League belga, tappe però percepite come necessarie per arrivare in Premier League, in Bundesliga o in altri tornei top. E quando tornano a casa, l’approccio con la maglia del proprio paese cambia radicalmente rispetto al passato. «Quando giocavo in nazionale», ricordaBjarki Gunnlaugsson, 27 presenze con l’Islanda «scendevamo in campo cercando di prenderne il meno possibile. Giocavamo in un contesto completamente amatoriale e il pubblico festeggiava i pareggi come fossero trionfi. Oggi non c’è più paura di nessun avversario». Si scende in campo per vincere, e poi si guarda al prossimo incontro. Senza trionfalismi, perché non è nello stile della gente di quest’isola in mezzo all’Atlantico. Euro 2016? «Il nostro obiettivo non sarà tanto quello di arrivare in semifinale», dice Gunnarsson, «ma porre le basi per una nuova qualificazione. Quando abbiamo battuto l’Olanda ci siamo detti: ok, ottimo, lavoriamo per farlo ancora. Il nostro approccio è questo». I numeri parlano di 100 posizioni scalate nel ranking FIFA in dodici mesi. Quando nel 2010 lo svedese Lars Lagerback accettò l’incarico di ct, inizialmente in coabitazione con il tecnico locale – nonché noto odontoiatra in quel di Reykjavik – Heimir Halmgrisson, l’Islanda era addirittura sotto il Liechtenstein. Impossible is nothing.